lunedì 13 febbraio 2012

domenica 12 febbraio 2012

sabato 11 febbraio 2012

Mostra collettiva a Brescia


GIUDIZI UNIVERSALI

Elisa Anfuso, Stefano Arici, Davide Dattola, Carlo Duina, Gianfranco Gentile, Leonardo Montemanni,
Luciano Pea, Sofia Rondelli e Alessandro Troso

Inaugurazione: sabato 18 febbraio ore 18.00
Dove: via Italia, 1 - Paitone (BS) 25080
Tel. +39 030 63 42 296

Lo Spazio Arte Duina propone una mostra che racconta questo nuovo anno così atteso e discusso.
Gli artisti diventano giocolieri del destino, tracciando con la loro immaginazione eccentrica, malinconica, ironica e lieve, il nuovo possibile mondo. L’esposizione sarà un momento per immergersi in nuovi scenari fantastici e straordinari in cui la forza dell’arte si fa riflessione, comunque la si pensi, sulla realtà che ci apprestiamo a vivere.

venerdì 30 dicembre 2011

giovedì 8 dicembre 2011

mercoledì 7 dicembre 2011

venerdì 2 dicembre 2011

Figura di un Dormiente

In alcuni periodi risultava piacevole affidare la mente al gioco critico della lettura durante il breve tragitto su di un mezzo pubblico. Però qualcosa insistentemente chiamava tramite una voce insigne e al tempo stesso graziosa. Un reticolo fitto di sguardi tra i passeggeri attraversava la pesantezza dell'aria, la filtrava in un pulviscolo di pensieri tristi o più lievemente maliconici, assenti o addirittura briosi. Piccoli sorrisi nascevano dal nulla apparente per poi sciogliersi tra labbra filamentose e sottili, come meteore che sfuggono improvvise nell'oscurità di un pensiero profondo. I più anziani pronunciavano cavernosi sussurri e con le loro mani gravitavano lungo lo spazio da loro occupato cercando di comunicare invano con quello altrui.

Era sostanza umana che pensava tra le fessure di una solitudine calante, dolcemente ombreggiata da un ricordo passato, forse perduto tra i contrasti di un giorno felice.

C'era anche una donna a cui non riuscivo dare un'età precisa.

Divenne personaggio dei miei pensieri, delicata creatura dormiente che posa la sua gravità lungo le rive del caos cittadino. Era ora di pranzo e se ne stava in piedi, lottando tra le frenate e le partenze del mezzo per rimanere salda nel suo equilibrio. Con gran foga mordeva una pasta di riso accertandosi che ogni boccone giungesse a destinazione e, per assicurarsi di ciò, portava metà delle dita lungo la parte interna e orbicolare della bocca. Segmenti di luce adornavano il suo capo: alcuni boccoli si nascondevano dietro le orecchie mentre altri, più confusamente, scendevano con tendenze ramificate lungo il suo pallido collo. Lo sguardo, fresco e penetrante, seguiva lo scorrere del paesaggio con ritmo elastico. Poi ad un tratto e con voce appannata, come quando gli amanti sussurrano le prime parole dopo un lungo bacio, chiese la fermata ma il conducente non rispose alla sua richiesta. Si guardò intorno, perplessa, perduta e taciturna come se la sua forza di bambina risultasse troppo debole per contrastare quella più adulta. Qualcuno al suo posto avrebbe protestato, forse inveito, mostrato il suo cartiglio di baldanzose critiche rivolte poi alla società stessa e verso quel grande sistema che pensa a sfamarlo per negargli poi il tempo di vivere la sua ultima natura dimezzata. La mia piccola creatura dormiente preferì invece assistere inerme alla potenza delle cose e alla sua straordinaria semplicità, lasciando che scorressero senza opporre alcun tipo di resistenza.

Osservava in silenzio, priva di flebili pensieri sfociati nel male perchè semplicemente non era capace di produrli.

Lei conosceva bene il sapore della sua pasta di riso e nient'altro. Ma è partendo da quest'ultima negazione che possiamo addentrarci in un percorso a ritroso che sveli il prezioso segreto della sua selvaggia poesia.

Strofinò le sue mani zuccherate lungo la veste che la ricopriva e infinite bricioline di riso caddero sul pavimento creando un gioco di continua caduta. Le porte si chiusero e lei era già scesa per andare in una destinazione a me ignota.
Neanche il tempo di salutarla con la voce del suo stesso silenzio...

mercoledì 9 novembre 2011

Mostra collettiva a Palermo


Palermo - Carrara
a cura di Tiziana Pantaleo e Fabio Sciortino


Da Palermo: Paolo Amico, Mirko Cavallotto, Angelo Crazyone, Serena Fanara, Katia Licari.

Da Carrara: Roberto Calo’, Alessia Iannetti, Chiara Lera, Sofia Rondelli, Matteo Tenardi.

Un progetto fortemente voluto, frutto di un lungo periodo di scambio e relazione.
Una conferma per lo Spazio Cannatella che con questa mostra riapre i battenti, e ribadisce l'attenzione verso i linguaggi dei giovani, di cui segue orgogliosamente la crescita.
Non vuole essere una mostra tra accademie ma si focalizza sullo studio, la tecnica e la disciplina.10 artisti daranno voce a realtà spesso taciute e strette nei loro territori.
Dopo la prima tappa di Carrara, il 18 Novembre inaugura allo Spazio
Cannatella Palermo-Carrara (il ritorno). *A/R di un viaggio che ha segnato e posto l'attenzione su due realtà lontane ma parallele. Giovani talenti che arrivano freschissimi di accademia. Due esperienze, due scuole, Palermo e Carrara in dialogo.

Artisti giovani, talentuosi, capaci di rappresentare e rappresentarsi.
Linguaggi diversi, autonomi, ma già indipendenti.



Dove:
via Papireto 10
Palermo,
Italy

Quando:
venerdì 18 novembre alle ore 19.00
fino al 18 dicembre, ore 22.00



mercoledì 26 ottobre 2011

martedì 25 ottobre 2011

giovedì 20 ottobre 2011

mercoledì 19 ottobre 2011

lunedì 17 ottobre 2011

lunedì 8 agosto 2011

La poetica delle cose

Intervista di Sofia Rondelli a Selena Maestrini

“..Per chi è aggredito e stordito come noi da quelle barbare gigantografie pubblicitarie che sconvolgono gli spazi urbani, che sorpresa aprire lo scrigno di questa minimalia dipinte. E l’emozione che ne scaturisce si fa più intensa quanto più piccolo ne è il formato. Come non ricordarlo ..Montale: Solo il divino è totale nel sorso e nella briciola,/solo la morte lo vince se chiede l’intera porzione.

G. Cordoni

Selena Maestrini nasce nel 1982 nel Comune di Bagno a Ripoli.

Nel 2001 si diploma in scultura allIstituto Statale dArte di Firenze.

Nellanno 2006/2007 consegue il diploma di pittura nella scuola di A. Bimbi allAccademia di Belle Arti di Firenze.

Conclusa l’esperienza accademica prosegue una collaborazione costante con allievi ed ex allievi del Prof. Bimbi grazie a progetti ideati e curati dallo stesso.

Espone il proprio lavoro in varie personali e collettive a cura di Susanna Ragionieri, Giuseppe Cordoni,Adriano Bimbi.

Nel 2010 collabora con unidea di Alessandro Fornari, realizzando la personale Canti di unesposizione, una mostra-concerto volta a mantenere viva la conoscenza della tradizione canora popolare.

Sempre dal 2010 realizza progetti artistici con un gruppo di giovani pittori, con i quali ha fondato l’associazione ARTEFICE.

Vive e lavora tra Firenze e San Casciano Val di Pesa, nel Chianti.

Il suo percorso si realizza in lavori di piccole dimensioni, con una tecnica che mischia matita, penna, olio e grafite sulla carta. Le opere, a volte, sono il risultato di semplice ed effimera attrazione, più spesso parte di un promemoria necessario e personale. Cerca oggetti, persone, paesaggi e luoghi con cui creare un dialogo esclusivo.


1. Esplorare la tua pittura significa misurarsi entro una dimensione quotidiana dove gli oggetti assumono piena cittadinanza artistica. La tavolozza appare terrosa, materica, velata da un cromatismo armonico che permetta ad ogni colore di accordarsi l’uno con l’altro all’interno di un dialogo intimissimo. La presenza umana è pressoché assente: sono i paesaggi, luoghi e ambienti a farsi largo, raccontando brani di umanità per mezzo di una lettura fortemente intrisa di lirismo, mai ostentato. Da dove nasce il tuo bisogno di fermare, servendoti della pittura, momenti e scene rubate dall’attimo quotidiano?

La necessità del ricordo è il punto di partenza. Costruisco un promemoria di oggetti per fermare il ricordo di chi mi ha dato e preso. L’impressione si realizza nella forma delle cose. Ogni volta spero di far vedere effettivamente agli altri ciò che ha colpito me.

2. Ad una primissima lettura, il tuo scenario pittorico si potrebbe dire essere animato dalla grande impronta del Silenzio. Quanto ritieni vera questa espressione?

Forse è solo l’attimo dopo in qui gli altri si sono chiusi la porta e lo spazio alle spalle. L‘istante che pare è forse silenzio ma io ne conosco il rumoroso prologo, che fa parte del risultato. E’ vero anche che il silenzio è condizione fondamentale per me e allontano il rumore con decisione.

3. “Il conoscere filosofico esige che ci si abbandoni alla vita dell’oggetto o, che è lo stesso, che se ne abbia presente e se ne esprima l’interiore necessità”. Nella tua pittura emerge la volontà di far affiorare sulla superficie pittorica proprio l’intima essenza della “cosa” animata da una meticolosa attenzione, mai didascalica, volta a effigiare scampoli di quotidianità. Qual è il tuo rapporto con il mondo delle cose?

Il mondo delle cose è ciò che mi circonda, è il luogo con cui dialogo a dispetto del fatto di essere persona.

4. Quali personalità, artistiche o letterarie, hanno notevolmente influenzato il tuo modo di rapportarti e di vivere la pittura?

