Mostra personale I LIRICI DORMIENTI



Inaugurazione sabato 18 dicembre 2010
ore 11.00

nei locali espositivi del Liceo Artistico di Carrara "Artemisia Gentileschi"
con la presentazione in aula magna di
Gino Cappè e Claudio Cargiolli.


Fino al 14 gennaio 2011


tel. 0585 75561

I luoghi infetti dell’arte

Si percepisce una certa freddezza, un’incurabile stato d’animo che prende ad insediarsi nei rami passivi di un sonno ingiustificato. Il torpore della nebbia attutisce la grinta mercuriale del colore e ghermisce il primissimo, fragile palpito dell’emozione. In un cortile giacciono meravigliose copie della statuaria classica: sono colte nel loro gesto di umane prestazioni, pavesate da lenzuoli di polvere, gli occhi grigi e tirati all’insù. Affreschi fatiscenti ricoprono corridoi inanimati, mentre volti effigiati dal tempo guardano il vuoto con leggera compunzione. Le pareti scorrono lisce e nude, frammentate da un rumore sordido, mentre la calma e il silenzio prendono di nuovo a folleggiare sopra ciò che rimane. Il colore è emigrato, i lirici dormienti giungono nel canto di una magrissima consolazione. E’ il canto della nostalgia, la morte annunciata di un credo perduto, lo sguardo costernato per tutto ciò che un tempo era espressione di spirito e adesso è espressione di anguste mode di mercato. Mi spaventa la normalità delle persone, la loro incuranza di fronte all’inesplicabile forza della bellezza che urge per dichiararsi di fronte agli uomini. La normalità accompagna lo spirito ad uno stato di letargo, mitiga il vivace presentimento dello stupore, foggia anime incapaci di credere nella loro sensibilità e di sentire il battito delle cose. “Noi crediamo che esista ciò che sembra esistere” mentre l’invisibile si manifesta con maggiore prepotenza rispetto a tutto ciò che i nostri sensi riescono a registrare in modo meccanico e asettico. E’ troppo immensa la bellezza per poterla guardare senza esserne squarciati come carne viva, senza provare il disagio della solitudine verso ciò che lotta per mantenere la propria espressione sul mondo. Fa male guardarla perché abbiamo dimenticato come discendere dalla normalità. La bellezza è profonda, smisurata, diafana in superficie e oscura nei penetrali più depressi. Accorgersi di essa, significherebbe abbattere per sempre il muro coriaceo della paura.

Gli ultimi resti del Silenzio: quando la parola trasfigura in Poesia

Intervista di Sofia Rondelli a Roberto Maggiani

“[…] Maggiani è un poeta sensibilissimo, che pone la sua voce su quella soglia che separa, labilmente, il limitato dall’illimitato (e l’uomo da dio). Così, la poesia medesima si rivela come l’estremo gioco di un acrobata: da una parte, essa è tutta sospesa sopra il vuoto dell’inconsapevolezza e della mancanza; dall’altra, è invece spinta a mirare verso l’alto, verso l’oltre, di là dal suo stesso sguardo. Ed è proprio nell’istante della visitazione del verso – dono che non appartiene al poeta, ma che il poeta riceve, e a sua volta trasmette – che la scrittura assurge ad angelica testimonianza di immediato collegamento tra l’individuale e l’universale, tra stupore e attenzione, tra sogno e coscienza. […]”

Mario Fresa sul blog farapoesia


Riscoprendo il valore etimologico della parola, poeta è colui che crea, che compone e inventa. Cos’è per te la poesia e cosa significa essere permeati quotidianamente da essa?

Cara Sofia la tua domanda, rivolta ad autorevoli poeti, ha ottenuto risposte differenti e importanti. Mi chiedi di rispondere a qualcosa che personalmente non conosco. Sembrerà strano, ma io non so cosa sia la poesia, è vero che mi sono fatto delle vaghe idee, ma rimane, a tutt’oggi, dopo quindici anni di scrittura con pubblicazioni (preceduti da dieci anni di scrittura privata), un grande mistero. Ma è forse questo fatto a determinare l’importanza e la forza, oserei dire dirompente, che essa ha nella mia vita quotidiana, ormai non so più pensare la mia vita distinta dalla poesia. E’ come se essa fosse, ma forse lo è, l’anima del mondo che di tanto in tanto mi rivolge il suo sussurro all’orecchio, “destando pace o guerra”, per dirla con il verso di una mia poesia intitolata proprio “La voce” e che inizia così: “Nella terra e nel mare / c’è una voce che racconta di te / e segue la memoria dei padri / fino alle biforcazioni in cui la storia / cambia il suo corso / destando pace o guerra. / […]” (“Scienza aleatoria”, LietoColle 2010). Penso che ogni “cosa” intorno a noi possieda una voce e quella voce abbia la capacità di raccontarci le storie delle “cose”, siano esse persone, animali, vegetali o oggetti inanimati. Forse posso osare qualche pensiero sulla poesia e affermare che essa è un’assenza, un vuoto compensato dalla parola del poeta, oppure una necessità di evidenza, cioè la necessità di una parte di mondo di venire intesa e narrata nella sua essenza e irripetibilità. O forse è un continuo ritorno di qualcosa che si perde ma che a cicli torna, finché qualcuno lo coglie nell’anima o nel pensiero rendendolo evidente, visibile, certo. Non so. Tu richiami il concetto di invenzione e lo associ al poeta. Sì, forse la poesia stessa è invenzione del poeta, è un modo di creare un nuovo mondo, lo fonda e lo eleva nella bellezza dei suoi versi, in questo senso la poesia torna al suo significato letterale di “fare”, il poeta fa qualcosa di importante, tiene l’uomo in un mondo vero, vivibile, onesto, cura il mondo, lo fa nuovo, il poeta è un medico. Checché se ne dica, il mondo vero è quello del poeta perché la poesia non può barare, sarebbe una contraddizione, quando leggiamo poesie finte ce ne accorgiamo, quella non è poesia, è opportunismo, sfruttamento, cialtroneria. La Poesia, in senso ampio, quella che avvia ed emerge da tutte le arti, è bellezza e quindi, per dirla con un’affermazione nota, essa salverà il mondo. Concludo questa risposta (che forse risposta non è) con alcuni miei versi, in essi affermo qualcosa di importante sul come io vedo la poesia: “[…] / la poesia […] / è un rapace che preleva dal suolo / e deciderà in volo / se strappare le viscere / o adagiare sulla cima.”. Ma, avendo scritto un libro che in parte riflette sul significato della poesia e sul suo ruolo, ti propongo anche “Similitudine” (entrambe da “Scienza aleatoria”):

Una poesia è simile a un giorno di luce
che mostra i colori del mondo
e lo libera dalla notte dell’inconoscenza,
mostra i legami tra le presenze
che respirano nell’oscurità,
rivela la scrittura cifrata
racchiusa in sillabe
nelle bocche dell’universo.


Laddove la scienza divide il poeta unisce”: così recita un tuo verso tratto da Poetizzazione (Seconda parte di Scienza aleatoria). Se avviene, quando abbiamo lo snodo del sodalizio poesia-scienza?


In “Scienza aleatoria”, che tu citi riportando un verso della poesia “Poetizzazione”, tra le varie cose, espongo il mio pensiero sul rapporto tra poesia e scienza. Un tema importante, almeno per me, che richiede ulteriori e decisi approfondimenti. E’ quello su cui sto lavorando. Uscirà a dicembre, sulla rivista “La Mosca di Milano”, un mio articolo dal titolo “Poesia e scienza: quale rapporto?”. Inoltre sto curando un’antologia di voci di poeti contemporanei, intitolata “Quanti di poesia. Nelle forme la cifra nascosta di una scrittura straordinaria”, per le edizioni de L’Arca Felice, uscirà all’inizio del 2011. Insomma ritengo di dover portare avanti questo importante tema del rapporto tra poesia e scienza. Quindi tocchi un tema fondamentale nel mio presente e futuro, come poeta e come scienziato. Ho studiato fisica, e da sempre la scienza è la voce che parla al mio orecchio, così come la poesia. Sono i due polmoni che mi hanno fatto, e mi fanno, respirare il mistero del mondo. Per lungo tempo, in me, poesia e scienza, si sono mosse in modo indipendente l’una dall’altra, ma a un certo punto è come se si fossero incontrate e completate a vicenda, trovando una loro sintesi. Non vedo più il mondo come poeta e come scienziato, lo vedo e basta. E in “Scienza aleatoria” cerco di far apparire proprio questa unità, ci sono persino poesie che contengono formule. Anni fa la poetessa Mariella Bettarini (fu lei a permettermi, con la sua attenzione e gentilezza, di aprire le ali nel cielo poetico, una vera maestra di scrittura), disse che le formule della mia tesi di laurea erano artistiche, erano graficamente belle. Ebbene, per anni ho portato in me questa affermazione, cercando di coglierne il significato profondo. Gli scienziati, quando devono elaborare una nuova teoria, cercano le simmetrie del sistema fisico che vogliono descrivere, tentano di trovare formule semplici e belle. Lo stesso fanno i poeti, quando devono descrivere le loro visioni cercano parole adatte, possibilmente armoniose, musicali, semplici e belle. Ma è chiaro che la semplicità che si cerca dovrà essere commisurata alla complessità del sistema che si vuole descrivere, quindi è probabile che una poesia, o una teoria, ci appaia difficile, complessa, ma per un occhio esperto, poeta o scienziato, quella data scrittura o quella data formula, risulta invece essere la versione più semplice di poesia per esprimere una visione del mondo, o di una teoria che deve esprimere il comportamento di un sistema fisico. Ecco perché la poesia, come la scienza, richiede competenza, essa deriva dall’esperienza, dalla lettura e dallo studio. E’ necessario leggere per scrivere poesie – leggere poesia e qualsiasi cosa che possa allargare lo sguardo sul mondo attraverso il pensiero di altri contemporanei o che ci hanno preceduti. Ti immagini una persona che si mette a fare lo scienziato senza tenere conto di chi l’ha preceduto o di chi attualmente sta facendo le stesse ricerche? Così il poeta. Per esserlo non ci si sveglia al mattino e si è subito poeti, si deve fare un percorso, che richiede rigore, coraggio, passione, lettura, studio. La scienza è ricerca, e la poesia pure, la scienza usa la matematica, la poesia usa la parola. Lo scienziato osserva ed elabora una teoria, il poeta osserva ed elabora similmente le sue visioni in un sistema poetico che ritiene adatto ad esprimerle. Scienza e poesia si abbracciano, ma, nonostante questi parallelismi, la poesia, secondo me, è un gradino sopra la scienza e anzi la ingloba. Per esplicitare meglio il mio pensiero riporto per esteso la poesia che citi nella domanda: “Le scienze devono essere poetizzate / poiché il poeta vede i nessi tra le parti del reale – / laddove la scienza divide il poeta unisce.” C’è una differenza sostanziale tra lo scienziato e il poeta, il poeta da sempre, per quanto vada a sviscerare il particolare, ricerca l’interezza, l’integrità, nel suo sguardo anela alla totalità, si è sempre comportato così. Lo scienziato invece si è via via settorializzato, ha fatto a pezzi la natura per comprenderla, ma la tendenza della scienza fondamentale moderna, quale la Fisica, è adesso quella di ricomporre i pezzi per trovare una teoria unitaria del tutto. Il poeta invece è custode di un’interezza che risiede nell’anima del mondo, che per me è un luogo di fantasia e realtà. Spero di aver risposto alla tua domanda.

