KNUT HAMSUN

"[…] l’antitesi natura-cultura culmina in una sorta di mito del nomade, rivendicatore di un anarchico individualismo e d’un ingenuo idealismo di fronte al dilagante materialismo della civiltà moderna."

Mario Gabrielli

Tutti lo conosciamo come Knut Hamsun ma in pochi sanno che il suo vero nome era Knut Pedersen. L’equivoco, nacque in occasione della seconda pubblicazione di un poemetto: il tipografo sostituì il suo nome con la fattoria di Hamsund, residenza molto apprezzata dallo scrittore norvegese. Da questo errore di stampa, l’autore decise di accettarlo come pseudonimo per tutto il resto della sua vita. Uscito da una famiglia di artigiani e frequentando solo le scuole primarie e secondarie fino a quattordici anni, passò diversi anni vivendo una vita di vagabondaggio, giungendo poi a trent’anni negli Stati Uniti a tenere conferenze su autori nordici come Ibsen, Kielland e su autori russi e francesi come Tolstoj e Zola.

Tutte le mie radici sono nella terra e nella foresta – scriverà a cinquant’anni. – In città vivo una vita artificiosa, tra caffè, battute di spirito e stranezze. Ma io vengo dalla terra”. Nelle isole Lofoten (Norvegia), Hamsun viene assunto come messo comunale e maestro “ambulante” e sarà proprio allora che si risveglierà in lui l’interesse per la letteratura, impegnandolo da quel momento fino al termine della sua vita. Una passione avuta fin da bambino, nata nello stretto ed intimo contatto con la natura vissuta in piena solitudine. Rifiutando la strada del teatro come gli indicò il maestro Bjørnson, Knut desiderava manifestare il proprio pensiero rifiutando di interpretare pensieri e sentimenti altrui. Già si delineava nelle sue prime opere quel carattere selvatico e scontroso che caratterizzerà l’intero ciclo letterario dell’autore, risaltando l’individualità del singolo e il disprezzamento per gli avviluppi sociali. Capolavoro assoluto è Fame (Sult, 1890) nel quale si rivelano diversi punti autobiografici tratti dal periodo in cui visse tra Copenaghen e Cristiania trascorsi senza concludere nulla, soffrendo la fame e accumulando esperienze che gli servirono per la stesura della sua opera che inizierà a Minneapolis. Hamsun viene paragonato ormai a Bjørnson e ad Ibsen, che invece Knut critica perché lo sente troppo vicino al naturalismo francese nel tentativo di dimostrare che ogni individuo si forma per l’influenza dell’ambiente in cui vive. La maggior parte delle sue opere, aldilà dello svolgimento interno delle vicende, possono trovare una somiglianza di stile e di riferimento: l’amore per l’ambiente nordico, specie norvegese, amato soprattutto come “paesaggio”, cioè, in primo luogo come natura.