Sicuramente l’esperienza che ha influito di più sul mio percorso e sulla crescita, è stata quella in Mugello.Il Professor Adriano Bimbi, cattedra di pittura all’accademia di Belle Arti di Firenze, ha creato e curato un cantiere estivo durato 10 anni, a cui ho partecipato per tre stagioni. Ogni anno, un gruppo di allievi ed ex allievi, ha avuto la possibilità di vivere insieme un’esperienza unica di pittura, condivisione e vita nella Tabaccaia di Cavallina, a Barberino di Mugello. Sotto la guida del Prof.Bimbi abbiamo potuto percepire la concretezza di un lavoro personale. Un’ esperienza decisiva per cominciare a realizzare un percorso pittorico concreto e definito, o comunque averne la percezione. Il vivere quotidiano, 24 ore su 24, assieme ad altri pittori, con un confronto continuo e con l’inevitabile influenza reciproca; ci è servito per comprendere come la comunicazione si collochi tra gli strumenti vitali all’evoluzione del proprio lavoro. So con certezza che se non avessi sfruttato quest’opportunità sarei, certo, molti passi più indietro. Pensando a personalità letterarie o artistiche che possano avermi influenzato, certamente la scrittura, la narrazione delicata di Cesare Pavese, è affine alle mie intenzioni. I suoi racconti brevi, ‘il Carcere’ prima di tutto, sono diventati un punto di riferimento e anche un possibile, plausibile, desiderato progetto pittorico che prima o poi porterò a termine. L’intenzione è di ricreare in pittura il suo immaginario. La luce del sole estivo che brucia col sale, la polvere delle strade sterrate e il punto di vista del protagonista, costretto al confino su un’isola. Trovare la via per descrivere la pace dell’ambiente e il consumarsi dell’animo, nel muoversi in circolo in uno spazio limitato che comprime la speranza di rintracciare la propria identità. In fondo la direzione è quella già intrapresa da tempo.

5. Di grande interesse è il modo in cui tratti i supporti su cui vai a sprigionare la tua attività creativa, volta ad abolire la linea di contorno e preferendo anzi, un impasto che lasci al colore il suo ruolo da protagonista. Che cosa domina, più di tutto, nella tua pittura?

Credo nella materia. Che sia corpo o muro deve farsi avanti la consistenza vitale che mi ha conquistato.

6. “Quasi senza saperlo, stiamo perdendo il nostro senso delle cose. Smarriamo la sensazione di come è fatta una cosa; del suo peso, del suo volume, del suo spessore, dei suoi colori, delle sue ombre, dei piccoli segni che ne feriscono la superficie, del valore metafisico e simbolico che essa può avere nella nostra vita”. La tua pittura ci prende per mano e ci consegna davanti a ciò che è stato, nel momento esatto in cui l’azione si dissolve facendo posto all’azione del tempo che blocca l’istante, eternandolo. Condividi il pensiero citatiano?

Certo. Provo profondo amore per le cose che osservo e fermo su carta. Ho la necessità di dargli attenzione totale. Bisogno. Forse è la più semplice familiarità con oggetti che mi circondano, che mi dà la tranquillità di raccontarli senza incertezze.

7. E’ sorprendente notare come, in una continua “ibridazione” della cultura dominante dove “essere locali in un mondo globalizzato è un segno di inferiorità e di degradazione sociale”, possa sopravvivere ancora un tipo di pittura che celebri le radici della propria terra, riscoprendone la dominante poetica adottando un linguaggio estremamente moderno. Paesaggi toscani, riquadri murari, distese maremmane affiorano in tutto il suo pregio pittorico. Quando è sorto in te, il bisogno di trasfigurare la realtà quotidiana incarnando una visione che ripercorra il reale, senza mai frantumarlo del tutto?

L’attenzione al paesaggio toscano e comunque ad ambienti familiari è parte dell’esperienza cominciata in Mugello e non di meno della voglia di tracciare un percorso d’osservazione d’intorno ricomponendo informazioni e immagini dall’infanzia in poi. Una visione che ripercorre il reale arriva da sè, un albero parla più di altri e mi accompagna per giorni in una relazione esclusiva. Porta ad un risultato più immediato e comunque raggiungibile, anche se fondato soltanto sulla memoria e non in un’osservazione dal vero. Ciò non toglie la voglia di scrutare oltre ciò che mi è ampiamente familiare, con la voglia di riuscire a proseguire il racconto. Allargare il cerchio, l’insieme. La possibilità di poter illustrare agli altri ciò che c’è intorno è il tentativo personale del pittore, dell’artista visuale, di frenare l’ibridazione. Ostinarsi a mantenere un punto di vista.

8. Torniamo alla tavolozza cromatica dei tuoi dipinti. La purezza del colore risulta deflagrata dalla forza sublime del tempo che armonizza ogni singola superficie. Nessun contrasto violento, nessuna distorsione ottica; un fotogramma del reale viene filtrato da una sensibilità pittorica tutta particolare che riporta alla luce un universo dominato, essenzialmente, dall’ombra della quiete, in un Silenzio che ancora permane, ben lontano dall’abbrutimento caotico e confusionario delle grandi metropoli. Qual’è il tuo rapporto con il colore?

Mi capita spesso di inseguire ferocemente il colore: negli stucchi venuti male su di una parete ,in una porta fatta solo di ruggine potente, nella luce di un istante preciso, e solo dopo, costruirci intorno lo spazio in armonia con quello che è diventato il soggetto del ‘ritratto’.

9. “La nostra cultura banalizza l’oggetto e il ruolo da esso occupato nella società: ne dimentica il posto e la funzione, oppure non vuole vedervi altro se non l’espressione e il mezzo della nostra definitiva alienazione”. Cosa ne pensi al riguardo?

Consumare sempre più velocemente ogni cosa disperde la possibilità di profonda attenzione. Pare fuori sincrono lo scegliere di dipingere, di poter lasciare il tempo dell’attesa e dell’osservazione al centro del proprio lavoro. Va da se come il mestiere del pittore non si coniughi facilmente con il contemporaneo, o comunque resti ai margini. Condividere e mantenere il ritmo e non di meno la visione del reale attuale, si scontra col dare attenzione alla Cose come presenze del quotidiano. Il tempo di osservazione e la sua decantazione, sono processi lenti e non sempre possibili.

venerdì 29 luglio 2011

martedì 29 marzo 2011

CHE COS’E’ L’ARTE? ~ Lev Tolstoj

A Lali Burduli


"L'uomo, grazie alla sua attitudine a essere contagiato, per mezzo dell'arte, dalle sensazioni altrui, vede rientrare nel dominio dei suoi sensi tutto ciò che prima di lui ha provato l'umanità, gli divengono accessibili i sentimenti dei suoi contemporanei come quelli degli uomini vissuti mille anni addietro, e gli si presenta la possibilità di trasmettere ad altri i suoi sentimenti."