Si respira un profondo senso di libertà nella lirica Cose di Antonia Pozzi: “E tu non dire/ch’io perdo il senso e il tempo della mia vita – se cerco nella sabbia/il sole e il pianto/dei mondi- se getto nelle cose la mia anima/più grande e credo/ ad immense magie..”. Lo sguardo del poeta s’immerge nel Tutto per poi risalire a galla e respirare nell’attesa brulicante della parola che fuoriesce dall’anima. Questo largo campo di esplorazione in cui opera il poeta, si avverte anche nella tua poesia Le cose: “Le cose sconfinano in spazi/che non pensiamo./Hanno libertà che a noi non spettano./I loro risvegli sono repentini/incutono timore.” Perché la grandezza del reale infonde talvolta una leggera trepidazione sull’immensità dell’anima?

Cara Sofia, con le tue domande vai a mettere il dito proprio nel senso delle cose, nel loro dover essere, nell’ontologia del mondo e delle relazioni fondamentali che lo governano. Riuscire a dare una spiegazione al perché il reale infonda una leggera trepidazione sull’anima, è simile a chiedersi perché l’universo ha le leggi che ha. Quindi, non tanto chiedersi come l’universo funzioni, ma perché funziona nei modi che vediamo. In questo modo si esce dal campo del “come le cose avvengono” e si entra nel campo del “perché le cose avvengono”, cioè si esce da un campo di ricerca oggettivo per entrare nel soggettivo, nel mondo delle sensazioni e delle interpretazioni, nella libera immaginazione che non ha riscontri oggettivi. I versi di Antonia Pozzi, che non conoscevo, sono bellissimi, proprio perché nella loro semplicità affondano nella libertà della persona di creare il proprio mondo, con i propri valori e le proprie priorità esistenziali, “E tu non dire / ch’io perdo il senso e il tempo della mia vita”, non ci è permesso di dirlo perché il suo dire, “se getto nelle cose la mia anima / più grande e credo / ad immense magie”, rivela il suo mondo di verità, ed è l’atteggiamento più vero della sua esistenza, è il modo con cui ella parla con il mondo e, soprattutto, il mondo parla a lei. Le cose hanno il potere di nascondere, e quindi anche di mostrare – se sappiamo cercare e osservare – la loro verità, e la verità è sempre soggettiva. Ma il soggettivismo, in questo caso, non è negativo, anzi è positivo e non è relativismo, anzi, è quanto di più bello ci possa essere, perché una verità sul mondo, se esiste, dovrà necessariamente esistere nel rispetto delle molteplici soggettività che la osservano, quindi dovrà avere manifestazioni plurime. La verità è necessariamente l’unità delle diversità, è l’insieme delle visioni sul mondo, lo stesso mondo per tutti, ma visto-vissuto da angolature differenti; senza Antonia Pozzi la descrizione della verità sarebbe impoverita di un punto di vista, il suo, irraggiungibile da chiunque altro, lo stesso senza il tuo e il mio e di chi legge questa intervista, ognuno vede la sua parte di verità. E tutto questo è uno stato esistenziale, cioè non è necessario essere scrittori o artisti perché quella parte di verità sia manifestata, esistono tempi escatologici in cui, in qualche misterioso modo, le visioni sul mondo saranno recuperate per rendere manifesta la Verità, interamente (e qui entra in gioco la mia fede cristiana nella resurrezione); essa, per manifestarsi, ha necessità della nostra compartecipazione, della nostra esistenza. Gli artisti, tra cui i poeti, rendono evidenti fin da subito le loro visioni sul mondo e, quindi, sulla Verità, le “narrano” in qualche modo, con parole (per esempio la poesia) o immagini (per esempio la pittura), con il movimento armonioso (per esempio la danza) o con l’armonia dei suoni (per esempio la musica), eccetera. In conclusione, la grandezza del reale infonde trepidazione sull’anima perché il reale, a mio avviso, è il corpo della Verità che respira, si dilata e si contrae, e l’anima di ognuno di noi è come adagiata su questo immenso pètto respirante in cui batte un cuore, ed è il pètto dove ognuno di noi vorrebbe stare per sempre adagiato in intimità e pace.

Dov’è la poesia? Sui libri, sui manuali, nella parola oppure essa è recondita e ancora tutta da scolpire?

La poesia è nei libri – sicuramente – nelle stupende parole scritte, nelle immagini, ma anche nelle danze e nelle musiche di uomini e donne che hanno saputo osservare il mondo, esprimendolo, in base ad una necessità e ad una sorta di ossessione, come meglio sapevano fare, senza finzione, con onestà e verità verso sé stessi, prima di tutto. Ma per capire dove risiede la poesia penso che sia necessario seguire i poeti, poiché essi la cercano in continuazione, e da essa sono cercati. Quindi la domanda è: dove vanno i poeti a stanare la poesia? Che direzioni prendono? Dove guardano? Che cosa fanno? (Per poeta intendo, più in generale, l’artista). Per rispondere a queste domande chiamo in causa la poetessa portoghese Sophia de Mello Breyner Andresen. In una sua bellissima e breve poesia, che qui propongo in una mia traduzione, così si esprime:

Trasferire il quadro il muro la brezza
Il fiore il bicchiere la lucentezza del legno
E la fredda e vergine liquidità dell’acqua
Nel mondo della poesia limpido e rigoroso

Preservare da decadenza morte e rovina
L’istante reale di apparizione e di sorpresa
Guardare in un mondo chiaro
Il gesto chiaro della mano toccando la tavola

(tratta da Livro Sexto, 1962, Editorial Caminho)

Vi è narrata la missione del poeta: “Preservare da decadenza morte e rovina / L’istante reale di apparizione e sorpresa”. I poeti vanno a stanare la poesia nelle cose. Guardano un quadro o un muro? Lì trovano qualcosa che li mette in contatto con la poesia, si apre una porta attraverso la quale avviene un trasferimento, degli oggetti e dei fenomeni osservati, in un mondo “limpido e rigoroso”, in “un mondo chiaro”; i poeti vedono un mondo chiaro, sono dei mistici ben piantati in terra. Allora la poesia, per tornare alla tua domanda, è ancora in gran parte da scolpire, e non finirà mai di esserlo, almeno finché ci sarà un “occhio” che potrà, o vorrà, osservare nel mondo chiaro di cui parla Sophia de Mello, riuscendo a “Preservare da decadenza morte e rovina / L’istante reale di apparizione e di sorpresa”.

Già Democrito riconosceva nel proprio simile un’immensa ricchezza da cui trarre nutrimento spirituale: “Per me una persona è come un’intera nazione, e una nazione come una singola persona”. Quanto è importante per te il confronto e il contatto tra spiriti diversi che s’incontrano in un unico spazio condiviso?

E’ tutto! E’ importantissimo. Senza condivisione c’è morte spirituale, artistica, umana: c’è inferno. L’inferno, molto probabilmente, è una condizione esistenziale in cui non v’è la condivisione. La condivisione è una necessità di ogni essere umano, anche di coloro che in apparenza si chiudono gravemente in sé stessi. In particolare nell’arte è fondamentale. Ti immagini se un poeta scrivesse solo per sé stesso, o un ballerino ballasse solo per sé stesso? Penso che quando scriviamo o quando balliamo, o quando dipingiamo, se andiamo a indagare, sotto sotto, c’è sempre un pubblico davanti al quale stiamo agendo, un pubblico reale o simulato nel pensiero, un pubblico che forse verrà, qualcuno davanti al quale la nostra arte diventerà oggettiva, fosse anche soltanto la nostra coscienza.

E anche per combattere la tentazione del solipsismo poetico, io e Giuliano Brenna, abbiamo fondato il sito di letteratura. Esso prende spunto dalla famosa opera proustiana ma attira soprattutto per quella parola “ricerca”. Ricerca di che cosa?... Ricerca anche intesa di altri, di te, di lui, di tutti coloro che vogliono andare avanti in cordata, crescere insieme, evolvere, capire, migliorare, mettersi in gioco nel pensiero di un altro simile, di molti altri, insomma di donarsi, letterariamente parlando e non solo. Abbiamo visto molti fiori sbocciare, piante crescere, dare frutti, abbiamo visto cose molto belle, in un luogo che vuole essere essenzialmente accogliente, senza caste o baronie… almeno ci proviamo. Vorremmo una letteratura fondata sulla vita, sulla reciprocità, su intenti comuni, un popolo di poeti che sappia camminare insieme, senza punte di autoaffermazioni. Siamo coscienti che nel camminare insieme, nell’apertura totale a chiunque, ci saranno scritture diverse, per dirla chiaramente, di livello differente, ma ognuno di noi sa bene che la crescita è una potenzialità e una opportunità per tutti, e che nella relazione può essere realizzata con soddisfazione. Vorremmo, più che un singolo grande poeta, una armonia di poeti.

