BRUNO SCHULZ e la Mitizzazione della Realtà

“Quando le radici degli alberi vogliono parlare, quando sotto il tappeto erboso si accumulano molti e molti passati, vecchi racconti, antichissime storie, quando sotto la radice si ammucchia troppo brusio soffocato, troppo tessuto inarticolato, e quell’oscuro affanno che è prima di ogni parola, allora la corteccia degli alberi annerisce e si fa tutta rugosa, spaccandosi in grosse scaglie, in solchi profondi, il midollo si dilata in pori oscuri, come una pelliccia d’orso.”

Scendendo sul personale, potrei magnificamente riprendere questo breve periodo e riscriverlo a caratteri cubitali sulla parete di una grande stanza bianca ed entrare ogni mattina per iniziare la giornata facendo colazione con deliziosi biscotti di poesia. Questi sono brani che vivono di vita propria, sono rivelazioni che testimoniano quanto la fabulazione visiva possa essere in grado di cogliere il sublime nel quotidiano, la polpa creativa nel frutto ordinario della vita. Se da una parte il grande maestro polacco riesce a creare pittoreschi scenari servendosi dell’umilissimo mezzo della parola, dall’altra svela tutta la razionalità critica di giudizio di cui è straordinariamente capace. Per comprendere a fondo la vena elegiaca che vibra costantemente la prosa di Schulz, è necessario affidarsi alla lettura del saggio “La mitizzazione della realtà” dove espone la sua filosofia del vivere e del rapportarsi con il mondo fenomenico. Schulz mette in risalto l’assoluta importanza della parola come punto d’inizio, principio d’origine da cui tutto ebbe esordio, incanalando la sua riflessione nell'ambito di un piano mistico ed arcaico risalente alla nascita del mito. Egli ragiona per immagini servendosi di tagli fotografici che colgano l’essenza delle cose interpretate attraverso un'acutissima sensibilità. Il mito per Schulz è un modo per riorganizzare le immagini affastellate della mente, cercando di attribuirle una consequenzialità logica trasfigurata nel vorticoso lancio metafisico che compie la coscienza nel momento stesso della contemplazione. Sarebbe riduttivo definirlo solo uno scrittore geniale; fu anche un discreto pittore ma ciò si dimostra poco rilevante per penetrare e apprezzare in conclusione i prodotti del suo spirito. La genialità di Schulz non è da ritrovarsi nei contenuti ma nella travolgente capacità di inghiottire cose, odori, suoni, malattie, gioie e melanconiche velature di ricordi nell’unica grafia della parola in grado di emozionare. Ribalta la prosa tradizionale, la trama si perde nei lacci filamentosi dell’immaginazione e della sensazione, frammentate dalla mente pensante che prova un continuo ed eccitante stato di stupore. Il mito è la prima testimonianza di un linguaggio essenzialmente visivo, simbolico, che si muove nei cardini della percezione sensoriale per rivelarne poi, in un secondo processo interpretativo, la purezza originaria ed incontaminata della sostanza. L’immaginazione si fa poetica, la sensazione visiva diventa prosastica: se i suoi racconti conservano ancora l’illibatezza di una visione priva di deducibilità logica, lo stile con la quale Schulz ci narra sembra non essere sorretto da un ordine attendibile e cronologico. “La funzione più primordiale dello spirito è il favoleggiare, è la creazione di storie. […]La conoscenza altro non è che la costruzione di un mondo, giacché il mito è già insito negli elementi stessi, e al di là del mito non possiamo spingerci”. Non solo per Schulz tutto si riconduce al mito, ma anche l’uomo stesso è produttore di miti. Il mito è portatore di poesia, nonché liberazione della creatività stessa che sta alla base di ogni espressione artistica. Schulz non è uno scrittore, ma pittore, poeta, nomade spirito che traduce e pensa attraverso le immagini, è profeta, scenografo, incantatore di menti. Il grande utilizzo che egli fa della metafora, ci designa quanto Schulz voglia estirpare il linguaggio poetico ed elegiaco dalla sua natura tradizionale, proponendo una nuova forma di raccontare e di sentire. Arriverà a dire che le cortecce degli alberi diventano rugose perché le parole, le lacrime, le gioie, i sorrisi, si erano frammentate perdendosi nelle cadenze lignee delle loro “pellicce d’orso”. Arriverà a concepire la realtà come una grande raccolta di miti da cui succhiare la linfa poetica che le anima dal profondo in una vera e propria “mitizzazione del reale”. Schulz è riuscito a conservare il vagone infantile dell’immaginazione, a proteggerlo dai venti schivi delle bocche maturande, a coltivarlo nel gemito del suo dolore tramite una scrittura che si è dimostrata libera e svincolata dai canoni tradizionali del novecento. Parallelamente alla concezione del mito, Schulz elabora la poetica dell’epoca geniale, “un’epoca non localizzata in alcun anno del calendario, sospesa al di sopra della cronologia, un’epoca nella quale tutte le cose respiravano nel bagliore di colori divini, che si sorbiva tutto il cielo in un respiro come un sorso di puro oltremare”. L’epoca geniale è la realtà interiorizzata, è la realtà poetica che si fa beffe del tempo costruendo un personalissimo mondo che interpreti quella natura già vissuta e ripetuta dagli uomini visti come massa d’insieme, come “folla”. Possiamo ingenuamente considerarla come una sorta di fuga da quel mondo fatto di violenze antisemite, di guerre e di discriminazioni. Ma immaginazione e realtà in Schulz non sono entità separate: convivono amabilmente nello stesso identico piano lavorando in modo autonomo e sostenendosi reciprocamente. Nei racconti di Schulz si respira armonia, ci s’incammina verso un melodico percorso che ci prende per mano, indicandoci la via per il buon sentire, per la buona musica, per il buon modo di saper vedere. Dunque potremmo identificare nei suoi scritti anche una sorta di involontaria educazione all’ascolto sincero e passionale delle cose minute per dare senso e vita a ciò che di per se stesso è racchiuso nell’abbozzo di un astruso significato. Ma ciò che rende ancor più straordinario il suo modo di fare poesia in prosa, è come egli concepisce la parola. La eleva, la glorifica, la rende preziosa ed importante come la tessera di un mosaico, essenziale per costituire un’opera che splenda di luce.