Non è affatto una questione semplice fornire una risposta per un quesito assillante come quello posto da Tolstoj su cui critici e filosofi hanno riempito, nel corso dei secoli, volumi di estetica. Schiller, Kant, Schlegel, Hegel e tanti altri ancora ci hanno proposto argomentazioni e modi diversi d’intendere l’esperienza artistica, polarizzando il pensiero tra arte intesa come godibilità estetica (il bello e il piacere), e arte concepita all’interno di una struttura etico - morale. Ripercorrere le tappe dell’estetica moderna e scovare il messaggio latente nelle radici storiche delle avanguardie artistiche del Novecento, ci aiuta a comprendere che l’arte, oggi più che mai, pone il problema ontologico della sua definibilità. Se Lev Tolstoj cerca di rispondere alla questione in modo non molto esaustivo con il saggio del 1897, oggi la critica, ma soprattutto il pubblico, avverte l’urgenza di spostare la riflessione su “che cosa” sia effettivamente arte, sensibilmente turbata dall’attuale e caotico panorama artistico che assume sempre più visibilmente un aspetto proteiforme. Turbamento che non è affatto nuovo se pensiamo alla famosa Fountain di Duchamp e che continua, evidentemente, a risollevare molti degli interrogativi passati. Colore, tela, creta, gesso, bronzo, pietra e legno indicano ormai qualcosa di obsoleto: l’arte, o meglio l’artista, ha cercato di superare i consueti campi operativi per formulare un linguaggio del tutto nuovo in stretto contatto con la scienza, l’evoluzione tecnica e la mutevolezza sociale, varcando addirittura i semplici confini espositivi per spostarsi e intervenire direttamente sul territorio urbano e naturale, cercando di abolire la logica del mercato artistico e quella del collezionismo. Se l’arte contemporanea cerca di servirsi il più possibile dei vocaboli del linguaggio moderno, non è detto che riesca a porsi, con la stessa efficacia, come punto nevralgico e centrale della riflessione sociale. Gillo Dorfles, per mezzo di una sottilissima acribia acritica, afferma nel saggio L’oscillazione del gusto: l’arte tra tecnocrazia e consumismo: “oggi stiamo assistendo a continue rivoluzioni, non solo nel gusto artistico ma nell’oggetto stesso di quello che siamo soliti definire arte e tali rivoluzioni ci portano a considerare arte quello che un tempo non lo era. Oggi non è più possibile parlare d’arte nei termini di un’essenza categoriale e immutabile dello spirito, ma come di una mutevole realtà il cui stesso significato muta a seconda delle epoche e può persino identificarsi, di volta in volta, con il mito, la religione, la società”. Il sentore di questa realtà estremamente dinamica e impervia si avverte anche nel saggio di Tolstoj, dunque molto tempo prima che avvenisse la frattura epistemologica con le avanguardie nei primi inizi del Novecento. Prendiamo in esame il periodo in cui il grande scrittore russo fece le sue considerazioni sul coevo panorama artistico; la data della pubblicazione risale al 1897 ma in realtà la stesura del saggio lo impegnò per una durata totale, talvolta saltuaria, di ben quindici anni. L’impressionismo era già sbocciato e la maniera accademica cominciò ad essere motivo di dibattito per la nuova generazione di artisti, mentre più tardi verrà presa in esame, con vedute più ampie e meno vincolate, anche da parte dell’assetto critico. Nonostante Tolstoj dimostri un pensiero assai arcaico e monolitico, incapace di comprendere lo spirito rivoluzionario che animò tutto l’Ottocento (specie quello degli ultimi decenni come evidenziò Mario de Micheli nella sua storia dell’arte), in diverse parti del saggio troviamo spunti illuminanti, estremamente attuali che ci portano a discettare la sfera artistica all’interno di un campo ideologico e severo come quello tolstojano. Il lettore, al di là delle opinioni divergenti o meno con lo scritto saggistico, può “armarsi" di una struttura critica in grado di riconsiderare aspetti dell’arte che vengono, sempre più spesso, presi in minor considerazione. Significative le parole centrali del quinto capitolo: “Per definire con esattezza l’arte, occorre anzitutto smettere di considerarla come un mezzo di godimento, e ravvisarla invece come una delle condizioni della vita umana. Sotto questo profilo, ci sarà impossibile non vedere che l’arte è uno dei mezzi attraverso i quali si attuano le relazioni tra gli uomini. Ogni opera d’arte fa sì che chi la intende entri in un determinato genere di relazione con chi l’ha prodotta o la produce e con tutti coloro che assieme a lui, o prima o dopo di lui, hanno percepito o percepiranno la medesima impressione artistica.” Arte diventa quindi sinonimo di espansività, dilatazione, prolungamento dell’essere, santissimo contagio tra gli uomini, creazione di universi alternativi alla realtà, comunicazione immediata di immaginari collettivi e tanto altro ancora; l’arte può essere in grado di creare un vivo scambio tra culture diverse, punto d’incontro tra esperienze differenti che trovano la loro espressione nel linguaggio visivo. Riflettiamo sulle parole di Tolstoj e chiediamoci se oggi, ma anche durante il tempo in cui avvenne la stesura del saggio, possiamo asserire in modo univoco che “l’arte è ancora uno dei mezzi attraverso i quali si attuano le relazioni tra gli uomini”. Chi avrà avuto modo di visitare mostre contemporanee, si sarà reso conto di quante opere, installazioni o impianti multimediali esigano il supporto di un adeguato testo critico in grado di avvicinare lo spettatore alla lettura dell’opera. Con tutta la concentrazione possibile, il pubblico passeggia irrequieto tra le sale, cercando di capire “dove inizia o finisce l’opera d’arte”, sfogliando volantini e guide per scovare il messaggio latente lasciato dall’artista, enigmatico ad una prima, seconda, terza e quarta osservazione. Ci troviamo di fronte ad un’arte forse fin troppo presuntuosa, dagli elevati pretesti intellettuali, sofisticata e, il più delle volte, incomprensibile per la maggioranza del pubblico. Per comprendere un messaggio visivo, non occorre essere supportati da un’adeguata formazione artistico-culturale. L’arte è comunicazione diretta, immediata, bagno lustrale alle sorgenti della vita, relazione emotiva tra soggetto e oggetto. Quando l’arte non riesce più a comunicare ma a trasmettere soltanto il nichilismo del tempo in cui viviamo, in un disperato circolo vizioso dove si ricorre all’effetto mediatico servendosi di linguaggi destabilizzati, fallisce nel suo intento originario: “L’arte è un mezzo di comunicazione che riunisce gli uomini accomunandone le sensazioni, ed è necessario alla vita e al progresso verso il bene del singolo uomo e dell’umanità”. Se il modo tolstojano di concepire l’espressione artistica si rifà spesso a dei precetti cristiani (dunque un pensiero ideologico molto forte che non discende dalla tradizione evangelica), ciò non toglie che la deflagrazione di certe convinzioni possano essere riprese in considerazione per avviare una lunga serie di riflessioni che ci portino a comprendere il nostro tempo, scovandone le cause e a discettarne gli aspetti centrali. Tra le avanguardie (ma non solo), è diventata ormai una consuetudine segnalare un disagio e svelare problematiche che tendenzialmente si cerca di occultare, indirizzando la comunicazione verso un febbricitante stato di curiosità ricorrendo spesso allo shock, alla deformazione, l’ironia e il grottesco. Ma l’arte deve fare di più; non basta mostrare sotto forme diverse l’ospite inquietante del nostro tempo, ma occorre andare oltre, superare questo stato narcotizzante che depreda il buon vivere, spargendo semi che non diano come frutti nuovi metodi espressivi (che sono già troppi e disorganici), ma che facciano riscoprire la valorizzazione del contenuto, l’efficacia istantanea del messaggio, l’esaltazione di elementi primari come il colore e la materia.

venerdì 4 febbraio 2011

La rete delle cose


"E tu non dire
ch'io perdo il senso e il tempo
della mia vita -
se cerco nella sabbia
il sole e il pianto
dei mondi -
se getto nelle cose la mia anima
più grande - e credo
ad immense magie..."


A. Pozzi
tratto da Cose
1933

giovedì 27 gennaio 2011

Portfolio personale


A cura di Simone Cimoli,
laureando in Informatica presso l'Università di Pisa.
Progetta, elabora e gestisce la creazione di portfoli virtuali per artisti.

Clicca sull'immagine per visualizzare il portfolio.

mercoledì 19 gennaio 2011

domenica 16 gennaio 2011

Sul Silenzio nella pittura

“Il silenzio non esiste più come mondo, ma solo come un suo frammento e come tale fa paura all’uomo. Talvolta, in una città, un uomo precipita improvvisamente nella morte in mezzo al frastuono della strada: allora sembra che all'improvviso, a fianco del morto, risorgano i frammenti di silenzio che se ne stavano fra le chiome degli alberi a lato della strada, sembra che questi avanzi siano strascicati accanto al silenzio del morto e per un momento si fa calma in città: i resti del silenzio sono là, accanto all'uomo caduto e si apprestano a sparire con lui nella morte.”

Max Picard

Quando si lavora all’interno di un supporto pittorico, si è soliti agire con il colore e i suoi resti, i pennelli, l’uso delle mani, la vista e la spinta creativa. Tutti questi elementi hanno a che fare, in maniera più o meno consistente, con l’espressione artistica o, meglio ancora, con tutto ciò che diventa manifestazione dell’uomo per mezzo dell’immagine. Sopiti impulsi sensoriali vengono convocati per dare origine ad un meraviglioso processo unificatore dove pensieri e immaginazione, suoni e parole, sentimenti ed emozioni si fondono con il solo scopo di liberare un’energia interiore che si traduce appunto, in immagine. Ma dove operano questi elementi così diversi tra loro? In che modo possono unirsi così efficacemente originando un solo ed unico prodotto? Qual è l’elemento sacro e santissimo che riesce ad unificarli? Per rispondere a questo interrogativo, occorre edulcorare queste spinte per riuscire ad avvertire il battito nel loro fondo, il tappeto dove esse scorrono indisturbate con il fine unico di sboccare nell’attesa creativa. Avvertiremo il richiamo del Silenzio in cui l’anima fermenta, gioisce, cresce, si spezza e matura per comprendere lo sviluppo di alcune costanti che caratterizzano la fase operativa. E' il silenzio che armonizza le sue forme conferendogli lo stesso peso e la stessa importanza, procedendo lento e salmodiante quanto una litania. Una domanda che sorge subito spontanea è questa: sarà possibile rappresentare gli aspetti dinamici, mutevoli e invisibili del silenzio all’interno di un contesto pittorico? La nostra risposta è già stata ampliamente esplicata con lo sviluppo dellastoria dell’arte: forme bizantine dotate di incredibile sintesi rilucono in ambienti astratti e simbolici tese all’ascolto della fluidità informe del silenzio; la sfinge egizia non è sospensione ma abisso di silenzio mentre nelle cattedrali esso si è eclissato dalla frastornante realtà del rumore; le stampe nipponiche sono state edificate seguendo i fili conduttori del silenzio mentre nei dipinti di Piero della Francesca i personaggi sono avvolti da questa patina indistruttibile che reca armonia e senso di eternità allo sviluppo di virtuosi giochi cromatici. Sono ancora tantissimi gli esempi da riportare ma risulterebbe difficile individuarli con certezza se prima non impariamo a riconoscere il volto del silenzio. Queste riflessioni, nascono innanzitutto con la rilettura dello straordinario saggio “Il mondo del silenzio” di Max Picard, un pensatore difficilmente menzionato dalle antologie. E’ assai insolito pensare come il pensiero di un filosofo, strutturalmente razionale, sia in grado di elaborare dottrine servendosi di un linguaggio metapoetico. Si potrebbe forse parlare del silenzio senza fare contemporaneamente poesia quando entrambi sono cosa sola? Picard esamina questa costante analizzandolo dapprima come un fenomeno a sé, per poi scovarlo addirittura nella natura umana, come se ogni essere umano fosse la personificazione stessa del suo silenzio. Nonostante Picard cada fin troppo spesso in un ritmo ripetitivo e anchilosato scivolando in un pleonasmo di parole, il testo si rivela una ricchissima fonte da cui trovare l’impronta del proprio pensiero seguendone il suo percorso curvilineo. Picard illumina la mente del lettore, lo pone di fronte all'eternità del silenzio mettendo in ridicolo la sua voglia di nascondersi claudicando parole, denuncia con impeto la società del rumore e riscopre il valore dell’uomo nello scorrere pacato e mastodontico di tutto ciò che tace. “In questo mondo, che calcola tutto secondo l’utile immediato, non c’è più posto per il silenzio. Esso è stato bandito perché non era lucrativo, perché si limitava a esistere senza mostrar di possedere uno scopo, non se ne ricavava nulla, era improduttivo. Oggi il silenzio equivale quasi soltanto a incapacità, incapacità di continuare a parlare, una cosa del tutto ridotta, negativa. E’ simile a un errore di costruzione nel continuo corso del rumore.” Questa è la visione distorta che abbiamo generalmente tutti del silenzio, in modo cosciente o no, poco importa. In un mondo come il nostro, animato e reso vivo dal rumore, il silenzio corrisponde soltanto alla feccia del vuoto. Ecco che allora, nuovamente, la pittura deve distinguersi da questi moti rutilanti e chiassosi che narcotizzano l’uomo moderno. La sua voce deve luccicare laddove il rumore regna indisturbato. Ordine e armonia, silenzio intriso di poesia, commistione pittorica unita ad un contenuto vero, proprio e dipendente soltanto da se stesso. Questa continua discrasia tra i diversi modi di comunicare creano, se mal gestite, instabilità e confusione divulgativa. Per questo, nella pittura, la comunicazione deve ridursi al solo motivo poetante del colore e della forma, senza macchiarsi di tecnologie, effetti scenici e fuochi artificiali per concorrere alla potenza mediatica dei nuovi mezzi informativi.