Spesso nelle tue poesie, anche se non è chiamato per nome, vibra la costante presenza del Silenzio. Per Picard, quest’ultimo ha un aspetto poetico, non si identifica con il non-essere e lo immagina come un grande tappeto dove le cose scorrono. “La parola che deriva soltanto da un’altra parola è dura e aggressiva. Una parola siffatta è, per giunta, solitaria: una gran parte della malinconia odierna deriva dal fatto che l’uomo ha reso la parola solitaria, per averla separata dal silenzio. Questo ripudio del silenzio ha per l’uomo il peso di una colpa, colpa che si manifesta sotto forma di malinconia.” Dunque parola e silenzio sono legati: la parola sa del silenzio come il silenzio sa della parola. Come interpreti le parole di Picard, e quanto è funzionale il silenzio durante il momento creativo?

Sottoscrivo l’affermazione di Picard, mi ci ritrovo. Penso che non sia necessario darne un’interpretazione, le sue parole sono esaustive, chiare, per me condivisibili. In particolare mi colpisce l’affermazione “l’uomo ha reso la parola solitaria, per averla separata dal silenzio”. E’ un modo di fare che, a mio avviso, ritroviamo in tutti i mezzi di comunicazione, in tutti i Media, da essi sembra emergere il fatto che il silenzio non vada bene… si cerca sempre di evitare tali momenti, con parole, immagini sovrabbondanti o musica. Ma anche tra le persone talvolta c’è paura del silenzio, si ha paura che stare in silenzio davanti a un’altra persona, o al fianco, possa essere segno di maleducazione, la cosa imbarazza e allora si parla del tempo, o di chissà che cosa. Talvolta non sappiamo stare in silenzio neanche con noi stessi, qualche volta parliamo da soli, pensiamo in maniera spropositata a tutti i nostri impegni e attività, accendiamo tv e radio, o computer: dobbiamo compensare la “noia” del silenzio. Forse questa lotta al silenzio deriva dalla paura, dalla paura di capire che la vita che stiamo conducendo è sbagliata, c’è paura che dal silenzio emerga chiara la voce della nostra coscienza, la voce di Dio, per chi crede, e quella voce ci chiami a qualcosa di diverso, qualcosa che non è in linea con lo standard del mondo. Così facendo, anzi, così non facendo silenzio, quanto perdiamo? Forse la nostra stessa vita. Sappiamo bene che gli attimi di silenzio sono preziosi e che in quei momenti le voci che salgono da dentro possono renderci nuovi e liberi. Sono voci che hanno la potenza di generare, di creare. L’atto creativo, non solo artistico, nasce dal silenzio, sale dal silenzio, s’espande, nel silenzio, dentro la nostra anima, ci rende dèi… ma senza nulla togliere a Dio, non è certo un confronto con lui che vogliamo qui fare. Dèi in quanto capaci di fare il bene o il male di noi stessi e dei nostri prossimi.

Se per Sartre il prosatore illumina i sentimenti man a mano che li espone, “il poeta, invece, quando ha versato le sue passioni nella poesia, non le riconosce più: le parole se ne impadroniscono, se ne imbevono e le trasformano. L’emozione è diventata cosa, ha ora l’opacità delle cose”. Jean Paul attribuisce concretezza alla parola del poeta che, invece di conoscere prima le cose dal loro nome, è come se stabilisse subito un contatto silenzioso per scoprire una tenue luminosità corporea nel momento in cui esso si volge alle parole. Quanto condividi questo pensiero?

Posso dirti che per me avviene così: quando scrivo un testo parto da parole che salgono da dentro, come una sorta di incipit che dà il senso del pensiero, un pensiero che si sviluppa quando osservo una cosa, un’azione, una persona, oppure quando vivo un’esperienza sensoriale che talvolta evoca ricordi o fantasia. Cerco di scrivere subito questa sorta di incipit, prima che evapori, se non riesco a scriverlo, perché non ho carta e penna, allora lo ripeto fintanto che arrivo alla più vicina penna con foglio di carta e trasferisco il mio pensiero lì sopra. Se ho tempo mi fermo e con calma faccio emergere il resto con pazienza, provando a scrivere le parole più adatte a consolidare l’intuizione. Una volta fatto questo chiudo il quaderno, o ripongo il foglio, e lo scritto è dimenticato, fino a quando lo riprenderò, ma dopo molto tempo, per inserirlo in una raccolta o quant’altro, lavorandoci sopra assiduamente. Per tornare alla domanda, sento vero il fatto che una volta che ho riversato le “passioni” nella poesia, le parole se ne sono imbevute e io le ho perse.
In genere sulle poesie lavoro moltissimo, fino a che non ottengo ciò che voglio, a quel punto la passione è completamente persa, nel senso che la poesia potrebbe essere stata scritta da un altro, ma, in realtà, chi perde trova, e difatti le poesie, così lavorate, mi restituiscono la “passione” iniziale, ma levigata, ripulita, universalizzata: le parole ne sono diventate custodi, non più io, il poeta le ha perse. Se mi chiedi di dirti a memoria un mio verso, non saprei farlo… tutto mi si opacizza, per dirla alla Sartre.

Cosa sarebbero le nostre città se al posto dei manifesti pubblicitari fossero stampati versi di poesie, se l’arte venisse riconosciuta come parte fondamentale delle nostre vite in modo da integrarsi perfettamente con lo sviluppo materiale del processo storico?

Stai parlando di fantascienza. Ma non vorrei mai vedere stampate poesie per le strade al posto dei manifesti pubblicitari, è un modo di vedere tipico del mondo consumista, consumare poesia, pubblicizzare poesia, poi la poesia di chi? Della Mondadori? Dell’Einaudi? Pur con tutto il rispetto, no. Si sa che avrebbero la meglio coloro che hanno più soldi, ma di fatto è già così, ultimamente vedo in giro per Roma manifesti pubblicitari di romanzi, come fossero tortellini di Giovanni Rana (il primo che mi viene in mente).
Semmai sarebbe necessario creare le condizioni, anche abolendo tutti i cartelloni pubblicitari, affinché le giovani e le vecchie generazioni possano recuperare la passione per l’uomo, per la natura, per la convivenza, per le città vissute a misura d’uomo. Se si recuperassero queste passioni-valori la poesia tornerebbe manifesta, sarebbe la vita stessa, forse non ci sarebbe neppure più bisogno di scrivere poesia, perché staremmo bene, magari canteremmo e balleremmo, ma non quelle stupide canzoni da botteghino… nel tuo caso anche dipingere sarebbe forse più facile, alla luce di una serenità sociale ritrovata… almeno la si cercasse… invece i tempi sono disonesti, bui: la poesia sembra cosa ridicola; tante persone non vengono rispettate, anzi sono oggetto di disprezzo, di razzismo… fondato su cosa? Sul moralismo assolutista di altri che pensano di avere nella storia ragioni persecutorie, e che invece dovrebbero essere esempio d’apertura, accoglienza e pace.

“Potrebbe ben accadere che la luce interiore emergesse una buona volta da noi, sì da non aver più bisogno d’altro” (Goethe). Basterebbe dunque sviluppare con passione le proprie facoltà spirituali per capire dove risiede la vera ricchezza. Una fortuna che ha ben poco di materiale ma che sprofonda l’anima di gioia e di immensa gratitudine per l’esistenza ancora concessale. Oggi la poesia è ancora in grado di illuminare gli uomini?

A questa domanda penso di avere già risposto nella precedente. Sì, la poesia è in grado di illuminare gli uomini, ma quelli che lo vogliono. Non c’è mai da dimenticare la libertà delle persone, di questi tempi ci si dimentica spesso del valore delle persone e della loro libertà, ma anche dei loro diritti, e certo anche dei doveri. In una mia poesia, riportata in “Cielo indiviso”, Manni Editori, 2008, affermo:

Che cosa sarebbe dell’umanità
senza i poeti
che con le loro lance verso il cielo
ne sostengono l’orgoglio
e il giudizio?


La poesia ha il dovere di sciogliere i lacci dei tempi moderni. Sempre Sophia de Mello affermava che la poesia è rivoluzione! Ecco qua un passaggio assai interessante, parte di un discorso più ampio (la versione integrale si trova qua): “L’amore positivo della vita cerca l’integrità. Poiché cerca l’integrità dell’uomo la poesia in una società come quella in cui viviamo è necessariamente rivoluzionaria - è il non-accettare fondamentale. La poesia non ha mai detto a qualcuno d’avere pazienza. […] È la poesia che mi implica, che mi fa esistere nello stare e mi fa stare nell’esistere. È la poesia che rende intero il mio stare sulla terra. E poiché è la più profonda implicazione dell’uomo nel reale, la poesia è necessariamente politica e fondamento della politica. La poesia cerca infatti il vero stare sulla terra dell’uomo e perciò non può estraniarsi da quella forma dello stare sulla terra che è la politica. Così come cerca la vera relazione dell’uomo con l’albero o con il fiume, il poeta cerca la vera relazione con gli altri uomini. Questo l’obbliga a cercare ciò che è giusto, questo lo implica in quella ricerca di giustizia che è la politica. […]”. E con queste parole ho concluso.

Grazie, dunque, Sofia, per queste tue domande che mi hanno permesso di meditare un poco sulla poesia e sul senso della mia scrittura. Complimenti per il tuo blog, pieno di spunti di riflessione, ma soprattutto complimenti per i tuoi quadri, li trovo particolarmente pregni di armonie e importanti necessità espressive.