“La vita della parola consiste nel fatto che essa si tende, si espande in migliaia di combinazioni, come il corpo squartato del serpente della leggenda, i cui pezzetti si cercano reciprocamente nell’oscurità. Questo organismo della parola, sbriciolato in migliaia di frammenti ma integro, è stato lacerato in espressioni singole, in suoni, nel linguaggio corrente. […]
Quando la parola, liberata da questa costrizione, è lasciata in balia di se stessa e restituita alle proprie leggi, allora in essa ha luogo una regressione, una corrente a ritroso, la parola anela allora agli antichi vincoli, a completarsi nel senso e questo anelito della parola verso il suo nucleo ancestrale, la sua nostalgia di ritorno, nostalgia per l’antepatria verbale, è da noi chiamato poesia”.

Nel pieno atto di una rivoluzione intellettuale, Schulz dichiara l’indipendenza della parola, la redime dalla vecchia catena di un linguaggio prosastico che occulta il procedere libero ed irrazionale della poesia che soffonde la complessità del reale. E’ come se Schulz si prendesse coraggio e colorasse tutto ciò che ha scritto di una leggera velatura lirica, che emozioni anima e corpo, pensiero e sensazione. Per questo egli si spinge e riesce ad andare oltre; perché nei suoi racconti si può sentire (e non vedere), la brillantezza dei colori, l’andamento di una carezza, il tappeto del silenzio della notte che accheta i tumulti umani. Schulz restituisce il valore d’origine alla parola, la scarnifica da fraseggi barocchi rendendola autonoma e padrona di se stessa. Questo è il più alto e supremo compito della letteratura in quanto si assiste alla sublimazione dell’Arte stessa, divenuta per l'osservatore non più effimera contemplazione che appaga attimi fuggevoli, ma educazione alla vita, a quel difficile processo interiore che ci conduce a dimenticare di vedere cominciando a sentire.

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