Oggi la forza della pittura risiede proprio nel suo non imporsi, nell’essere cosa che tace dentro il suo sviluppo coloristico. Occorre operare con il silenzio, far si che le voci cromatiche non si sovrastino l’una sull’altra o creare un coro armonico dove i toni più forti ravvivino quelli meno luminosi.

Questo è il volto del silenzio, questo è il volto della pittura.

domenica 2 gennaio 2011

sabato 1 gennaio 2011

mercoledì 15 dicembre 2010

Mostra personale I LIRICI DORMIENTI



Inaugurazione sabato 18 dicembre 2010
ore 11.00

nei locali espositivi del Liceo Artistico di Carrara "Artemisia Gentileschi"
con la presentazione in aula magna di
Gino Cappè e Claudio Cargiolli.


Fino al 14 gennaio 2011


tel. 0585 75561

lunedì 6 dicembre 2010

domenica 5 dicembre 2010

Lo spirito negato


Herbert Read ci ha insegnato che nell’arte non esiste progresso come può esistere invece nella scienza, ma è inevitabile pensare che nel suo attuarsi si siano verificati momenti di decadenza e fortunatamente, anche di ripresa. Oggi assistiamo alla frammentazione del polo delle arti, alla caotica subordinazione tra capacità tecnica, inventiva, concettuale e alla stessa distruzione del concetto di ciò che è da ritenersi bello. Quando domandai ad un professore di discipline plastiche se poteva andare l’abbozzo di una scultura, egli mi rispose sinteticamente: “Deve funzionare”. Non è più corretto affidarci all’ormai vago e superfluo criterio del bello ma è giusto muoversi secondo ciò che è funzionale ed ergonomico, regolato da una sua armonia indipendente da fattori di natura estetica. L’universalità del gusto è venuta a scindersi dall’arte con l’avvento della globalizzazione, un fenomeno che “ci coinvolge tutti alla stessa misura e allo stesso modo” se vogliamo dirla con le parole di Bauman nell’ottimo libro “Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone”. Non è più possibile ascrivere il fenomeno artistico entro la categoria immutabile dello spirito perché essa si presenta sotto molteplici aspetti, in una realtà assai contrastante, mutevole e precaria. Oggi il gusto estetico non dipende più da un cerchio limitato di botteghe, scuole e movimenti, ma dalle singole individualità. Anche le collettività si stanno avviando a diventare La Collettività, un unico grande sistema dove tutti vestono alla stessa maniera, seguendo le stesse tendenze consumistiche, musicali e mediatiche. La realtà del piccolo paese emigra verso la “bella vita”, quella realtà fittizia che brilla di denari e potenze ultratecnologiche. Come si suol dire, l’arte è espressione del proprio tempo e oggi non esprime altro che la sua decadenza, almeno nella sua parte più conclamata. Provo rabbia e dolore quando critici incapaci elogiano l’espressione artistica di un Murakami intento a fondare la propria creazione artistica nel nodo commerciale di una cultura balbettante, sfracellata dal consumismo e drogata dal massiccio controllo del sistema capitalistico. Designare lo slancio creativo nel cuore livido e infetto del consumismo, significa dare l’avvio ad un impasto asettico che ripudi in primis tutto ciò che concerne lo spirito. Questa non è arte, è kitsch che tramuta in camp. Ma provo commiserazione per coloro che trovano addirittura “divertente” il dito medio di Cattelan in piazza Affari a Milano senza porsi ulteriori interrogativi sull’attuale scenario artistico. Perché oggi l’arte deve provocare, divertire, meravigliare con l’effetto-shock, in quanto deve concorrere alla mostruosa prepotenza della realtà mediatica. Se un tempo la produzione artistica doveva riunire la società entro un atto di fede (anche laico), promuovendo la riflessione e la considerazione di taluni temi, oggi deve stupire e meravigliare in un contesto ben lontano da quello che poteva essere in età barocca. L’arte odierna sta diventando sempre più concettuale, aneidetica, disarmonica, priva di un radioso centro come accadeva nell’euritmia rinascimentale. La realtà mediatica ipnotizza le masse eclissando il suo “bisogno d’arte” che, pur esistendo, viene spesso ignorato e oscurato da espressioni più accattivanti che recludano il discorso attorno alle arti. Il settore artistico pascola nell’idea che l’arte debba riflettere l’attuale disagio culturale; esso sguazza nella fiumana involutiva di un caos che si prefigge un ordine prima ancora di scovarlo. Ma spetta all’artista e alla cerchia intellettuale determinare il punto di rivolta e di rottura, sviare il pensiero dall’aberrante panno dell’oscurità, riportare l’espressione artistica al punto di riferimento che era, vissuta nel suo intento educativo e di confronto, come momento di raccoglimento e di ritrovo dove lo spirituale trovi nuovamente la sua più alta e brillante manifestazione. La crisi artistica trova il suo epicentro nell’estrema dilatazione del settore informativo e nell’abolizione di tutte quelle frontiere culturali che rendono caratteristico un paese. L’entità culturale di uno stato non si riconosce più dal suo presente ma dal suo passato. E’ delirante asserire ciò, ma l’arte odierna è stata rimpiazzata nel ruolo di comparsa nell’asfittico teatro mediatico. La realtà globale, nel giro di tempi dalla brevità assoluta, si è trasformato in un’unica piattaforma culturale dove le caratteristiche peculiari di un certo ambiente vengono soppresse da visioni parallele e indistinte. Se molti secoli fa ben si distingueva la scuola fiorentina da quella senese, oggi non solo si è incapaci di ascrivere una nazione in un proprio gusto caratteristico svincolante da altre realtà culturali, ma lo stesso panorama mondiale è un succedersi continuo di movimenti brevi e superflui che tendono a contraddire il momento antecedente. Significative in questo momento della nostra storia, sono le parole del grande Andrej Tarkovskij: “Il nostro io che diventa il centro della vita terrena, ha un valore e un significato oggettivo se attinge un determinato livello spirituale, se si sforza di raggiungere la perfezione spirituale esente, prima di tutto, da intenti egoistici. L’interesse verso se stessi, la lotta per la propria anima, richiedono da parte dell’uomo un enorme risolutezza e sforzi colossali. Per l’uomo è assai più facile abbassarsi in senso morale che innalzarsi anche soltanto di poco al di sopra dei propri interessi pragmatici, egocentrici. Occorrono enormi sforzi spirituali per conseguire un’autentica nascita spirituale e l’uomo viene preso facilmente all’amo dai “pescatori d’anime”, rinunciando alla propria via personale in norme di finalità che si pretendono più nobili e generali, senza confessare a se stesso che in realtà sta tradendo la vita che gli è stata data per un determinato scopo”. Trovo eccezionale l’espressione “pescatori d’anime”, un’immagine bellissima che esprime esattamente come funziona l’industria culturale del nostro tempo. L’artista deve spurgare la propria anima dalle nefandezze attuali perchè la cura dello spirito inizia da noi stessi e non dalla proiezione di sé in un contesto sociale che fonda lo slancio creativo su idee già confezionate e prefabbricate da un sistema sbagliato.

venerdì 3 dicembre 2010

martedì 23 novembre 2010

I luoghi infetti dell’arte

Si percepisce una certa freddezza, un’incurabile stato d’animo che prende ad insediarsi nei rami passivi di un sonno ingiustificato. Il torpore della nebbia attutisce la grinta mercuriale del colore e ghermisce il primissimo, fragile palpito dell’emozione. In un cortile giacciono meravigliose copie della statuaria classica: sono colte nel loro gesto di umane prestazioni, pavesate da lenzuoli di polvere, gli occhi grigi e tirati all’insù. Affreschi fatiscenti ricoprono corridoi inanimati, mentre volti effigiati dal tempo guardano il vuoto con leggera compunzione. Le pareti scorrono lisce e nude, frammentate da un rumore sordido, mentre la calma e il silenzio prendono di nuovo a folleggiare sopra ciò che rimane. Il colore è emigrato, i lirici dormienti giungono nel canto di una magrissima consolazione. E’ il canto della nostalgia, la morte annunciata di un credo perduto, lo sguardo costernato per tutto ciò che un tempo era espressione di spirito e adesso è espressione di anguste mode di mercato. Mi spaventa la normalità delle persone, la loro incuranza di fronte all’inesplicabile forza della bellezza che urge per dichiararsi di fronte agli uomini. La normalità accompagna lo spirito ad uno stato di letargo, mitiga il vivace presentimento dello stupore, foggia anime incapaci di credere nella loro sensibilità e di sentire il battito delle cose. “Noi crediamo che esista ciò che sembra esistere” mentre l’invisibile si manifesta con maggiore prepotenza rispetto a tutto ciò che i nostri sensi riescono a registrare in modo meccanico e asettico. E’ troppo immensa la bellezza per poterla guardare senza esserne squarciati come carne viva, senza provare il disagio della solitudine verso ciò che lotta per mantenere la propria espressione sul mondo. Fa male guardarla perché abbiamo dimenticato come discendere dalla normalità. La bellezza è profonda, smisurata, diafana in superficie e oscura nei penetrali più depressi. Accorgersi di essa, significherebbe abbattere per sempre il muro coriaceo della paura.

lunedì 22 novembre 2010

giovedì 11 novembre 2010

Il nostro secolo disarmonico: tra materialismo e spiritualità

Intervista di Sofia Rondelli a Marco Giorgerini

Marco Giorgerini nasce in un'anonima cittadina in provincia di Livorno.
Nel tempo libero legge – e annusa – libri e si delizia ascoltando gruppi misconosciuti. Quotidianamente impreca contro le falene, l'aglio, l'attuale governo e l'asfissiante immobilismo sociale. Beffeggia i falsi intellettuali che raggiungono orgasmi multipli per un verso mutilo di una poesia spuria e maledice la sua insonnia. Laureando in lettere moderne, il che la dice lunga sulla sua saggezza, sta partecipando a uno stage presso La Voce del Ribelle (diretto da Massimo Fini e Valerio Lo Monaco, www.ilribelle.com). Collabora al sito criticaletteraria.blogspot.com.