Il vecchio vola


Lo vidi volare con l'ultimo fiore colto tra le dita.
Il brivido della leggerezza percorse la sua anima,
- divenne cenere di luce che evapora su sprazzi d'aria -

Sull'atto di creare

Non condivido coloro che affrontano l’esperienza pittorica uscendo fuori da sé. I primi tentativi dell’impresa espressiva richiedono concentrazione, uno studio indefesso e costante circa la verità che vogliamo esprimere attraverso il concetto di arte. Diffido di coloro che dicono di essere a servizio della propria esperienza artistica quando nel momento in cui dipingono trattengono conversazioni, pensano ad altro e trattano un matita come se fosse uno strumento qualsiasi. Tarkovskij dichiarava che “l’artista ha diritto alla creazione soltanto quando essa costituisce una sua esigenza vitale, quando essa per lui non è un’attività secondaria o casuale, ma l’unica forma esistente del suo io riproducente”. Si comprende dunque, quanto la mancata conoscenza delle proprie esigenze interiori porti ad usufruire dell’esperienza pittorica come un palliativo per assecondare in modo ristretto e confuso il proprio io creativo. Credo che il compito principale della pittura, o anche dell’arte in generale, sia quello di coadiuvare noi stessi ad esprimere quel mondo spirituale di cui siamo consapevoli portatori. E’ nel momento esatto della creazione che possiamo ritenerci compiuti, nel prolungamento dell’imperfezione del nostro sentire verso la certezza, solida e feconda, della nostra verità. Lo spirito mercuriale dell’artista, talvolta caotico e confuso, deve necessariamente trovare uno sbocco su cui posarsi e, dilatandosi, trovare la sua armonia come in uno specchio d’acqua mosso appena da una brezza leggera per impedire che le acque si imputridiscano. L’afflato lirico dello spirito è l’inizio di un percorso che non termina con il compimento dell’opera d’arte in quanto esso continuerà a librarsi, attraverso i secoli, nelle anime dotate di una sensibile capacità di ascolto. Lo iato tra pittura e anima sono la testimonianza più diretta di una totale adesione a ciò che è esterno, fuori da noi stessi. Non mi piace parlare dell’arte come qualcosa che tendi verso l’assoluto, intesa come una realtà che non dipendi da nessuna legge al di fuori di sé stessa. L’arte è profondamente umana. E’ oggettivazione della nostra conoscenza e contatto aurorale con l’esperienza creativa che trabocca da noi stessi come fiumi sempre abbondanti. Ogni momento di creatività è relativamente autonomo: esso infatti perpetuamente ritorna, nonostante sia esposto ad innumerevoli incarnazioni metaforiche che ci danno l’illusione di una probabile irripetibilità del momento. Il tenue flusso dell’ispirazione, come in molti credono ancora, non giunge dal cielo per mezzo di funzioni taumaturgiche, ma parte dall’interno, dallo spirito, per diramarsi al di là dell’essere come un ramo che tende e urge in una realtà che ha ormai ben poco di terreno. Questa è l’esplorazione e la via della conoscenza più giusta in quanto disinteressata, non mossa da motivi di natura pragmatica. La tensione creativa si trasforma così in un'ansia febbricitante, proclive al forzare i nostri limiti per irrobustirli e spingerli verso una realtà che è già presente, seppur in miniatura, nel nostro pensiero. Essa è destinata a nascere al di là dello spirito e quest’ultimo ha il dovere di redimere questo piccolo seme nel caos del reale, custodendone però l’armonia racchiusa originariamente. La dote straordinaria della facoltà spirituale è che supera i confini materici del corpo; è forza oscura e indivisa di espansione che si muove per ragioni del tutto irrazionali. Durante l’atto creativo, cessa di lavorare su se stesso per spingersi, come un’onda marina, su terre sconosciute, aride di spiritualità, per posare la propria impronta su ciò che prima era asperso di anonimità. Lo spirito è continua tensione verso ciò che è privo di anima.“Insistete su voi stessi e non imitate mai” diceva Emerson in una sua affollatissima conferenza. Soltanto momenti di solitudine o di quieto contatto con il mondo esterno, possono restituirci a noi stessi, allo studio fecondo della nostra rappresentazione. Perché l’uomo non è ricco nella materia che possiede o produce, ma nell’espressione che trova stimolo o addirittura voce dallo spirito. Attraverso l’esperienza artistica il reale s’infrange in mille pezzi. Abbiamo due possibilità di costituire una nuova rappresentazione autonoma e indipendente da fattori che discendono dallo spirito: si ricompone l’immagine casualmente, andando per intuizione, scartando la continuità spaziale e temporale della realtà, deturpando convenzioni e sostegni verbali, oppure ci serviamo di pochi elementi traendo da essi tutto il nutrimento necessario per il momento creativo. Ogni sforzo che cercherà di trovare una corrispondenza superiore attraverso ciò che non è già più reale, sarà letteralmente vano. L’esperienza pittorica mantiene nelle sue fondamenta la conoscenza, approssimativa o completa, del mondo reale depauperata dall’interpretazione unica e irripetibile dell’artista. Egli non è inventore, non è mago e taumaturgo, ma espressione del tempo in cui vive. Le immagini non coincidono più con il loro oggetto e le nostre azioni con i sentimenti che le hanno generate; eppure ancora si mantiene una sottile corrispondenza tra la creazione dell’opera e il motivo ispiratore, come un filo nutritivo che alimenta spiritualmente entrambe le parti. In arte non abbiamo frammentarietà, ma evoluzione, continuità, rivalutazione di antichi canoni o principi come se tutto fosse destinato ad un eterno ritorno.

STALKER: un film di Andrej Tarkovskij

Tu sei re.
Vivi solo.

Scegli liberamente la strada
e va dove ti conduce il tuo libero ingegno,
perfezionando i frutti dei tuoi diletti pensieri,
senza chiedere premi per la tua nobile impresa.

Essi sono dentro di te. Tu stesso sei il tuo giudice supremo: tu sai giudicare, più severamente di ogni altro,
la tua opera.

Ne sei contento, o giudice esigente?
Questi versi di Puškin esprimono in sintesi la straordinaria coerenza poetica dell’artista. Non sono fattori di natura utilitaristica o pragmatica a deviare il processo creativo dell’arte, in quanto altrimenti essa non corrisponderebbe più al catartico meccanismo interiore da cui l’opera artistica dipende. “L’arte priva di spiritualità reca in se stessa la propria tragedia” dichiarava Tarkovskij nel volume Scolpire il tempo. Per un un’arte così complessa come quella cinematografica, la libertà espressiva dell’autore diventa estremamente difficile per motivi che sono strettamente legati alla sfera finanziaria. Ciò accade perché la politica culturale associa il cinema ad una forma di lucro, non riconoscendo in essa dignità e diletto artistico. E’ quella stessa politica, spiritualmente retrograda, che pensa a “rimpinzare lo spettatore con nefasti surrogati e imitazioni che corrompono irreparabilmente il gusto”. La “massa” si aspetta dal cinema avventure esotiche, esperienze nuove, avvincenti, scartando a priori un interlocutore intelligente in grado di scuotere le coscienze sulle problematiche culturali del proprio tempo. Nel capitolo L’autore alla ricerca dello spettatore, il regista si pone una domanda a cui però preferisce non rispondere: “Quali sono le cause della sordità estetica e talora morale di un’enorme quantità di persone? Chi è colpevole di questo? Ed è possibile aiutare queste persone a farsi partecipi dell’elevato e del bello, dei nobili moti spirituali suscitati dall’arte autentica?”. Probabilmente sordità morale ed estetica provengono da un perpetuo ottundimento delle facoltà riguardanti lo spirito. L’uomo moderno è accecato da un folle desiderio materiale che opprime e deturpa la sua innata capacità d’interrogarsi e di porre giudizio su di sé e sul mondo. Affinché l’arte diventi parte costitutiva della vita, senza ridursi a pletorici surrogati che si spacciano per tale, è necessario avviare una purificazione interiore condotta con estrema sincerità e consapevolezza. “La gente non ha più bisogno del bello, dello spirituale, e consuma i film come bottigliette di Coca-Cola”: la maggior parte delle nostre azioni hanno fini materiali e ciò che può essere il mero prodotto di un lavoro spirituale, rischia di dover essere traslato in una chiave consumistica. Solo il concetto astratto dell’arte sembra oggigiorno, essere l’unica forma retriva di pensiero, in quanto si oppone ad un progresso fondato su interessi utilitari. E’ dunque comprensibile se il procedere artistico sia principalmente un’attività solipsistica che richiede impegno e fatica, perché “un vero creare rende soli e richiede qualcosa che bisogna strappare alla comodità della vita”, se vogliamo dirlo rammentando le parole di H. Hesse. Sforzarsi di compiacere la grande “massa”, significherebbe non adempiere alle proprie esigenze interiori e alle sue immanenti leggi di sviluppo. Eppure il compito dell’artista non termina nel momento della creazione, ma nel voler trasmettere la propria verità rappresentando l’immagine particolarissima del reale, affinché l’umanità possa condividerne l’esperienza.

Non dormire, non dormire, artista,
non abbandonarti al sonno..
Tu sei l’ostaggio dell’eternità,
il prigioniero del tempo..


Tarkovskij riprende i versi di Pasternak condividendone il pensiero conduttore: “l’artista è condannato a comprendere di essere il prodotto del tempo e delle persone tra le quali egli vive”. E per Heerkomer l’arte diventa, nel senso pieno della parola, servitrice del popolo. Se il momento creativo che precede l’opera d’arte è caratterizzato da solitudine, pare che l’artista sia mosso da una sorta di salvifica missione che ne comprenda l’importanza sociale, in un atteggiamento di responsabilità nei confronti della propria attività.