Fame è il romanzo che lo rese celebre e conosciuto nell’intera Europa intellettuale ed in esso, l’autore vi disegnò per la prima volta il personaggio del vagabondo inteso come essere primitivo, emarginato in una società che volontariamente disprezza. Quello che all’inizio potrebbe sembrare un romanzo scritto sotto l’influsso dei naturalisti francesi si rivela invece uno studio psicologico che ci richiama piuttosto Dostoevskij che Zola. Ciò è confermato anche dalla funzione che ha l’ambito sociale nel romanzo. La realtà, diviene solo un pretesto per narrare la turbolenta vicenda dell’autore, vestito nei panni di uno scrittore che cerca di emergere con la propria determinazione per riuscire a vivere e a trovarsi un alloggio più confortevole. Mediante questo pretesto di riuscire a guadagnare con i propri articoli, Hamsun crea una rete vastissima di tratti psicologici ed interiori che ci ricordano a brevi tratti il Raskolnikov nato tra le pagine di Delitto e Castigo. Il protagonista del romanzo servendosi dell’io narrante, vaga per la città ostile, affiorante attraverso i nomi delle strade e delle località prive di un vero e proprio profilo, in un deprimente e crudo autunno nordico. Scacciato dalla miserabile stanza d’affitto, trascorre i suoi giorni cingendosi a scrivere su una panchina del cimitero o di un parco pubblico. Anche se apparentemente può sembrare di poca importanza, un elemento comune come la panchina, assume nel protagonista un ruolo più che significativo: “Non potevo sedermi su una panchina da solo oppure muovere il piede in qualche luogo senza essere sopraffatto da tanti piccoli e insignificanti accidenti, penose inezie che penetravano nelle mie idee e disperdevano le mie forse a tutti i venti. Un cane che mi strusciasse passando, una rosa gialla all’occhiello d’un signore erano capaci di far vibrare i miei pensieri e occuparmi per ore intere”. E’ proprio con questo breve periodo che Hamsun ci rivela la sua straordinaria attenzione per gli avvenimenti comunissimi della vita quotidiana che lo ingoiano trasformando la sua fervida contemplazione, in una sensibilità che ritroveremo durante lo svolgimento del romanzo. Se l’esistenza, la mancanza di un lavoro e di uno stipendio gli procureranno molto tempo per pensare e osservare, l’autore potrà avvalersi di una personalissima concezione poetica del mondo che emergerà in forma creativa nell’accurata descrizione degli elementi più semplici: “E’ il tempo dell’autunno, in mezzo al carnevale della vita che muore; le rose hanno una bruciatura nel rossore, una strana etica striatura sul loro colore rosso come il sangue”. Nella povertà, il protagonista o meglio l’autore stesso, riscopre il valore autentico dell’ambiente naturale, incontaminato dall’egoistica violenza dell’uomo moderno: “Dimenticavo la miseria e mi dava sollievo la vista del mare che, calmo e bello, si stendeva nella semioscurità”. In un tortuoso ritorno a sé, Knut elabora una propria idea sulla recezione dei moti naturali, sui loro toni e il loro vivo presentarsi, velati di un lontano sentimento nostalgico e malinconico. Knut abbraccia, contempla, medita sulla natura. La osserva nella sua solitudine, l’accoglie e la frammenta interiormente per riappacificarsi con le sue inquietudini interiori. Il disprezzo e l’amarezza per la mala società, verrà lentamente a dissolversi portandolo ad appropriarsi di una pace interiore che lo trascinerà ad un fruttuoso stato di accettazione verso la sua misera condizione di uomo: “Misi le gambe sulla panchina e con le spalle mi appoggiai, così potevo sentire meglio tutta la voluttà dell’isolamento. Non una nuvola nell’anima mia, né un senso di fastidio, non un desiderio o una voglia. Ero con gli occhi aperti in una condizione di completo distacco da me stesso, mi sentivo deliziosamente solo e lontano”. Giunti alla fine del romanzo, si scorge un’evoluzione interiore che ha segnato il personaggio: dall’amara delusione e scoraggiamento provato nei confronti del contesto sociale di cui fa parte, sboccia la consapevolezza della propria diversità e la sospensione di alcun giudizio verso la collettività che lo emargina.
Questa vivida attenzione che Hamsun dimostra per gli aspetti minimali dell’ambiente verrà ampliato fortemente quattro anni dopo la pubblicazione di Fame con Pan. Knut avrà modo di approfondire la sua tematica preferita del solitario contemplativo, adoratore del proprio io nello scenario delle foreste selvagge del Nordland. Il tenente Glahn, vive solitario in una capanna e gode del mondo che lo circonda: “La foresta era leggermente verde, si sentiva la fragranza della terra e degli alberi, il porro selvatico spuntava fuori già verde tra il muschio bruciato del gelo”. La partecipazione alla vita naturale di un ambiente incontaminato, ci fa presentare un personaggio che ricalca le vesti di un “orso selvatico”, provando un sostanziale disagio nel partecipare alle rare adunanze con gli altri uomini. Il tormentoso amore per Edvarda, lo spingerà a cercare pace nelle terre lontane delle Indie Olandesi dove costringerà un suo amico ad ucciderlo con un colpo di pistola. Pan è uno di quei pochi romanzi dove la natura, prendendo voce tra le pagine, influisce gli stati d’animo spesso inquieti del protagonista, che vive in ritiro nella sua capanna vivendo dei frutti che la natura gli offre. Si avverte l’emozione del suono vibrante dell’ambiente che muta, del paesaggio che cambia colore con lo scandire delle stagioni; Hamsun riesce a infondere nel lettore l’importanza e la poeticità della natura vissuta con un animo tormentato dalla netta diversità che lo interpone all'uomo moderno ed emancipato, che cerca di “distrarlo” dalla sua vita alquanto selvatica e poco socievole: “Abbiate pietà, voi non mi capite, io preferisco vivere nel bosco, quella è la mia gioia. Qui, nella mia solitudine, non fa del male a nessuno che io sia come sono; ma quando mi trovo con altre persone, allora devo mettere tutto il mio impegno per essere come devo”. Questo amore per la tacita trasformazione della natura, si riverserà anche nelle novelle Cespugli, specie ne Il figlio del sole dove compare una sorta di felice canto all’estate permeato da una visione unica e vibrante, di nostalgica poesia.

3 commenti:

  1. Complimenti per questo articolo su Hamsun, davvero ben scritto; costituisce un ottimo invito alla lettura. Se non li hai ancora letti, ti consiglio alcuni altri suoi libri: Vagabondi, Per i sentieri dove cresce l'erba, Un vagabondo suona in sordina, Il risveglio della terra, Sotto la stella d'autunno.

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  2. Ti ringrazio Alberto per aver letto il mio intervento su Hamsun. Credo che Knut sia uno di quei pochi autori che ci possa far vivere, attraverso la sua letteratura, l'esperienza del mondo naturale e le contrastanti vicende che possono nascere in un individuo volto alla ricerca della propria consapevolezza interiore.

    Grazie per i consigli di lettura.

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  3. Ciao!!!complimenti anche da parte mia per il tuo articolo. anche io ho adorato "fame" di hamsun. Complimenti anche per il tuo blog, davvero suggestivo e intimo. Il mio è questo: http://infinity-books.blogspot.com/
    se ti va dacci un'occhiata.

    Alessia

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