1. Nel corso dei secoli l’arte ha avuto funzioni differenti: esaltazione del potere monarchico, celebrazione del dominio cristiano, funzione educativa del popolo secondo principi morali, sregolatezza e libertà espressiva nel secolo scorso. Che ruolo svolge oggi la letteratura? E soprattutto, è giusto parlare di un suo ruolo?

Non credo sia opportuno parlare di ruolo della letteratura. Quest'ultima, come del resto ogni altra forma artistica, trascende – anche quando ne ha – le mere finalità didattiche ed è difficile assegnarle ruoli precisi. Anche considerando, ad esempio, i prodotti letterari commissionati esplicitamente da duchi o principi vari in epoca rinascimentale sarebbe impossibile pensare di ridurli a puri manifesti di propaganda e parlare di “letteratura encomiastica” credendo di ingabbiarla veramente in una soddisfacente categoria; sarebbe limitante e privo di senso mettere l'accento su un singolo aspetto tacendo su tutti gli altri. Rimanendo al presente, la letteratura si muove inevitabilmente entro processi sociali e culturali molto più grandi di lei che, in qualche modo, fissano i limiti del suo territorio. Benjamin scriveva: «Non c'è mai stata un'epoca che non si sia sentita, nel senso eccentrico del termine, 'moderna' e non abbia creduto di essere immediatamente davanti a un abisso. La lucida coscienza disperata di stare nel mezzo di una crisi decisiva è qualcosa di cronico nell'umanità». Non so se siamo davanti a un abisso, ma di certo una serie di avvenimenti, di fatti più ancora che di astratte tendenze, ha reso la letteratura priva di 'lanternoni' da seguire e alla luce dei quali orientarsi. Se non proprio un abisso, abbiamo alle spalle dei crepacci molto profondi. Dalla caduta dei blocchi e delle ideologie al principio di indeterminazione di Heisenberg, ogni tipo di certezza è di fatto morta. O se la passa malissimo. Lungi dalla presunzione (oggi suonerebbe tale) di essere ispirata dalle muse o di essere partorita dal genio dei vati di turno, pronta a mostrare la luce a una massa di ciechi, la letteratura non può che farsi piccola, un po' spaesata, spaventata forse, chiusa in se stessa, senza 'assoluti' a cui appigliarsi. E proprio per questo, potenzialmente libera, debordante, spericolata come solo può essere chi non teme di cadere nel vuoto, dal momento che già è nel vuoto. E magari non è neppure un così brutto posto.

2. La “realtà” mediatica sembra sostituirsi sempre di più con quella effettiva, tanto da surrogare la vita spirituale con quella materiale. L’omologazione dell’informazione rischia di conformare in modo disastroso anche le giovani coscienze, come sta già accadendo da tempo nel nostro paese. Ciò nasce soprattutto da una mancata conoscenza delle proprie esigenze interiori. Cosa ne pensi al riguardo?

Sulla poca conoscenza delle proprie esigenze interiori non ci piove. Bisogna però chiedersi perché quel che è così intimamente nostro risulta ai nostri stessi occhi indefinito, sfuggente, a volte completamente inconoscibile. Non voglio dire che è un effetto diretto della realtà mediatica, tuttavia i media inevitabilmente ci plasmano. Non cancellano la conoscenza della nostra interiorità, ma senz'altro la indeboliscono e sono quindi tra le concause del nostro spaesamento interiore. Non è tanto il contenuto di un medium a incidere sulla realtà. Non conta molto quel che la tv – la regina dei media, una specie di dea luminescente con antenne in testa – trasmette, è piuttosto il rumore di fondo a causare danni di non poco rilievo. Siamo assaliti da stimoli di ogni tipo che ci bombardano quotidianamente. Inoltre, spesso non si ha un'informazione omologata, come dici tu, ma una disinformazione differenziata...un cicaleccio costante su cose assolutamente non importanti che, a lungo andare, non può non indebolirci. I troppi stimoli che ci colpiscono non sono, alla fonte, gerarchizzati. Recepiamo, anche involontariamente, milioni di informazioni; non possiamo analizzarne una ad una senza costringere il nostro cervello a un estenuante e infinito tour de force. Tutto ciò ha risvolti sia sul piano scientifico che su quello letterario: l' “information overload” è sempre più studiato dagli scienziati, il potere stordente di una pluralità di stimoli diversi e contraddittori è uno degli aspetti che contraddistinguono, in letteratura, la categoria del postmoderno.

3. Negli anni ’60 Antonioni, con la sua trilogia, ci parlava dell’incomunicabilità: “Se l’uomo oggi è più solo, è perché la comunicazione è diventata più difficile. Ciò avviene, credo, proprio perché non riusciamo a ritrovarci in questo ambiente. Forse il disagio è dovuto anche al fatto che la tecnica precede in modo così allarmante la vista, restandone separata”. Per Tarkovskij l’incomunicabilità deriva da “questa nostra vita complessa che, predisponendo per ciascuno di noi un ruolo preciso, ci pone in condizioni tali da far sviluppare soltanto quelle caratteristiche della nostra anima che ci aiutano a evolvere in un ruolo ben preciso. Gli altri tratti dell’anima deperiscono. E questi fattori psicologici insieme a quelli sociologici generano paura, mancanza di fede, viltà e perdita delle speranze.” Oggigiorno questo tema è ancora attualissimo, nonostante se ne parli poco. Il cinema d’autore è pressoché inesistente, mentre l’arte contemporanea testimonia un tempo di crisi, data la perdita assoluta di verità da trasmettere. Quando, secondo te, ci risveglieremo da questo torbido sonno dettato da eccessivo materialismo e consumo?

Non parlerei di torbido sonno. Certamente il periodo non è dei più felici da molti punti di vista, ma parlare di risvegli di una società è forse inopportuno. L'assenza di verità da trasmettere, come ho già detto, credo sia più un bene che un male. Una speranza può venire semmai proprio da un auspicabile relativismo e da una sua reale interiorizzazione. Dovremmo poi cercare di innalzarci al di sopra dei tempi brevi della vita umana: settanta o ottanta anni di 'sonno', per i tempi che conosce la storia, sono ben poca cosa. Ad ogni modo c'è da augurarsi fortemente che un cambio di rotta ci sia. Ci sarà, suppongo, quando sarà messo in dubbio l'intero sistema liberal-liberista su cui si basa la nostra società. Quando smetteremo di consumare per produrre e torneremo a produrre quel che consumiamo. Quando non saremo più ingranaggi invisibili di un'unità di produzione e potremo guardarci e riconoscerci uomini, quando avremo un terreno comune che vada al di là del logo diWindows e delle suonerie polifoniche del cellulare. Quando sapremo aderire alla natura e toglieremo le troppe sovrastrutture che ci siamo costruiti (non mi auguro un ritorno all' “uomo selvaggio” e non nego l'importanza della cultura, che non rientra certo tra le sovrastrutture). Allora potremo parlare, e ridurre l'incomunicabilità. Ridurre, perché in certa misura è connaturata all'uomo, e al suo linguaggio.

4. Cosa ne pensi della morale? E se esiste, che funzione svolge nella nostra società?

Non credo che esista la morale così come viene solitamente intesa. Non esiste, cioè, quell'insieme di valori assoluti su cui basare la nostra esistenza. Per evitare l'homo homini lupus hobbesiano e per far sì che una società non imploda è necessario imporre dei vincoli, necessari e ineliminabili. Stabilire cos'è giusto e cosa è sbagliato. La morale, insomma, è frutto di un patto inevitabile. Nell'originario stato di natura ogni uomo può far violenza agli altri e può subire violenza. Gli istinti, non necessariamente di morte, se non regolamentati portano alla disgregazione di ogni comunità. C'è bisogno dunque di costruirsi divieti che non sono innati e che possono mantenere una stabilità sociale. La morale è probabilmente la sommatoria di precetti che fin dall'infanzia sono introiettati in noi dai genitori, dalle istituzioni e più in generale dalla società. E cambiano da società a società (di nuovo, l'importanza del relativismo. Con buona pace di Ratzinger).

5. Non solo i singoli individui, ma anche lo stato italiano sembra incentivare sempre di più la promozione di attività utilitaristiche legate strettamente al lucro e alla produzione. La politica culturale è mal gestita e il livello di istruzione è di gran lunga più basso rispetto a quello di trenta/quarant’anni fa. Ma siamo sicuri che questo rifiuto di ciò che è spirituale e l’attuale incultura del nostro paese, dipenda solo da un sistema politico-legislativo? Oppure è l’uomo che, in questo secolo, agogna una vita priva di spiritualità?

Credo che il vero problema non sia l'agognare una vita priva di spiritualità, ma il non agognare. È come se fossimo narcotizzati e resi docili e conformi. Il sistema politico ha senz'altro colpe enormi, ma certo non è un'entità astratta calata dal cielo. È il serpente che si morde la coda, e non è facile uscirne. Negli ultimi anni l'impero mediatico berlusconiano ha massicciamente contribuito a diffondere il vuoto nella mente di molti, disposta ad accoglierlo. Non è una risposta questa, è solo una riflessione. Del resto, non mi pare che siano ancora chiari i veri motivi per cui un'anestesia di questo tipo ci scorre nelle vene.

6. Quale scrittore o poeta contemporaneo, a tuo avviso, designa ed esprime l’attuale perdita di certezze, il caos della vita e la mancanza di verità da mostrare?

Mi sembra che sia l'intero Novecento (fatte salve, ovviamente, notevoli e numerose eccezioni) ad esprimere la perdita di dati obiettivi e indubitabili. Per citarne qualcuno: Zanzotto, Arbasino, Malerba. Quest'ultimo ebbe a dire: «Non sono in grado di fare profezie, ma considero questa mancanza di modelli una situazione ideale per la narrativa».

7. Molti artisti, a partire dal movimento impressionista fino ad oggi, si rifanno all’arte orientale per una ricerca che punti all’essenzialismo cromatico e formale. E’ una sperimentazione che volge soprattutto al totale recupero dell’armonia. Com’è possibile che l’uomo occidentale interiorizzi una cultura così diversa e lontana come quella orientale, quando basterebbe riscoprire le origini della nostra storia (vedi, per esempio, l’arte etrusca) per una totale adesione, connaturata e storica, a ciò che non è più frammentario e disarmonico?