Questa breve introduzione circa il pensiero tarkovskiano sull’arte, è necessaria per giungere e comprendere a pieno il punto nevralgico, massimo e poetico del terzultimo film, Stalker, del 1979. Diverse sono le simbologie, i raffronti, i temi che percorrono la trama scarna del film, ma solo un aspetto prevale sul resto, solo una verità si mostra nuda dinnanzi allo spettatore che vuole spingersi oltre, rovistare dentro il suo inconscio per carpire la parte più intimistica di sé, rivelandola. Falange di critici ci hanno rivelato le simbologie più nascoste, le citazioni bergmaniane e dostoevskiane, l’accuratezza fotografica e la scelta di adottare una struttura frontale della composizione. Esse sono sfumature, parti complementari che edificano il film, strutture secondarie che concernono ad un’unica, grande verità. Qual è dunque il tema che deve realmente echeggiare in Stalker? Tarkovskij brevissimamente ci risponde così: “Si trattava del tema della dignità dell’uomo e della sua sofferenza per la mancanza di tale dignità”. Ma cosa significa “dignità” per il regista russo? Essa è scoperta del proprio “io” ad un determinato livello spirituale che si sforza di raggiungere un livello tale di perfezione da rinunciare al pragmatismo di una società materialistica. Questa dignità nell’uomo moderno, per Tarkovskij è pressoché assente, diviso da una muraglia di estraneazione che scissa l’individuo dall’umanità. Stalker mette in luce sia l’imminente annientamento della nostra civiltà per il mancato aspetto spirituale del processo storico, sia la fiducia sull’atto disinteressato e incondizionato di amare. I film di Antonioni si chiudono in un angosciante vicolo senza via di uscita; l’occhio freddo e clinico di Moravia si riflette sul grande schermo amplificando la condizione alienante e nevrotica dell’uomo. Non abbiamo un lieto fine ma tutto appare sospeso nell’ineluttabile compimento di un destino su cui l’io è incapace di porre la propria resistenza. Se il regista ferrarese si “limita” a mettere a nudo uno spaccato reale della società, il regista russo non solo dichiara la frattura tra singolo e umanità, ma ne propone la soluzione, la giusta via per ritornare laddove gli uomini hanno “imboccato la strada sbagliata”, come annunciava Domenico nel film Nostalghia. Andrej non ci abbandona al triste relitto di un’umanità ormai priva di spirito ma anzi ci indica, senza profetizzarla, la strada del ritorno verso il recupero necessario dell’armonia di cui l’anima è assetata. Tarkovskij dichiarava di non possedere “quell’organo per sentire Dio”, ma dagli insegnamenti cristiani ne trae l’apertura e la benevolenza verso il prossimo, “che non permetta di rinchiudere l’uomo nei suoi interessi particolari, dettati dall’avidità e dall’egoismo, ma che imponga di donarsi all’altro senza sofismi e senza ragionamenti”. E ancora: “[…] a me sembra che nella lotta per le libertà politiche, indubbiamente assai importanti, gli uomini moderni abbiano dimenticato la libertà di cui hanno goduto gli uomini in ogni tempo: quella di sacrificarsi per l’altro”. Il pensiero tarkovskiano non si ferma sulle pagine di Scolpire il tempo, ma si percuote dal primo fino all’ultimo film, in quanto è precipuo intento del regista mantenere una ferrea coerenza artistica.
Tratto da un racconto dei fratelli Strugackij, il film ruota attorno all’unità spaziale della Zona, un territorio misterioso e pericoloso dove l’accesso è stato proibito dalle autorità dopo averla fatta evacuare. Solo gli studiosi hanno il permesso d’entrata e i curiosi, spinti dall’avventura o dal demone della conoscenza, si fanno guidare dagli Stalker, strani personaggi che per denaro sfidano la morte o la prigione offrendosi come guida nella Zona. Uno di questi, sposato e padre di una bambina senza l’uso delle gambe, si incontra in un tetro bar con due clienti, uno scrittore etilista che ha perso l’ispirazione e uno scienziato che ostenta con pervicacia il suo paravento di certezze. La loro meta è il cuore della Zona, la Stanza dove vengono realizzati i desideri. Il viaggio, viene vissuto come una sorta di lustrale pellegrinaggio che assume il significato di una rinascita morale rifacendosi alla tradizione del Medioevo. Ma può essere anche interpretato come un viaggio nell’inconscio, non dell’uomo ma del mondo, percorso iniziatico da cui, paradossalmente, nessuno esce iniziato se non chi lo era già. La critica cinematografica ha dato spesso delle interpretazioni sul valore simbolico della Zona, ritrovando addirittura delle risonanze orwelliane o più schematicamente, dei motivi di natura socio-politica. Ecco come Tarkovskij risponde davanti a tali deformazioni circa la sua poetica cinematografica: “Io cado in uno stato di rabbia e di disperazione quando sento domande del genere. La Zona, come ogni altra cosa nei miei film, non simboleggia nulla: la Zona è la Zona, la Zona è la vita: attraversandola l’uomo o si spezza o resiste. Se l’uomo resisterà dipende dal suo sentimento della propria dignità, dalla sua capacità di distinguere il fondamentale dal passeggero”. L’uomo, occidentale soprattutto, è mosso principalmente da tali quesiti: “A che scopo? Per quale motivo? Perché?”. Se lo spettatore davanti alla riproduzione di un mondo reale sublimato in poesia, continua a porsi interrogativi simili a quelli sopracitati, non arriverà a comprendere e soprattutto a godere, in una contemplazione alquanto disinteressata, della disarmante bellezza della natura. Quando si parla di Tarkovskij, è bene troncare fin da subito ogni ricerca volta a scovare metafore, simboli, o contesti simili su cui molti critici hanno dato sfogo ad un’impropria orgia di parole, imbrillantinate fin troppo da erudite elucubrazioni prive di senso. Se lo scienziato cammina sui binari arrugginiti del razionalismo più piatto, lo scrittore s’interroga, esita e prova un’orripilante dicotomia tra desiderio e avversione per la Stanza.

“Supponiamo pure che io entri in quella stanza, divento un genio e ritorno nelle nostre città dimenticate da Dio. Ma l’uomo scrive soltanto perché si tormenta, perché dubita e perché deve continuamente dimostrare a se stesso e agli altri che davvero vale qualcosa. Ma se sapessi con certezza di essere un genio, perché dovrei continuare a scrivere? Me lo sa dire perché?”

Ancora una volta l’idiota dostoevskijano, la cui “santità” risiede nella pervicacia ad essere fedele fino alla disponibilità nei confronti degli altri, si riflette nella figura dello Stalker che personifica la preghiera, la fede, la credenza sulla parte recondita e spirituale dell’uomo. La mancanza di fede da parte del fisico e dello scrittore manderà in crisi il compito dello Stalker: “Ma gente così può credere a qualcosa? Nessuno crede più, non soltanto quei due. Chi posso portare là? Oh Signore! E la cosa peggiore è che non serve a nessuno. A nessuno serve quella stanza e tutti i miei sforzi sono inutili”. La debolezza apparente che anima lo Stalker è in realtà concepita da Tarkovskij come una virtù; essa è espansione esteriore della personalità e assenza del desiderio di sottomettere l’altro e di utilizzarlo per la realizzazione dei propri intenti. Non a caso, la debolezza sarà appalesata durante il film con i versi originariamente tratti dal Tao tê ching di Lao Tzu:

“Quando nasce, l’uomo è tenero e debole; quando muore, è duro e rigido (forte). I diecimila esseri, piante e alberi, durante la vita sono teneri e fragili; quando muoiono, sono secchi e appassiti. Perché ciò che è duro e rigido (forte) è servo della morte; ciò che è tenero e debole è servo della vita.”

L'uomo che scriveva haiku


Guizza la trota,
sul fondale scorrono
le nuvole.


Onitsura
(1661-1738)

ArtisticaMente: mostra di pittura a Sarzana


Venerdì 3 settembre ore 19.00 sarà inaugurata la mostra di pittura ArtisticaMente (locale Miller, Sarzana via N. Mascardi n.27) dove parteciperò fino al giorno 19 dello stesso mese con le seguenti opere :

Cavallo
Mare dentro
Soggetto pensante
Abbraccio notturno
Emozioni in superficie
Naufragio dell'anima
Il solitario
Figure nello spazio
Un malato di cuore
L'uomo che chiedeva l'Africa
Il collezionista di parole
La rete dei pensieri
Ti salverò
Il campo che verrà
Un bambino sensibile
Sulle corde della leggerezza
Parodia del matematico
L'ebreo
Di là

Le opere saranno in vendita. Per maggiori informazioni, contattatemi.


Nel locale si svolgeranno anche salotti letterari sull'arte aperti al pubblico:

05/09 ore 21.30 "Omaggio a Tarkovskij"
08/09 ore 21.30 "Lo spirituale nell'arte" di W.Kandinskij
18/09 ore 21.30 "Scienza aleatoria" raccolta di poesie di Roberto Maggiani

Ingresso libero

ESSERE POETA di Ralph Waldo Emerson

“Sono nato poeta, di basso rango, senza dubbio, ma poeta. E’ questa la mia natura e vocazione.”


“Essere poeta” è forse tra i saggi meno conosciuti di Emerson ma, assieme ad altri testi quali Ispirazione, risultano fondamentali per capire non tanto l’essenza poetica che risiede nell’individuo, ma quanto l’autore avverta in sé la poesia, profondamente e soprattutto coscienziosamente. E’ forse proprio in queste pagine che il padre della letteratura americana parla della poesia con il suo vero nome, chiamandola, invocandola, scovandola dappertutto e partendo da un ideale di letteratura-antiletteraria. Emerson ci offre una scrittura freschissima, leggera, guizzante, che procede addirittura per paradossi, servendosi dell’immaginazione per stregare il lettore con scenari dettati dall’uso di tropi. Sembra quasi di toccarla, di essere vicini a lei, verso quella creatura così fragile che il suo nome è già tutta una canzone che si ripercuote dentro le corde dell’animo. Per Emerson, essa non è una stringata attività di eruditi, manieristiche bizzarrie verbali o una passione di nicchia, ma è quotidianità, elemento fondante dell’esistenza, sostanza rigenerante e costitutiva che annulla ogni eccesso di flemma proprio di una mente annoiata, priva di stimoli interiori.

