BRUNO SCHULZ

“Era uno di quelli cui Dio ha passato la mano sul viso nel sonno, così che sanno ciò che non sanno, diventano pieni di congetture e di sospetti, mentre attraverso le loro palpebre chiuse passano i riflessi di mondi lontani”.

Così scriveva Bruno Schulz a proposito di Alessandro Magno nel suo racconto Primavera. Ma in una fervida inconsapevolezza descriveva implicitamente se stesso, quel piccolo uomo ricurvo che sapeva esprimere, tramite l’uso nobile della parola, la poesia di cui era portatore. Provate ad immaginarvi la Galizia orientale degli anni ’20, a creare nella vostra mente una città che di nome faceva Drohobycz. Non importa se non ci siete mai stati o non l’avete mai intravista su qualche rivista geografica. A Schulz non sarebbe mai interessato se la vostra idea di Drohobycz corrispondesse a quella reale, perché vivere una vita non significava lasciarla veder scorrere con animo incerto e passivo, ma traslare le sensazioni provenienti da esse nella dimensione fantastica dell’immaginazione. Attraverso una pura ricerca intellettuale, Schulz tramuta gli eventi che coinvolgono gli organi sensoriali in un’esperienza travolgente, che coinvolge non solo la mente e la vista del lettore, ma anche l’udito e l’olfatto insieme, in una virtuosa e totale partecipazione. Leggere Schulz è ritrovarsi a speculare nella condizione metafisica delle cose, è trascendere la realtà comune per incamminarsi nell’eccentrica ed effervescente visione soprannaturale della mente umana. Nel suo pensiero, l’immaginazione non è contro la coscienza della realtà o al di là di essa, ma è un’estensione della coscienza, una modalità nuova che permette la dilatazione e l’amplificazione di ciò che gli organi sensoriali riescono a recepire. Ogni scritto di Schulz, breve o lungo che sia, è paragonabile ad una folgorazione di luce, ad una vasta apertura verso quel mondo di percezioni nobilitato dalla maestria giocoliera della mente, che muta, frammenta, modella e ricrea ciò che recepisce vivendo immersa in una realtà fin troppo dinamica. La prosa di Schulz è pregna di decorativismo letterario. Con ciò, non è mia intenzione sminuirne il valore, ma anzi evidenziare l'altissima e grande capacità di allungare, senza mai appesantire, l’impalpabilità frammentaria di un brevissimo istante con l’uso facile e ironico della parola, intermediato da una ricca sensibilità che provvede a denudare la dilagante genericità che riveste il mondo. Zeev Fleischer, un uomo di 83 anni che per due anni era stato alunno di Schulz quando insegnava disegno nel ginnasio Sternbach, ce lo descrive come "
una persona timida e molto chiusa. Agli occhi estranei non valeva granché. Perché? Perché un uomo deve guadagnare denaro! E chi scriveva “scemenze” come Schulz, non era tenuto in gran conto. Veniva considerato “segatura umana”. Era chiuso, palesemente insicuro. Entrava in classe, “scusate se sono venuto”, “scusate se respiro”. Era fatto così. Camminava curvo. Tipico di lui. La maggior parte dei ragazzi lo riteneva un imbranato. Però quando raccontava, stavano zitti. Non capivano molto delle sue storie, ma le sentivano. E quello per lui era un modo di difendersi, così mi pare. Quando raccontava i ragazzi non lo prendevano troppo in giro." Non amava molto parlare con le altre persone, eppure tutta questa sua sgorgante voglia di narrare e di raccontare, emerge con lucidità nei suoi tanti racconti che vibrano di toccante lirismo, di tragica poeticità che trafigge anche il cuore più duro e la mente più sorda. La trama dei suoi racconti, spesso incerta e fondata su pochi aspetti collocabili in un contesto reale, sono una gara contro il tempo che viene intrappolato nell’eternità di un attimo, allungato in un ciclo che si ripete costantemente senza mai fermarsi. I suoi racconti non hanno inizio e neanche una fine, ma sono come sospesi nell’ombra delle parole che emergono prepotentemente dalla carta per inabissarsi in un mondo straordinario che pullula di colori, di odori e di sensazionali note visive. E questa volta il mondo di Schulz si crea su di noi, sopra e intorno ai nostri animi, popola la nostra mente, la inghiotte con la potenza di cui è capace facendola scoppiare ebbra nello sbalzo luminoso di un fuoco d’artificio. La lettura diventa una formidabile eruzione di calore che c’investe per intero, contaminando il proprio modo di vedere e soprattutto di sentire. Le parole appena lette ci pendono dalle labbra come se fossero rivelazioni profetiche, bellezza entusiasmante alla quale mai eravamo stati abituati. Se proviamo a cercare una ragione logica nei suoi scritti facciamo un errore fatale; i racconti e i saggi di Schulz vanno considerati nella loro cristallina e opalescente presentazione, come uno specchio colorato dalle mille sfaccettature che, prese nel loro insieme, emanano il biancore candido della luce. Numerosi sono gli aneddoti che ripercorrono la vita di Schulz, ma tra i tanti, uno in particolare ci rammenta quanto la sua personalità fosse già acuta e sensibile fin dalla più tenera età: in una sera malinconica, la madre Henrietta entrò nella camera del piccolo Bruno, trovandolo nel momento in cui stava nutrendo con granelli di zucchero le ultime mosche rimaste al termine del freddo autunno. “Bruno” gli domandò, “ma che fai?” .“Le sto irrobustendo per l’inverno” rispose.
Nei sui racconti, si instaura il sussurro fragile di un dialogo segreto tra scrittore e lettore che rivela perfettamente la potenzialità di una parola isolata, solitaria e perduta. Le sue pagine rilucono di piccole dolcezze ma anche di eventi melanconici, tristi e amari, assimilati e trasformati in una nuova ed originale forma di raccontare. Il nesso cronologico dei fatti ha poca importanza per Schulz, anzi, non esiste proprio visto che il tempo è un mero aspetto secondario che partecipa solo al mutamento delle variazioni coloristiche delle parole che diventano quadri, dipinti, creazioni libere ed astratte. L’essenza viene svelata, l’estraniazione sociale si eleva come condizione necessaria per “vivere il proprio mondo”, l’esilio e la mutilazione diventano presupposti fondamentali per elargire a sé stessi la ricchezza interiore di cui ognuno è portatore. E Schulz, con amabile coinvolgimento, tiene il ritmo della nostra lettura: delle volte è languido come una mano che raccoglie fiori, altre volte veloce e vulcanico come un lampo di luce in una febbrile notte d’estate. Noi non possiamo fare altro che assorbire, nutrirci come piccole api dal suo nettare e attendere che il suo fiume abbia finito di entrarci dentro, per dargli un giorno un suo dovuto nome, come se quell’ondata di novità si fosse integrata al nostro spirito, divenendo fonte di inesauribile ricchezza che sempre si rinnova.

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