Ho dei dubbi sulla possibilità, da parte dell'uomo occidentale, di interiorizzare realmente culture così distanti. Temo che spesso si tratti soltanto di mode (non è il caso di Gaugin, per intenderci, né di molti altri). Comunque, la tendenza ad avvicinarsi a società da noi distanti – in ogni senso – non penso sia in sé condannabile. Negli ultimi anni, con il rafforzarsi della globalizzazione, appare anzi inevitabile. Augurabile, addirittura. A meno che si parli di globalizzazione solo a proposito di merci e non a proposito di uomini e popoli...Non sono un artista comunque. Tu sei un'artista: fatti la domanda e datti una risposta, direbbe il sempiterno Marzullo!

8. “Siamo fatalmente incapaci di dominare le conquiste materiali e di utilizzarle per il nostro bene. Noi abbiamo creato una civiltà che minaccia di distruggere l’umanità”. Come interpreti le parole di Tarkovskij?

Le interpreto come un dato di fatto considerato da una prospettiva pessimistica e un po' generica. Le conquiste materiali non possono essere soltanto demonizzate (basti pensare alle medicine, ad esempio, sulla cui 'positività' immagino che non avesse dubbi neanche Tarkovskij). Rimane comunque inscalfibile l'elemento di fondo: le conquiste materiali rischiano di sopraffarci e spesso ci sopraffanno. Non per questo sono da condannare in toto. Un coltello, usato con criterio, può tagliare una patata piuttosto che il collo del vicino di casa.

9. “L’uomo viene generato per la sofferenza, come le scintille per volare in alto” (Giobbe, 5, 7). Ossia il senso dell’esistenza umana consiste nella sofferenza, senza la quale è impossibile “volare in alto”. Cos’è la sofferenza? E quanto è importante per un’artista nel processo creativo?

Unde malum? Se fossi Dio, che non esiste per quanto mi riguarda, potrei risponderti. Ma sono umano, e non so farlo. Non credo sia possibile capire il senso della sofferenza. Hans Jonas si chiedeva dove fosse Dio ad Auschwitz, ed effettivamente, per non far passare da sanguinario Dio, bisognerebbe dedurre che il male non è 'voluto', che è casualità, che è privo di senso. Quanto al rapporto con l'arte direi che l'uguaglianza “artista uguale uomo che soffre” dovrebbe essere rivista. L'arte è espressione delle proprie emozioni e, quando più quando meno, dell'atto razionale che le organizza entro forme e figure volute. Chi dice che ogni artista soffre rilancia un mito che andrebbe sfatato. Ogni artista, certo, soffre anche. Come ogni uomo del resto. Ogni artista è un uomo, e questo troppo spesso viene dimenticato. Dimenticanza che fa danno agli artisti, a volte, e più spesso fa danno ai non artisti, declassati al ruolo scomodo di chi vive e non scrive, o non dipinge, o non suona.

mercoledì 10 novembre 2010

lunedì 8 novembre 2010

Poeta e filosofo


Un immaginario comune

lunedì 1 novembre 2010

Gli ultimi resti del Silenzio: quando la parola trasfigura in Poesia

Intervista di Sofia Rondelli a Roberto Maggiani


“[…] Maggiani è un poeta sensibilissimo, che pone la sua voce su quella soglia che separa, labilmente, il limitato dall’illimitato (e l’uomo da dio). Così, la poesia medesima si rivela come l’estremo gioco di un acrobata: da una parte, essa è tutta sospesa sopra il vuoto dell’inconsapevolezza e della mancanza; dall’altra, è invece spinta a mirare verso l’alto, verso l’oltre, di là dal suo stesso sguardo. Ed è proprio nell’istante della visitazione del verso – dono che non appartiene al poeta, ma che il poeta riceve, e a sua volta trasmette – che la scrittura assurge ad angelica testimonianza di immediato collegamento tra l’individuale e l’universale, tra stupore e attenzione, tra sogno e coscienza. […]”

Mario Fresa sul blog farapoesia


1. Riscoprendo il valore etimologico della parola, poeta è colui che crea, che compone e inventa. Cos’è per te la poesia e cosa significa essere permeati quotidianamente da essa?


Cara Sofia la tua domanda, rivolta ad autorevoli poeti, ha ottenuto risposte differenti e importanti. Mi chiedi di rispondere a qualcosa che personalmente non conosco. Sembrerà strano, ma io non so cosa sia la poesia, è vero che mi sono fatto delle vaghe idee, ma rimane, a tutt’oggi, dopo quindici anni di scrittura con pubblicazioni (preceduti da dieci anni di scrittura privata), un grande mistero. Ma è forse questo fatto a determinare l’importanza e la forza, oserei dire dirompente, che essa ha nella mia vita quotidiana, ormai non so più pensare la mia vita distinta dalla poesia. E’ come se essa fosse, ma forse lo è, l’anima del mondo che di tanto in tanto mi rivolge il suo sussurro all’orecchio, “destando pace o guerra”, per dirla con il verso di una mia poesia intitolata proprio “La voce” e che inizia così: “Nella terra e nel mare / c’è una voce che racconta di te / e segue la memoria dei padri / fino alle biforcazioni in cui la storia / cambia il suo corso / destando pace o guerra. / […]” (“Scienza aleatoria”, LietoColle 2010). Penso che ogni “cosa” intorno a noi possieda una voce e quella voce abbia la capacità di raccontarci le storie delle “cose”, siano esse persone, animali, vegetali o oggetti inanimati.
Forse posso osare qualche pensiero sulla poesia e affermare che essa è un’assenza, un vuoto compensato dalla parola del poeta, oppure una necessità di evidenza, cioè la necessità di una parte di mondo di venire intesa e narrata nella sua essenza e irripetibilità. O forse è un continuo ritorno di qualcosa che si perde ma che a cicli torna, finché qualcuno lo coglie nell’anima o nel pensiero rendendolo evidente, visibile, certo. Non so. Tu richiami il concetto di invenzione e lo associ al poeta. Sì, forse la poesia stessa è invenzione del poeta, è un modo di creare un nuovo mondo, lo fonda e lo eleva nella bellezza dei suoi versi, in questo senso la poesia torna al suo significato letterale di “fare”, il poeta fa qualcosa di importante, tiene l’uomo in un mondo vero, vivibile, onesto, cura il mondo, lo fa nuovo, il poeta è un medico. Checché se ne dica, il mondo vero è quello del poeta perché la poesia non può barare, sarebbe una contraddizione, quando leggiamo poesie finte ce ne accorgiamo, quella non è poesia, è opportunismo, sfruttamento, cialtroneria. La Poesia, in senso ampio, quella che avvia ed emerge da tutte le arti, è bellezza e quindi, per dirla con un’affermazione nota, essa salverà il mondo.
Concludo questa risposta (che forse risposta non è) con alcuni miei versi, in essi affermo qualcosa di importante sul come io vedo la poesia: “[…] / la poesia […] / è un rapace che preleva dal suolo / e deciderà in volo / se strappare le viscere / o adagiare sulla cima.”. Ma, avendo scritto un libro che in parte riflette sul significato della poesia e sul suo ruolo, ti propongo anche “Similitudine” (entrambe da “Scienza aleatoria”):

Una poesia è simile a un giorno di luce
che mostra i colori del mondo
e lo libera dalla notte dell’inconoscenza,
mostra i legami tra le presenze
che respirano nell’oscurità,
rivela la scrittura cifrata
racchiusa in sillabe
nelle bocche dell’universo.


2. “Laddove la scienza divide il poeta unisce”: così recita un tuo verso tratto da Poetizzazione (Seconda parte di Scienza aleatoria). Se avviene, quando abbiamo lo snodo del sodalizio poesia-scienza?

In “Scienza aleatoria”, che tu citi riportando un verso della poesia “Poetizzazione”, tra le varie cose, espongo il mio pensiero sul rapporto tra poesia e scienza. Un tema importante, almeno per me, che richiede ulteriori e decisi approfondimenti. E’ quello su cui sto lavorando.
Uscirà a dicembre, sulla rivista “La Mosca di Milano”, un mio articolo dal titolo “Poesia e scienza: quale rapporto?”. Inoltre sto curando un’antologia di voci di poeti contemporanei, intitolata “Quanti di poesia. Nelle forme la cifra nascosta di una scrittura straordinaria”, per le edizioni de L’Arca Felice, uscirà all’inizio del 2011. Insomma ritengo di dover portare avanti questo importante tema del rapporto tra poesia e scienza. Quindi tocchi un tema fondamentale nel mio presente e futuro, come poeta e come scienziato.
Ho studiato fisica, e da sempre la scienza è la voce che parla al mio orecchio, così come la poesia. Sono i due polmoni che mi hanno fatto, e mi fanno, respirare il mistero del mondo. Per lungo tempo, in me, poesia e scienza, si sono mosse in modo indipendente l’una dall’altra, ma a un certo punto è come se si fossero incontrate e completate a vicenda, trovando una loro sintesi. Non vedo più il mondo come poeta e come scienziato, lo vedo e basta. E in “Scienza aleatoria” cerco di far apparire proprio questa unità, ci sono persino poesie che contengono formule. Anni fa la poetessa Mariella Bettarini (fu lei a permettermi, con la sua attenzione e gentilezza, di aprire le ali nel cielo poetico, una vera maestra di scrittura), disse che le formule della mia tesi di laurea erano artistiche, erano graficamente belle. Ebbene, per anni ho portato in me questa affermazione, cercando di coglierne il significato profondo. Gli scienziati, quando devono elaborare una nuova teoria, cercano le simmetrie del sistema fisico che vogliono descrivere, tentano di trovare formule semplici e belle. Lo stesso fanno i poeti, quando devono descrivere le loro visioni cercano parole adatte, possibilmente armoniose, musicali, semplici e belle. Ma è chiaro che la semplicità che si cerca dovrà essere commisurata alla complessità del sistema che si vuole descrivere, quindi è probabile che una poesia, o una teoria, ci appaia difficile, complessa, ma per un occhio esperto, poeta o scienziato, quella data scrittura o quella data formula, risulta invece essere la versione più semplice di poesia per esprimere una visione del mondo, o di una teoria che deve esprimere il comportamento di un sistema fisico. Ecco perché la poesia, come la scienza, richiede competenza, essa deriva dall’esperienza, dalla lettura e dallo studio. E’ necessario leggere per scrivere poesie – leggere poesia e qualsiasi cosa che possa allargare lo sguardo sul mondo attraverso il pensiero di altri contemporanei o che ci hanno preceduti. Ti immagini una persona che si mette a fare lo scienziato senza tenere conto di chi l’ha preceduto o di chi attualmente sta facendo le stesse ricerche? Così il poeta. Per esserlo non ci si sveglia al mattino e si è subito poeti, si deve fare un percorso, che richiede rigore, coraggio, passione, lettura, studio. La scienza è ricerca, e la poesia pure, la scienza usa la matematica, la poesia usa la parola. Lo scienziato osserva ed elabora una teoria, il poeta osserva ed elabora similmente le sue visioni in un sistema poetico che ritiene adatto ad esprimerle. Scienza e poesia si abbracciano, ma, nonostante questi parallelismi, la poesia, secondo me, è un gradino sopra la scienza e anzi la ingloba.
Per esplicitare meglio il mio pensiero riporto per esteso la poesia che citi nella domanda: “Le scienze devono essere poetizzate / poiché il poeta vede i nessi tra le parti del reale – / laddove la scienza divide il poeta unisce.” C’è una differenza sostanziale tra lo scienziato e il poeta, il poeta da sempre, per quanto vada a sviscerare il particolare, ricerca l’interezza, l’integrità, nel suo sguardo anela alla totalità, si è sempre comportato così. Lo scienziato invece si è via via settorializzato, ha fatto a pezzi la natura per comprenderla, ma la tendenza della scienza fondamentale moderna, quale la Fisica, è adesso quella di ricomporre i pezzi per trovare una teoria unitaria del tutto. Il poeta invece è custode di un’interezza che risiede nell’anima del mondo, che per me è un luogo di fantasia e realtà. Spero di aver risposto alla tua domanda.