Essere poeta: già l’essere è poeta. Eppure Emerson avverte una chiara decadenza, in quanto nasciamo uomini dotati dalla convinzione del tutto inconsapevole, che la poesia sia cosa estranea dall’essere, che sia altro da noi o un suo lontanissimo prolungamento. “Troppo flebili cadono su di noi le impressioni della natura per fare di noi degli artisti. Ogni tocco dovrebbe dare i brividi. Ogni uomo dovrebbe essere così artista da riferire nella conversazione quel che gli è accaduto” scrive Emerson nel saggio. Ma oggi non abbiamo tempo per coltivare la spiritualità perché siamo accecati dalla materia, dal fare e dal disfare, dal produrre e dal consumare. Questo è il nostro male, la nostra condanna, l’accumulare continuamente ricchezze per procurarci una fittizia felicità, dimenticando invece ciò che in realtà è prima parte costituiva dell’essere come lo spirito, l’ingegno, l’espressione creativa dell’uomo, in altre parole: Poesia.

La poesia come natura, ovvero come semplicità intesa nel suo più autentico e genuino valore, è prerogativa di una sana esistenza volta a sviluppare la spiritualità interiore. Per Emerson l’atto poetico non è evoluzione di un artificio intellettuale pre-tecnico o erudizione per pochi eletti, ma è concepito come un atto di (seconda) natura e dunque intrinseca dell’essere. La poesia è parte integrante dell’uomo, è una proprietà sostanziale e fondante dello spirito che, dal dato oggettivo, tramuta il reale sublimandosi nel sentimento particolarissimo. Nel poema emersoniano, il poeta è concepito come una figura seminale, che getta semi nel campo fertile del proprio essere, che dal dato oggettivo del reale si riconduce alla propria spiritualità, in un processo alogico che porta il nome di conoscenza. Poesia non è estraneità, altra parte dall’essere, ma andare incontro alla realtà stessa, giungere al suo nodo più profondo e liberarne la sostanza per farla nuovamente propria, con spassionato ardore e crescente entusiasmo. Poesia per Emerson è gaia scienza, perché cerca e si riconduce alla verità, una verità certamente diversa da quella scientifica ma che contestualizzi meglio il reale. Durante la lettura del saggio, è inevitabile e fin troppo naturale fare un riscontro con la poetica di Bruno Schulz. E’ straordinario pensare come due culture dalle tradizioni e dagli sviluppi diversissimi, possano accomunarsi nel fulcro originario della poesia e della parola. La nostalgia di Schulz per l’antepatria verbale (che denomina appunto Poesia) è la stessa che riconosce Emerson: “Il linguaggio è poesia fossile. Come le rocce calcaree del continente sono composte da masse infinite di conchiglie d’animaletti, così il linguaggio è fatto d’immagini o tropi che, nel loro uso secondario, da tempo hanno cessato di ricordarci la loro origine poetica. Ma il poeta nomina la cosa perché la vede, o le si avvicina di un passo in più rispetto a chiunque altro. Quest’espressione, o nominazione, non è arte o tecnica, ma una seconda natura, cresciuta dalla prima, come una foglia spunta da un albero.” Emerson nel suo saggio non inventa nulla di nuovo, anzi, scopre ed esplora il valore etimologico di Poesia. Interiorizza il suo significato originario (poeta come colui che fa, che crea, che inventa e compone), ma ancor prima percepisce il suo straordinario meccanismo come proprio e già esistente. Il poeta è colui che “nomina la cosa perché la vede”, perché riesce a vederla con gli occhi dell'anima, perché è in grado di vederla. Non si parla di un’arte o di una scienza acquisita, ma di una facoltà spirituale e naturale, propria dello spirito, ma Emerson mette bene in chiaro che bisogna riuscire a consapevolizzarci per poter cominciare ad usufruirne in modo disinteressato. Tutto il saggio è un fremito, un mare di metafore e metonimie in ebollizione, tipico della scrittura emersoniana. “Gli uomini hanno realmente acquisito un nuovo senso, e nel loro mondo hanno trovato un altro mondo, o un nido di mondi; perché la metamorfosi, una volta vista, indoviniamo che non s’arresterà”. Ecco dove risiede la potenza creativa del poeta, la facoltà di riuscire ad inoltrarci in un nido di mondi. Nel momento in cui si apprende ciò, l’attività intellettuale non trova momento di pausa perché diventa avida di conoscenza, di sintesi e di interpretazione. “Il poeta è la persona in cui questi poteri sono in equilibrio, è l’uomo senza impedimenti, che vede e tocca con mano ciò che gli altri sognano, che percorre l’intera scala dell’esperienza, ed è rappresentativo dell’uomo, in virtù del suo essere la più ampia potenza ricettiva e distributiva”. Emerson ci parla dell’equilibrio del poeta: quando avviene la scoperta di “un nido di mondi”, la prima reazione è confusione, caos, estraneità ma con uno sforzo di maggiore valutazione, possiamo comprendere che questi mondi infiniti siano in realtà tutti collegati tra di loro, che dipendano l’uno dall’altro, che siano vicendevolmente necessari alla propria presenza. Da ciò deriva organicità, armonia conoscitiva e dunque equilibrio per il poeta stesso, che sa e ha imparato a muoversi tra questi mondi. Quest’ultimi, per Emerson, corrispondono all’Universo, ovvero all’esternarsi dell’anima. Ed è in questo esatto momento, nella consapevolezza di questa armonia dominante che siamo in grado di fare uno sforzo ulteriore: l’immaginazione. Essa “rispetta la causa, è la visione di un’anima ispirata che in tutta la natura legge argomentazioni e affermazioni delle stesse cose che essa è spinta a dire, è una percezione di una reale relazione fra un pensiero e qualche fatto materiale. […] La fantasia aggrega; l’immaginazione anima. La fantasia è legata al colore; l’immaginazione alla forma. La fantasia dipinge; l’immaginazione scolpisce.”

Quando ogni uomo riconoscerà in sé questa seconda natura, “la vita non sarà più un rumore molesto; ora vedrà uomini e donne, riconoscerà i segni con cui si possa discernerli da sciocchi e satanassi. Questo giorno sarà migliore del giorno natale.Allora divenne un animale: ora è invitato nella scienza del reale."

ANTONIA POZZI e il pudore della parola


“Proprio a te doveva accadere di concentrare tutta la vita su un punto, 
e poi scoprire che tutto puoi fare tranne vivere quel punto.”

Cesare Pavese nel diario "Il mestiere di vivere"



Se per Emerson pensare significa fare analogie, riscoprire le effusioni liriche della poesia italiana del Novecento urge a dover ricostruire un’unica rete dove le voci poetiche non appaiono distinte e separate ma figlie di un’unica sofferenza che attinge dalla semplicità del quotidiano, celebrando il distacco della condizione solipsistica propria del poeta. Se l’ombra del suicidio in Pavese era presente fin dalla scomparsa dell’amico Baraldi e dunque la morte sembrava essere l’unica soluzione, in Antonia Pozzi il suicidio non è una scelta o un’idea bramata fin dalla giovinezza, ma l’unico modo per scampare da un pungolo sentimentale frutto di amarezze e delusioni, da un mondo fin troppo borghese nel suo oleografico moralismo che rifiutava il suo amore, espresso chiaramente nelle ultime pagine del diario e nelle poesie raccolte in “Parole”. La vita della Pozzi era incentrata proprio su un unico “punto” e proprio nel momento in cui ha scoperto di non poterlo vivere ha smesso di scrivere poesie e lettere, di pensare a Remo e di sperare ancora di far fruttare quel punto zero, quel punto nero che non si decideva a germogliare, quel punto invivibile ormai solcato da amorosi idilli sentimentali mai interamente vissuti perché inesistenti. Se la solitudine di Pavese trova la propria forza nel rifugio del mito infantile, la solitudine della Pozzi pronuncia afone parole di carta nella struggente constatazione di una permanente dolorosità nei confronti della vita.

Sola. In questa mia bella casa, coi mobili ricchi e dalla radio la voce del paese che amo e ho davanti la piccola lampada della fedeltà che non basta a calmare l’irrequietudine, a riempire la vita. E questo terrore: mi perdo, non mi ritroverò, non mi riguadagnerò più. Piccole cose mi scalpellano, miserie mi corrodono. Quanto bene vorrei volere e non c’è nessuno e se qualcuno venisse, ormai è forse troppo tardi e il sangue è ancora malato di te, di voi. […] Penso anche a te, lontanissimo e dolce, che non avevi corpo e mi baciavi così puro: ala bianca dell’adolescenza.

Una volta assaporato l’icore lirico che sorveglia ogni tumulto prepoetico, il fiume interiore e tonificante costituito da pudiche parole che attraversano la sua opera, è tanto forte da incanalare il lettore dentro un particolare occhio apologetico che trae dalla natura la sua fonte d’ispirazione.

Io non so che cosa pagherei per potermi costruire qui, in vista del Ticino, due stanze rustiche e venirci a stare; le mie radici aristocratiche non le sento molto, nemmeno qui, ma le mie radici terriere si, in modo acuto e profondo, e gli uomini dietro l’aratro mi incantano, non solo per un senso di armonia estetica.

