Il viandante

Vagò a lungo ed ebbro, con la malinconia che riempiva ogni suo singolo respiro, con il passo cadenzato e barcollante. Mari in tempesta, vaghe colline di cenere, notti plumbee interrotte da lampioni che sbadigliavano luce malformata e contaminata dal torpore umano. Fogli di carta macchiati di parole, gli erano utili solo a riempire un vuoto che voleva terribilmente annullare per sentirsi meno afflitto. Nuvole che ombreggiavano i sorrisi e rendevano cupo ogni sguardo rivolto al cielo perché neri, erano quei filamenti striati sull’etere. Poi un giorno all’orizzonte, egli scorse una luce improvvisa, un’oasi lontana così difficile da raggiungere e da riuscire a toccare. Ma la strada era spianata e una mano forte lo consegnò al suo ingresso, facendolo addentrare nel candore lucente di quest’anima che viveva e pulsava nell’eco puro dell’innocenza. Quale commozione e immane stupore per il delicato e prezioso giardino in cui il viandante s’imbatte; lì trovò tutto ciò che in altri oasi, boschi e foreste non vide mai. Eppure era così minuto e piccolo questo giardino che tutti i viandanti gli passavano vicino, a volte quasi sfiorandolo ma senza mai accorgersene della sua bellezza perché non possedevano occhi per guardare. Luce e calore avvolsero il viandante; il gelo si dissolse. Esisteva il sole e le nuvole erano bianche; il cielo sempre più azzurro. Questo giardino non era povero come tutti gli altri: fiori bellissimi, boccioli freschi, rosei e profumati. La rugiada baciava ogni petalo come la luce accarezzava la più minuta tra le foglie. Il viandante non aveva mai visto tante cose così belle tutte assieme e un giorno cominciò a diventarne geloso, provando invidia verso i tesori di questo giardino. Un giorno il viandante si svegliò da questa sonnolenza vagabonda e distratta; si accorse quanto gli avrebbero giovato questi fiori se li avesse raccolti e fatti solamente suoi. Pensava a quanto avrebbero illuminato le sue strade quando si sarebbe diretto verso mete sconosciute, a quanti uomini avrebbe incantato con i segreti rivelati da quel giardino. Pensava a quanto sarebbe stato ricco e felice con i fiori più preziosi della terra.
Tra il giardino e l’animo del viandante si stipulò un patto; la terra fertile di virtù donò all’animo straniero la bellezza di cui essa era dotata in cambio della sua protezione verso i mali oscuri del mondo. Quando ormai il giardino aveva tramutato anche l’animo del viandante nelle forme perfette di un fiore, egli cominciò a spogliarsi di tutti i petali, vendette il suo profumo ad una brezza di passaggio, calpestò la morbidezza vellutata del suo meraviglioso corpo e fece uscire la parte più oscura del suo animo scaturita dal germoglio dell’insolenza. La sua anima nera che aveva perso ormai ogni più vago segno di bellezza, strappò tutti i fiori del giardino e li racchiuse nelle ceneri del suo cuore, ormai bruciato dal vizio e della solitudine. Quando li ebbe raccolti tutti, si allontanò gioioso, felice di possedere la bellezza, di averla e di domarla sotto il comando supremo dell’arroganza.
Quando la luce, che illuminava solo quel giardino di terra, non aveva più foglie da riscaldare, gocce di rugiada da baciare, cominciò a diminuire di intensità. I raggi si affievolirono, divennero sempre più sottili e meno potenti, come carta velina leggera sbiadita dal tempo. Oltrepassato quel giardino le strade ritornarono buie e popolate dai mostri del vizio. Ma il viandante era ben felice di viaggiare verso nuove terre perché era dotato di luce e di bellezza, quelle forze straordinarie di cui si era impossessato con prepotenza e nella meschinità di un silenzio malfattore. La sua angoscia lo assalì quando si accorse che mentre la luce si affievoliva sempre di più nel giardino ormai disfatto, anche i fiori che aveva nascosto dietro il suo cuore si stavano lentamente spengendo. Gli rimasero polvere, quella stessa polvere che lo fecero cadere nell’oblio della disperazione e della malevolenza. Il viandante adesso non aveva luce per inoltrarsi nel mondo e adesso non vedeva neanche più il giardino che aveva saccheggiato perché non ne era rimasto più nulla, se non le silenziose lacrime di dolore. Il viandante divenne cieco e avanzò nella nuda terra gattonando come una bestia, sfuggito da una guerra che non c’era mai stata. Ma il giardino non aveva avuto eserciti né difese per difendersi. Rimase muto, spoglio, triste, reduce da un orgoglio che trionfava nell’ombra della bellezza. Il viandante si trascinò lungo il manto del vizio, vanificandosi nel nulla.
Ma in quel giardino, tra i rovi di quella terra sradicata, spuntava lo spillo di un piccolo seme di luce. Da esso crebbe una pianta bellissima e da essa il giardino si ripopolò presto di antiche virtù, tornando ad essere l’opera più preziosa di quel minuscolo angolo di terra.
E solo all'orlo della sua distruzione, il viandante si accorse di non "aver avuto occhi per guardare le buone cose".

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