3. Si respira un profondo senso di libertà nella lirica Cose di Antonia Pozzi: “E tu non dire/ch’io perdo il senso e il tempo della mia vita – se cerco nella sabbia/il sole e il pianto/dei mondi- se getto nelle cose la mia anima/più grande e credo/ ad immense magie..”. Lo sguardo del poeta s’immerge nel Tutto per poi risalire a galla e respirare nell’attesa brulicante della parola che fuoriesce dall’anima. Questo largo campo di esplorazione in cui opera il poeta, si avverte anche nella tua poesia Le cose: “Le cose sconfinano in spazi/che non pensiamo./Hanno libertà che a noi non spettano./I loro risvegli sono repentini/incutono timore.” Perché la grandezza del reale infonde talvolta una leggera trepidazione sull’immensità dell’anima?

Cara Sofia, con le tue domande vai a mettere il dito proprio nel senso delle cose, nel loro dover essere, nell’ontologia del mondo e delle relazioni fondamentali che lo governano. Riuscire a dare una spiegazione al perché il reale infonda una leggera trepidazione sull’anima, è simile a chiedersi perché l’universo ha le leggi che ha. Quindi, non tanto chiedersi come l’universo funzioni, ma perché funziona nei modi che vediamo. In questo modo si esce dal campo del “come le cose avvengono” e si entra nel campo del “perché le cose avvengono”, cioè si esce da un campo di ricerca oggettivo per entrare nel soggettivo, nel mondo delle sensazioni e delle interpretazioni, nella libera immaginazione che non ha riscontri oggettivi. I versi di Antonia Pozzi, che non conoscevo, sono bellissimi, proprio perché nella loro semplicità affondano nella libertà della persona di creare il proprio mondo, con i propri valori e le proprie priorità esistenziali, “E tu non dire / ch’io perdo il senso e il tempo della mia vita”, non ci è permesso di dirlo perché il suo dire, “se getto nelle cose la mia anima / più grande e credo / ad immense magie”, rivela il suo mondo di verità, ed è l’atteggiamento più vero della sua esistenza, è il modo con cui ella parla con il mondo e, soprattutto, il mondo parla a lei.
Le cose hanno il potere di nascondere, e quindi anche di mostrare – se sappiamo cercare e osservare – la loro verità, e la verità è sempre soggettiva. Ma il soggettivismo, in questo caso, non è negativo, anzi è positivo e non è relativismo, anzi, è quanto di più bello ci possa essere, perché una verità sul mondo, se esiste, dovrà necessariamente esistere nel rispetto delle molteplici soggettività che la osservano, quindi dovrà avere manifestazioni plurime. La verità è necessariamente l’unità delle diversità, è l’insieme delle visioni sul mondo, lo stesso mondo per tutti, ma visto-vissuto da angolature differenti; senza Antonia Pozzi la descrizione della verità sarebbe impoverita di un punto di vista, il suo, irraggiungibile da chiunque altro, lo stesso senza il tuo e il mio e di chi legge questa intervista, ognuno vede la sua parte di verità. E tutto questo è uno stato esistenziale, cioè non è necessario essere scrittori o artisti perché quella parte di verità sia manifestata, esistono tempi escatologici in cui, in qualche misterioso modo, le visioni sul mondo saranno recuperate per rendere manifesta la Verità, interamente (e qui entra in gioco la mia fede cristiana nella resurrezione); essa, per manifestarsi, ha necessità della nostra compartecipazione, della nostra esistenza. Gli artisti, tra cui i poeti, rendono evidenti fin da subito le loro visioni sul mondo e, quindi, sulla Verità, le “narrano” in qualche modo, con parole (per esempio la poesia) o immagini (per esempio la pittura), con il movimento armonioso (per esempio la danza) o con l’armonia dei suoni (per esempio la musica), eccetera. In conclusione, la grandezza del reale infonde trepidazione sull’anima perché il reale, a mio avviso, è il corpo della Verità che respira, si dilata e si contrae, e l’anima di ognuno di noi è come adagiata su questo immenso pètto respirante in cui batte un cuore, ed è il pètto dove ognuno di noi vorrebbe stare per sempre adagiato in intimità e pace.

4. Dov’è la poesia? Sui libri, sui manuali, nella parola oppure essa è recondita e ancora tutta da scolpire?

La poesia è nei libri – sicuramente – nelle stupende parole scritte, nelle immagini, ma anche nelle danze e nelle musiche di uomini e donne che hanno saputo osservare il mondo, esprimendolo, in base ad una necessità e ad una sorta di ossessione, come meglio sapevano fare, senza finzione, con onestà e verità verso sé stessi, prima di tutto. Ma per capire dove risiede la poesia penso che sia necessario seguire i poeti, poiché essi la cercano in continuazione, e da essa sono cercati. Quindi la domanda è: dove vanno i poeti a stanare la poesia? Che direzioni prendono? Dove guardano? Che cosa fanno? (Per poeta intendo, più in generale, l’artista). Per rispondere a queste domande chiamo in causa la poetessa portoghese Sophia de Mello Breyner Andresen. In una sua bellissima e breve poesia, che qui propongo in una mia traduzione, così si esprime:

Trasferire il quadro il muro la brezza
Il fiore il bicchiere la lucentezza del legno
E la fredda e vergine liquidità dell’acqua
Nel mondo della poesia limpido e rigoroso

Preservare da decadenza morte e rovina
L’istante reale di apparizione e di sorpresa
Guardare in un mondo chiaro
Il gesto chiaro della mano toccando la tavola

(tratta da Livro Sexto, 1962, Editorial Caminho)

Vi è narrata la missione del poeta: “Preservare da decadenza morte e rovina / L’istante reale di apparizione e sorpresa”. I poeti vanno a stanare la poesia nelle cose. Guardano un quadro o un muro? Lì trovano qualcosa che li mette in contatto con la poesia, si apre una porta attraverso la quale avviene un trasferimento, degli oggetti e dei fenomeni osservati, in un mondo “limpido e rigoroso”, in “un mondo chiaro”; i poeti vedono un mondo chiaro, sono dei mistici ben piantati in terra. Allora la poesia, per tornare alla tua domanda, è ancora in gran parte da scolpire, e non finirà mai di esserlo, almeno finché ci sarà un “occhio” che potrà, o vorrà, osservare nel mondo chiaro di cui parla Sophia de Mello, riuscendo a “Preservare da decadenza morte e rovina / L’istante reale di apparizione e di sorpresa”.

5. Già Democrito riconosceva nel proprio simile un’immensa ricchezza da cui trarre nutrimento spirituale: “Per me una persona è come un’intera nazione, e una nazione come una singola persona”. Quanto è importante per te il confronto e il contatto tra spiriti diversi che s’incontrano in un unico spazio condiviso?

E’ tutto! E’ importantissimo. Senza condivisione c’è morte spirituale, artistica, umana: c’è inferno. L’inferno, molto probabilmente, è una condizione esistenziale in cui non v’è la condivisione. La condivisione è una necessità di ogni essere umano, anche di coloro che in apparenza si chiudono gravemente in sé stessi. In particolare nell’arte è fondamentale. Ti immagini se un poeta scrivesse solo per sé stesso, o un ballerino ballasse solo per sé stesso? Penso che quando scriviamo o quando balliamo, o quando dipingiamo, se andiamo a indagare, sotto sotto, c’è sempre un pubblico davanti al quale stiamo agendo, un pubblico reale o simulato nel pensiero, un pubblico che forse verrà, qualcuno davanti al quale la nostra arte diventerà oggettiva, fosse anche soltanto la nostra coscienza.