Con grande entusiasmo osservo che negli ultimi anni la voce di Antonia Pozzi, morta suicida nel 1938, ha trovato la sua giusta e meritata diffusione. Con la pubblicazione di tutte le sue opere nella collana Garzanti Gli elefanti, adesso è più facile avvicinarsi al lato spirituale della poesia contemporanea che contraddistingue personalità femminili come Alda Merini e Cristina Campo, entrambe vittime di esperienze dolorose che hanno profondamente inciso la loro poetica. Falangi di critici hanno avviato una moltitudine di studi, tesi a ricreare un percorso logico e approfondito della letteratura contemporanea italiana con l’intento di riscoprire poetesse come Daria Menicanti, Lalla Romano e Amelia Rosselli. L’opera che raccoglie le sue liriche, Parole, apparve l’anno successivo alla morte con una prefazione assai acuta e lucida di Montale, che mette in guardia i lettori sull’assenza di sentimentalismo, tipica di quando la vita non risponde come si vorrebbe. Nell’opera di Antonia Pozzi sembra riecheggiare costantemente la poetica pascoliana degli oggetti che, attraversando le “buone cose di pessimo gusto” di Gozzano e la celebrazione del quotidiano di Saba, sfocia nella sintomatica sintesi del correlativo oggettivo di Montale. Nel canto lirico della Pozzi, non troviamo soltanto una forte adesione sentimentale e calda simpatia verso le “umili cose”, ma una totale partecipazione all’ascolto del proprio canto che vuole trovare un dialogo al di là dello stereotipato costume borghese.
Il 4 febbraio del 1935 con una pagina composta per lo più da brevi periodi, Antonia Pozzi non si limitava a descrivere un temporaneo stato d’animo, ma deificava qualcosa di molto più grande e importante: descriveva la condizione universale dell’uomo e dell’apertura verso il mondo, cercando di rompere quella gabbia di solitudine che imprigionava anche il grande Pavese:

Il mio disordine. E’ in questo: che ogni cosa per me è una ferita attraverso cui la mia personalità vorrebbe sgorgare per donarsi. Ma donarsi è un atto di vita che implica una realtà effettiva al di là di noi e invece ogni cosa che mi chiama ha realtà soltanto attraverso i miei occhi e, cercando di uscire da me, di risolvere in quella i miei limiti, me la trovo davanti diversa e ostile. […] Donarsi è abdicare alla propria personalità.

La vita di Antonia si ferma proprio in quel “punto” che è riuscita a vivere solo in modo frammentario. Donarsi non significa soltanto provare dedizione, amore e rispetto ma anche trascendere la particolarità egoica dell’essere, farsi Tutto e niente nello stesso momento, sprofondare nel disordine lirico della natura per ricavarne quell’armonia, tacita e nascosta, che legifera le sacre unioni. La sofferenza elegiaca che traspare da ogni canto, la forte permanenza nelle vicissitudini del reale e la completa dedizione alla presenza delle cose, emanano una fragilità e un sentire interiore ancora più forte del poeta in quanto femminile. Il dolore esperito dalla coscienza sgorga nella poesia, nell’epistolario, nell’abbozzo allo stato larvale di pensieri eunuchi, puri, che cristallizzano la percezione sensoriale di un’anima che fa aderenza, stretta adesione ai sentimenti umani. Antonia non crede alla società; essa è astrazione. Concreto è invece il mondo, la miseria, la Casa degli sfrattati di Milano dai “strani bambini, che quasi non urlano” e la solitudine di cui è consapevole vittima. E’ una concretezza che diventa pietra, muro invalicabile, vetri aguzzi che feriscono e che fanno sgorgare l’espressione più primitiva e arcaica della poesia. Tutto può forse risolversi in un unico canto, in un unico grido di forte speranza, in un “Desiderio di cose leggere”:

[…] Ma giungerà una sera
a queste rive
l’anima liberata:
senza piegare i giunchi
senza muovere l’acqua o l’aria
salperà – con le case
dell’isola lontana,
per un’alta scogliera
di stelle –

Cavallo etrusco


Recuperare l’arte etrusca non significa imitarne le soluzioni formali, ma interiorizzarne l’armonia, l’essenza estetica e percettiva dei rapporti cromatici, approvarne le aspirazioni interiori dopo secoli di sperimentazione.

Un poeta nel cinema: intervista ad Andrej Tarkovskij


Inauguro questa sezione riportando l’intervista del grande regista russo, Andrej Tarkovskij, realizzata da Donatella Baglivo nel documentario “Un poeta nel cinema” (1984). Osserviamo un Tarkovskij che cammina in mezzo al bosco vicino ad un piccolo ruscello, mentre la sua voce sottile danza con il gioco sonoro dell’acqua. E’ uomo dentro e in mezzo alla natura, che trova in essa il suo essere completo. In tutto il suo percorso cinematografico, possiamo parlare di un’assoluta coerenza poetica che sembra maturare ed evolversi fino all’ultimo film Sacrificio. Negli ultimi anni la voce di Tarkovskij si è spenta, in quanto si preferisce parlare di altri registi e di un cinema che non ha nulla a che fare con l’arte. Poesia, riflessioni sulla natura, sull’interiorità dell’uomo, possono però risvegliare in noi lo spazio e la realtà in cui viviamo, come viene posta ed esperita dalla coscienza individuale. Tarkovskij, nella sua concezione poetica della vita, ci porta a riscoprire il valore antico e più semplice dell’esistenza.

Chi sei?
Io non so chi sono e, a mio parere, chi siamo è quello che ognuno di noi sa con minore esattezza. E’ molto più facile esprimere il giudizio sugli altri. Di noi stessi sappiamo molto poco e il problema è che siamo incapaci di rivolgerci con attenzione ai problemi interiori dell’uomo.

Sei felice di essere venuto al mondo?
Felice non è la parola giusta. A mio parere questo mondo non è un luogo dove vivere felici e non è stato creato per la felicità dell’uomo, anche se sono in molti a pensare che è questa la ragione della propria esistenza. Penso che siamo su questa terra per lottare affinché dentro di noi lottino il bene e il male, perché il bene vinca e noi ci si arricchisca spiritualmente.

Andrej parlami della tua infanzia
La mia infanzia la ricordo molto bene perché è stato il periodo più importante della mia vita. Quello che ha fissato le impressioni e quello che ha poi preso corpo successivamente nel periodo adulto ed è quel momento nella vita dell’uomo che ne determina tutto il suo futuro, specialmente se è un futuro legato all’attività creativa, all’arte, ai problemi interiori, psicologici. Già Anna Achmatova, la grande poetessa russa, parlava dell’importanza dell’infanzia, quell’infanzia che la sostenne per tutta la vita nella sua opera. In una parola, l’uomo con l’infanzia nutre tutta l’attività creativa del periodo adulto. I miei genitori si separarono nel 1935 o ’36. Vivevo con mia madre, la nonna e mia sorella; in effetti sono cresciuto in una famiglia senza uomini e sono stato allevato da mia madre. Forse questo ha avuto una grande influenza sulla formazione del mio carattere.

La casa della mia infanzia per me è una casetta in un bosco a novanta/cento chilometri da Mosca, dove abbiamo vissuto cinque anni prima della guerra. Ci fu un episodio: un giorno mio padre venne da noi di notte e voleva che mia madre mi lasciasse andare a vivere con lui. Mi ricordo che mi svegliai, sentii quella conversazione, mia madre piangeva e anch’io piangevo ma piano perché non mi sentisse. Avevo già deciso che se anche fosse stata mia madre a chiedermelo, io non sarei mai andato a vivere con lui anche se per tutta la vita ho sentito la mancanza di un padre.

La guerra è stata per noi molto dura. Mio padre era andato al fronte e ci mancava molto. Si continuava ad aspettare lettere che arrivavano solo raramente. Comunque tornò senza una gamba, dopo un’operazione molto difficile in un ospedale militare al fronte. Tornò col grado di capitano e con uno dei riconoscimenti più alti dell’esercito: l’ordine della stella rossa. Due soli pensieri occupavano la mia mente infantile: che la guerra finisse e che mio padre tornasse da noi. Tutta la mia infanzia è legata a mia madre e si capisce, vivevo con lei, mi educava e si prendeva cura di noi. Ebbe una vita molto difficile: aveva terminato quello che adesso si chiama Istituto di letteratura e lì conobbe mio padre, ma quando ci lasciò ella non poté più occuparsi di letteratura e con due figli sulle spalle non riuscì a dare gli esami per avere in mano qualche diploma e andò a lavorare in una tipografia di Mosca. E tutto quello che ho avuto nella vita e le cose più belle che ho, le devo a mia madre, ai sacrifici per farmi diventare quello che sono adesso. Ci fu un momento veramente difficile nella mia vita: ero finito in una vecchia compagnia ed ero molto giovane, avevo circa vent’anni e mia madre mi salvò in un modo molto particolare mandandomi a lavorare con un gruppo di geologi in Siberia dove rimasi un anno intero. Lavorai laggiù come raccoglitore, un semplice operaio. A piedi girai le distese di neve nella taiga. La Siberia, ancora oggi, è rimasta uno dei miei ricordi più belli.

Adesso pensi di aver trovato quello che cercavi da bambino?
Non lo so, è una domanda difficile. E’ evidente che mia madre voleva che io mi dedicassi all’arte, che la mia vita fosse legata all’arte. L’esempio di mio padre era stato per lei importantissimo; lo amò molto, fino alla fine dei suoi giorni. Voleva che gli assomigliassi in qualche modo e così mi ritrovai nell’arte. Non divenni pianista, né direttore d’orchestra, come avrei voluto, né pittore, scultore, tutte cose che pure avevo studiato. A volte mi domandano se ho dei rimpianti. Certo mi dispiace non occuparmi di musica, non essere un direttore d’orchestra, anche perché sarebbe una professione meno dura per me e non si può neanche dire che io in seguito abbia trovato quello che avevo cercato nell’infanzia. Allora non volevo diventare né pittore, né musicista. Il mio carattere somigliava più a quello di una pianta: non pensavo molto, piuttosto sentivo, percepivo.
Quando rivado all’infanzia, mi torna in mente un tempo in cui davanti a me c’era tutta la vita e io ero immortale e tutto era possibile, realizzabile. Chissà se l’infanzia è andata o è rimasta con me. A volte se penso che mi ha lasciato, mi sento perduto. Ritengo però che siano le sensazioni dell’infanzia ad avermi abbandonato ma che lei, l’infanzia stessa, sia ancora accanto a me, come base prima che sostiene la mia attività creativa e anche come spinta alla creazione. Penso che se si fosse perduta nell’oblio, non potrei fare niente nel cinema.