E anche per combattere la tentazione del solipsismo poetico, io e Giuliano Brenna, abbiamo fondato il sito di letteratura. Esso prende spunto dalla famosa opera proustiana ma attira soprattutto per quella parola “ricerca”. Ricerca di che cosa?... Ricerca anche intesa di altri, di te, di lui, di tutti coloro che vogliono andare avanti in cordata, crescere insieme, evolvere, capire, migliorare, mettersi in gioco nel pensiero di un altro simile, di molti altri, insomma di donarsi, letterariamente parlando e non solo. Abbiamo visto molti fiori sbocciare, piante crescere, dare frutti, abbiamo visto cose molto belle, in un luogo che vuole essere essenzialmente accogliente, senza caste o baronie… almeno ci proviamo. Vorremmo una letteratura fondata sulla vita, sulla reciprocità, su intenti comuni, un popolo di poeti che sappia camminare insieme, senza punte di autoaffermazioni. Siamo coscienti che nel camminare insieme, nell’apertura totale a chiunque, ci saranno scritture diverse, per dirla chiaramente, di livello differente, ma ognuno di noi sa bene che la crescita è una potenzialità e una opportunità per tutti, e che nella relazione può essere realizzata con soddisfazione. Vorremmo, più che un singolo grande poeta, una armonia di poeti.

6. Spesso nelle tue poesie, anche se non è chiamato per nome, vibra la costante presenza del Silenzio. Per Picard, quest’ultimo ha un aspetto poetico, non si identifica con il non-essere e lo immagina come un grande tappeto dove le cose scorrono. “La parola che deriva soltanto da un’altra parola è dura e aggressiva. Una parola siffatta è, per giunta, solitaria: una gran parte della malinconia odierna deriva dal fatto che l’uomo ha reso la parola solitaria, per averla separata dal silenzio. Questo ripudio del silenzio ha per l’uomo il peso di una colpa, colpa che si manifesta sotto forma di malinconia.” Dunque parola e silenzio sono legati: la parola sa del silenzio come il silenzio sa della parola. Come interpreti le parole di Picard, e quanto è funzionale il silenzio durante il momento creativo?

Sottoscrivo l’affermazione di Picard, mi ci ritrovo. Penso che non sia necessario darne un’interpretazione, le sue parole sono esaustive, chiare, per me condivisibili. In particolare mi colpisce l’affermazione “l’uomo ha reso la parola solitaria, per averla separata dal silenzio”. E’ un modo di fare che, a mio avviso, ritroviamo in tutti i mezzi di comunicazione, in tutti i Media, da essi sembra emergere il fatto che il silenzio non vada bene… si cerca sempre di evitare tali momenti, con parole, immagini sovrabbondanti o musica. Ma anche tra le persone talvolta c’è paura del silenzio, si ha paura che stare in silenzio davanti a un’altra persona, o al fianco, possa essere segno di maleducazione, la cosa imbarazza e allora si parla del tempo, o di chissà che cosa. Talvolta non sappiamo stare in silenzio neanche con noi stessi, qualche volta parliamo da soli, pensiamo in maniera spropositata a tutti i nostri impegni e attività, accendiamo tv e radio, o computer: dobbiamo compensare la “noia” del silenzio. Forse questa lotta al silenzio deriva dalla paura, dalla paura di capire che la vita che stiamo conducendo è sbagliata, c’è paura che dal silenzio emerga chiara la voce della nostra coscienza, la voce di Dio, per chi crede, e quella voce ci chiami a qualcosa di diverso, qualcosa che non è in linea con lo standard del mondo. Così facendo, anzi, così non facendo silenzio, quanto perdiamo? Forse la nostra stessa vita. Sappiamo bene che gli attimi di silenzio sono preziosi e che in quei momenti le voci che salgono da dentro possono renderci nuovi e liberi. Sono voci che hanno la potenza di generare, di creare. L’atto creativo, non solo artistico, nasce dal silenzio, sale dal silenzio, s’espande, nel silenzio, dentro la nostra anima, ci rende dèi… ma senza nulla togliere a Dio, non è certo un confronto con lui che vogliamo qui fare. Dèi in quanto capaci di fare il bene o il male di noi stessi e dei nostri prossimi.

7. Se per Sartre il prosatore illumina i sentimenti man a mano che li espone, “il poeta, invece, quando ha versato le sue passioni nella poesia, non le riconosce più: le parole se ne impadroniscono, se ne imbevono e le trasformano. L’emozione è diventata cosa, ha ora l’opacità delle cose”. Jean Paul attribuisce concretezza alla parola del poeta che, invece di conoscere prima le cose dal loro nome, è come se stabilisse subito un contatto silenzioso per scoprire una tenue luminosità corporea nel momento in cui esso si volge alle parole. Quanto condividi questo pensiero?

Posso dirti che per me avviene così: quando scrivo un testo parto da parole che salgono da dentro, come una sorta di incipit che dà il senso del pensiero, un pensiero che si sviluppa quando osservo una cosa, un’azione, una persona, oppure quando vivo un’esperienza sensoriale che talvolta evoca ricordi o fantasia. Cerco di scrivere subito questa sorta di incipit, prima che evapori, se non riesco a scriverlo, perché non ho carta e penna, allora lo ripeto fintanto che arrivo alla più vicina penna con foglio di carta e trasferisco il mio pensiero lì sopra. Se ho tempo mi fermo e con calma faccio emergere il resto con pazienza, provando a scrivere le parole più adatte a consolidare l’intuizione. Una volta fatto questo chiudo il quaderno, o ripongo il foglio, e lo scritto è dimenticato, fino a quando lo riprenderò, ma dopo molto tempo, per inserirlo in una raccolta o quant’altro, lavorandoci sopra assiduamente. Per tornare alla domanda, sento vero il fatto che una volta che ho riversato le “passioni” nella poesia, le parole se ne sono imbevute e io le ho perse.
In genere sulle poesie lavoro moltissimo, fino a che non ottengo ciò che voglio, a quel punto la passione è completamente persa, nel senso che la poesia potrebbe essere stata scritta da un altro, ma, in realtà, chi perde trova, e difatti le poesie, così lavorate, mi restituiscono la “passione” iniziale, ma levigata, ripulita, universalizzata: le parole ne sono diventate custodi, non più io, il poeta le ha perse. Se mi chiedi di dirti a memoria un mio verso, non saprei farlo… tutto mi si opacizza, per dirla alla Sartre.

8. Cosa sarebbero le nostre città se al posto dei manifesti pubblicitari fossero stampati versi di poesie, se l’arte venisse riconosciuta come parte fondamentale delle nostre vite in modo da integrarsi perfettamente con lo sviluppo materiale del processo storico?

Stai parlando di fantascienza. Ma non vorrei mai vedere stampate poesie per le strade al posto dei manifesti pubblicitari, è un modo di vedere tipico del mondo consumista, consumare poesia, pubblicizzare poesia, poi la poesia di chi? Della Mondadori? Dell’Einaudi? Pur con tutto il rispetto, no. Si sa che avrebbero la meglio coloro che hanno più soldi, ma di fatto è già così, ultimamente vedo in giro per Roma manifesti pubblicitari di romanzi, come fossero tortellini di Giovanni Rana (il primo che mi viene in mente).
Semmai sarebbe necessario creare le condizioni, anche abolendo tutti i cartelloni pubblicitari, affinché le giovani e le vecchie generazioni possano recuperare la passione per l’uomo, per la natura, per la convivenza, per le città vissute a misura d’uomo. Se si recuperassero queste passioni-valori la poesia tornerebbe manifesta, sarebbe la vita stessa, forse non ci sarebbe neppure più bisogno di scrivere poesia, perché staremmo bene, magari canteremmo e balleremmo, ma non quelle stupide canzoni da botteghino… nel tuo caso anche dipingere sarebbe forse più facile, alla luce di una serenità sociale ritrovata… almeno la si cercasse… invece i tempi sono disonesti, bui: la poesia sembra cosa ridicola; tante persone non vengono rispettate, anzi sono oggetto di disprezzo, di razzismo… fondato su cosa? Sul moralismo assolutista di altri che pensano di avere nella storia ragioni persecutorie, e che invece dovrebbero essere esempio d’apertura, accoglienza e pace.

9. “Potrebbe ben accadere che la luce interiore emergesse una buona volta da noi, sì da non aver più bisogno d’altro” (Goethe). Basterebbe dunque sviluppare con passione le proprie facoltà spirituali per capire dove risiede la vera ricchezza. Una fortuna che ha ben poco di materiale ma che sprofonda l’anima di gioia e di immensa gratitudine per l’esistenza ancora concessale. Oggi la poesia è ancora in grado di illuminare gli uomini?

A questa domanda penso di avere già risposto nella precedente. Sì, la poesia è in grado di illuminare gli uomini, ma quelli che lo vogliono. Non c’è mai da dimenticare la libertà delle persone, di questi tempi ci si dimentica spesso del valore delle persone e della loro libertà, ma anche dei loro diritti, e certo anche dei doveri. In una mia poesia, riportata in “Cielo indiviso”, Manni Editori, 2008, affermo:

Che cosa sarebbe dell’umanità
senza i poeti
che con le loro lance verso il cielo
ne sostengono l’orgoglio
e il giudizio?

La poesia ha il dovere di sciogliere i lacci dei tempi moderni. Sempre Sophia de Mello affermava che la poesia è rivoluzione! Ecco qua un passaggio assai interessante, parte di un discorso più ampio (la versione integrale si trova qua): “L’amore positivo della vita cerca l’integrità. Poiché cerca l’integrità dell’uomo la poesia in una società come quella in cui viviamo è necessariamente rivoluzionaria - è il non-accettare fondamentale. La poesia non ha mai detto a qualcuno d’avere pazienza. […] È la poesia che mi implica, che mi fa esistere nello stare e mi fa stare nell’esistere. È la poesia che rende intero il mio stare sulla terra. E poiché è la più profonda implicazione dell’uomo nel reale, la poesia è necessariamente politica e fondamento della politica.
La poesia cerca infatti il vero stare sulla terra dell’uomo e perciò non può estraniarsi da quella forma dello stare sulla terra che è la politica. Così come cerca la vera relazione dell’uomo con l’albero o con il fiume, il poeta cerca la vera relazione con gli altri uomini. Questo l’obbliga a cercare ciò che è giusto, questo lo implica in quella ricerca di giustizia che è la politica. […]”
. E con queste parole ho concluso.

Grazie, dunque, Sofia, per queste tue domande che mi hanno permesso di meditare un poco sulla poesia e sul senso della mia scrittura. Complimenti per il tuo blog, pieno di spunti di riflessione, ma soprattutto complimenti per i tuoi quadri, li trovo particolarmente pregni di armonie e importanti necessità espressive.