Pensi che la scelta del cinema sia stata per te la strada giusta?
Le mie prime impressioni sul cinema sono state strane; non capivo, non riuscivo a capire che cosa fosse il cinema. Non lo sentivo, non lo percepivo ma sapevo che era una professione dai notevoli aspetti tecnici. Che ci si potesse esprimere con il cinema come con la poesia, la musica o la letteratura, non l’avevo proprio capito. Anche dopo aver girato l’Infanzia di Ivan, non avevo ancora afferrato quale fosse il ruolo del regista. E’ stata una ricerca, un cercare a tentoni dei momenti di contatto con la poesia. E solo dopo aver girato questo film, mi accorsi che era possibile attraverso il cinema venire in contatto con un’essenza spirituale. L’esperienza dell’Infanzia di Ivan è stata per me importantissima perché prima di allora non avevo la minima idea di che cosa fosse in fondo il cinema. Neanche adesso sono così convinto di sapere che cos’è il cinema. A parer mio è un mistero, immenso, come del resto ogni altra forma d’arte.

A quel tempo l’Infanzia di Ivan provocò grosse polemiche fra i critici. Dopo tanti anni cosa ne pensi?

La polemica sull’Infanzia di Ivan fu condotta prevalentemente da Sartre e da Moravia. Quest’ultimo mi criticò e Sartre mi difese. Devo dire comunque che lessi l’articolo di Moravia con estremo interesse. In effetti distruggeva il mio film pezzo per pezzo, ma lo lessi con piacere perché la sua critica era ad un livello così alto, il suo pensiero così preciso e ben formulato che fu quasi un piacere essere criticato da lui. Per quanto riguarda Sartre mi difendeva da posizioni troppo filosofiche e speculative perché la sua difesa mi convincesse.

Per molti il cinema è soltanto un lavoro. Per te Andrej che cos’è il cinema?
Non sono mai riuscito a separare la mia vita dai film che facevo. I film sono sempre stati per me una parte della mia esistenza e per poter girare un film ho sempre dovuto operare delle scelte fondamentali. Molti riescono a separare la propria vita dai film che realizzano. Conosco molti che vivono in un modo e nei film dicono tutt’altra cosa, esprimono tutt’altre idee. Riescono a scindere la propria coscienza dai film che fanno. Io non ci sono mai riuscito: per me il cinema non è una professione, è la mia vita ed ogni film lo considero un azione della mia vita.


Che ne pensi del cinema d’autore?
Per me coloro che rimarranno nella storia del cinema come autori, sono tutti poeti. A mio avviso esiste una legge: il cinema d’autore è un cinema di poeti e tutti i grandi registi contemporanei sono dei poeti.
Ma che cos’è un poeta nel cinema? E’ un regista che crea il proprio mondo e non tenta di riprodurre la realtà che lo circonda. Ed’è questo loro cinema che noi definiamo d’autore: cinema poetico.

Andrej tuo padre era già allora uno dei più grandi poeti russi. Parlami di lui.
Mio padre è senz’altro il più grande poeta russo, con una possente intonazione lirica e carica spirituale nella sua poesia. E’ un poeta in forma pura, un poeta per il quale la cosa principale è il concetto interiore, spirituale della vita, il senso del debito profondo che egli avverte nei confronti della propria terra, della propria patria e del proprio ruolo.

Che cos’è l’arte?
Prima di formulare un concetto, in questo caso sull’arte, dobbiamo rispondere a un’altra domanda molto più vasta, ovvero qual è il senso dell’esistenza dell’uomo su questa terra. Forse il fine nostro su questa terra è quello di innalzarci spiritualmente. Se la nostra vita tende a questo arricchimento spirituale, l’arte è uno dei mezzi per arrivarci. Si, almeno così io ritengo, in armonia con la mia definizione sul senso della vita. Non so, c’è chi afferma che l’arte serva all’uomo per conoscere il mondo, che l’arte è conoscenza come qualunque altra attività intellettuale dell’umanità. Io, tanto per cominciare, non credo troppo a questa possibilità di conoscenza. Essa ci distoglie sempre più da quello che dovrebbe essere lo scopo principale della nostra vita, e quanto più ne sappiamo, tanto meno ne sappiamo perché andando in profondità, perdiamo in ampiezza. L’arte serve all’uomo per elevarsi spiritualmente, innalzarsi al di sopra di se stesso, per usare ciò che noi definiamo “libero arbitrio”.La pressione cui è sottoposto Rublev non è un’eccezione: ogni artista è sempre sottopressione e non lavora mai in condizioni ideali. Inoltre, se tali condizioni esistessero, forse non esisterebbe il suo lavoro perché l’artista non vive in un vuoto senz’aria. Una pressione deve esserci anche se non saprei dire di che tipo. E l’artista esiste proprio perché il mondo non è perfetto e l’arte non sarebbe necessaria a nessuno se il mondo fosse il regno dell’armonia e della bellezza. L’uomo non ricercherebbe in occupazioni collaterali l’armonia perché vivrebbe già in essa. L’arte nasce da un mondo mal congeniato, ricerche di accordi e di significati che si esprimono nei rapporti armonici tra gli uomini, tra l’arte e la vita, tra il tempo e la storia. Un altro tema per me molto importante è quello dell’esperienza dell’uomo. Con questo film volevo dire che non è possibile trasmettere la propria esperienza personale, imparare da qualcuno a vivere. Bisogna solo vivere e trarne qualche conclusione che non puoi lasciare agli altri in eredità. Spesso si sente dire: bisogna usare l’esperienza dei nostri padri. Ma sarebbe troppo semplice perché ognuno di noi deve farsi per conto proprio una sua esperienza e quando ci arriviamo è il momento di morire, purtroppo, e non abbiamo il tempo di usarla. Intanto vengo su le nuove generazioni che si rifiutano di ascoltare i vecchi e fanno bene, cercano una loro esperienza e quando la trovano anche la loro vita è alla fine. E’ la legge della vita, il suo significato.
Il cinema è la forma più infelice d’arte, in quanto dipende in misura notevolissima al denaro e non soltanto perché un film costa molto, ma anche perché se ne fa commercio come con le gomme da masticare o le sigarette. Il principio è che un film è buono se si vende bene e se noi pensiamo che il cinema è arte, ci sembra allora assurdo impostare così il problema in quanto sarebbe assurdo dire che l’arte è buona soltanto se la si vende bene. Se vogliamo attrarre le masse, non possiamo aspettarci opere di grande ingegno poetico.

Che cosa ne pensi della scienza, nel bene e nel male?
Si può dire che dopo un lungo processo storico, siamo arrivati nella nostra civiltà a un punto di terribile conflitto all’interno dell’uomo perché c’è un enorme dislivello tra il progresso scientifico e quello spirituale. E noi continuiamo ancora ad aumentare questo dislivello, motivo principale della nostra drammatica situazione. Siamo una civiltà al limite della distruzione atomica, proprio a causa di tale divario tra queste sfere dell’uomo.

E tu, come ti poni nei confronti del mondo?
Tendo ad avere un approccio con il mondo più a livello emotivo e contemplativo. Non cerco di ragionarci su, ma di percepirlo quanto può fare un animale o un bambino e non un adulto che è in grado di ragionare sulla vita traendone le conclusioni.

Andrej cosa vuoi dire ai giovani?
Vorrei semplicemente che imparassero ad amare di più la solitudine, a stare a tu per tu con se stessi. Mi sembra che il guaio della gioventù sia quello di tendere ad aggregarsi per portare avanti un azione rumorosa, addirittura aggressiva per non sentirsi soli, il che è piuttosto triste. L’individuo deve imparare fin dall’infanzia a vivere da solo e questo non significa essere soli. Significa non annoiarsi con se stessi, che è un segno di pericolo, quasi di malattia.

Ami i bambini?
I bambini sono innocenti così come gli animali, che lo sono proprio per la loro natura. Invece l’uomo, che ha la capacità di scegliere tra il bene e il male, impara poco a poco a mentire perché così ritiene di poter vivere con maggiore felicità e di ottenere un maggior numero di beni. Prima magari con la sola diplomazia, per passare poi alle menzogne vere e proprie.

Cosa rappresenta per te l’acqua?
L’acqua, i ruscelli, i fiumiciattoli, mi piacciono molto, è un’acqua che mi racconta molte cose. Il mare, invece, lo sento estraneo al mio mondo interiore perché è uno spazio troppo vasto per me. Non mi fa paura, è semplicemente una superficie troppo monotona. A me, per il mio carattere, sono più care le cose piccole, il microcosmo, piuttosto che il macrocosmo. Le enormi distese mi dicono meno di quelle limitate. Forse per questo amo molto l’atteggiamento dei giapponesi nei confronti della natura. Cercano di concentrarsi su uno spazio ristretto e di vedervi il riflesso dell’infinito.

Hai mai conosciuto la miseria?
Ho fatto la fame, la fame sul serio, cioè quando non puoi sperare in un pezzo di pane per il giorno dopo. E’ una sensazione dura, che umilia l’individuo, ma che ti insegna anche la compassione per gli altri. Chi ha fatto veramente la fame non potrà mai essere avido

Che cos’è la ricchezza?
Per me la ricchezza non significa niente di speciale, mi potrebbe solo garantire quel tipo di vita che vorrei vivere e dato che io desidero una vita molto semplice, non credo che vorrò mai essere ricco. La ricchezza è una cosa relativa e l’uomo non ha bisogno di essa perché quando ce l’ha comincia a cambiare dentro, diventa avido, comincia a difendersi dagli altri, a difendere la propria ricchezza e poi ne diventa schiavo.

Che cosa ti spaventa di più nella vita?
Avverto la natura inerme dell’essere umano, compresa anche la mia, la nostra debolezza davanti al mondo e alla natura, soprattutto di fronte ad un altro essere ostile. Scontrarsi con l’ostilità umana è la cosa peggiore che possa esistere.

Che opinioni hai riguardo la donna?
La cosa a cui più tengo è che la donna rimanga tale. Io non capisco quando una donna chieda dalla vita qualcosa di diverso, un approccio particolare, non più come donna ma quasi come uomo. Le donne la chiamano eguaglianza. La bellezza della donna, il suo essere unica, sta proprio nella sua essenza che non è diversa, bensì opposta a quella dell’uomo. Mantenere questa propria essenza è il suo dovere più importante. Io non ho mai trovato una donna attraente priva delle sue prerogative, compresa la debolezza, la femminilità, il suo essere l’incarnazione dell’amore in questo mondo. Ho un grande rispetto per le donne.