TARKOVSKIJ e la nostalgia dell’armonia

"Mi è difficile spiegarlo. Ho usato l’acqua perché è una sostanza molto viva, che cambia forma continuamente, che si muove. E’ un elemento molto cinematografico. E tramite essa ho cercato di esprimere l’idea del passare del tempo. Del movimento del tempo. L’acqua, i ruscelli, i fiumiciattoli, mi piacciono molto, è un’acqua che mi racconta molte cose. Il mare, invece, lo sento estraneo al mio mondo interiore perché è uno spazio troppo vasto per me. Non mi fa paura, è semplicemente una superficie troppo monotona. A me, per il mio carattere, sono più care le cose piccole, il microcosmo, piuttosto che il macrocosmo. Le enormi distese mi dicono meno di quelle limitate. Forse per questo amo molto l’atteggiamento dei giapponesi nei confronti della natura. Cercano di concentrarsi su uno spazio ristretto e di vedervi il riflesso dell’infinito”.

Bastano paragrafi come questi per capire, in modo immediato, l’acutezza sensibile del grande regista sovietico Andrej Tarkovskij nato a Zavroze nel 1932. Non riportiamo la data di morte, visto che lo spirito di Andrej si percuote ancora tra le sue preziose pellicole, nella sua Russia, nel silenzio che tanto amava dipingendolo di velata poesia con meravigliose riproduzioni fotografiche, scarne ed essenziali nella loro forma.

“Per me la morte non esiste.. Una volta mi è capitato di sognare che ero morto. Era molto simile alla realtà e in quel momento ho sentito una tale liberazione, un senso di libertà, una leggerezza incredibile. Sono state proprio queste sensazioni a suggerirmi in sogno l’idea che ero morto, che mi ero liberato da tutti i legami con questo mondo.”

Il cinema di Tarkovskij è ricco di Silenzio. Non un silenzio sacro, mistico o genealogico. E’ un silenzio meditativo, dove spazi minimali sembrano emanare ossigeno, tempo per riflettere sui quesiti che l’uomo si pone nel corso della sua esistenza. Nei suoi diari Andrej ha più volte criticato, seguendo una linea nietzschiana, l’uomo occidentale e il “fardello” della sua cultura. Tra gli scritti del 1983, troviamo le seguenti parole: “Tutta la musica occidentale è, in fin dei conti, puro empito drammatico : “Io voglio, pretendo, desidero, chiedo, soffro”. Quella orientale invece (Cina, Giappone, India): “Io non voglio niente, io sono niente” – una dissoluzione completa in Dio, nella Natura. L’oriente: frammenti superstiti di antiche culture, autenticamente civili, contrapposte all’Occidente, centro dell’errata, tragica civiltà tecnologica. Ribelle contro Dio, avida, cervellotica, pragmatica. Proprio perché la Russia si trova tra l’Oriente e l’Occidente, in essa si percepisce un’essenza diversa da quella dell’Occidente, che è peritura e sbagliata.” Sono parole, quelle di Tarkovskij, che sinteticamente esprimono l’essenziale diversità tra la cultura occidentale e orientale, dove la prima mette al centro l’importanza emblematica dell’uomo, mentre la seconda il rapporto del singolo con la natura e il ritrovamento del divino in essa. Se l’occidentale penserebbe a scrivere il proprio “io” con l’iniziale maiuscola, l’orientale non soltanto si troverebbe a scriverlo con lettere minuscole, ma lo stesso soggetto sarebbe racchiuso da due timide e piccole parentesi. La superbia dell’occidente e l’umiltà dell’oriente. La crisi esistenziale nel primo e il quietismo nel secondo. Basti confrontare i canti d’amore della poesia orientale con quelli di tutto l’occidente per coglierne le immediate differenze. Tagore, Sufi o Gibran mantengono nelle loro liriche un distacco totale dalla soggettività, una leggerezza, un sereno tono impersonale, una ritualità reiterata che l’Occidente cristiano, drammatico, tormentato dal senso di peccato, ha espresso pochissime volte. Il poeta orientale assume involontariamente l’animo del profeta, del saggio, di colui che si armonizza con e dentro il Tutto. Non si eleva, non si distacca dal resto del mondo, ma accetta e si dissolve nella natura divina. L’Amore profetizzato dal poeta orientale è quasi sempre suprema sintesi tra amante e amato, qualcosa di molto vicino a Dio, teso alla ricerca di un equilibrio tra gli elementi del cosmo. In Gibran o in Tagore, noi troviamo quella passionalità, quello spirito di umiltà tra uomo-mondo, quel riavvicinamento al naturale che in Occidente possiamo trovare nel movimento letterario e artistico del Romanticismo. Questa distinzione tra le due culture di porsi davanti alla vita, il regista Tarkovskij lo rileva con indicibile naturalezza, semplicemente perché è russo. La Russia è quasi Oriente ma è anche quasi Occidente, ed essa raccoglie in sé i calorosi venti portati da queste due culture giganti, integrandole con la propria. Gli innumerevoli scritti di Andrej riguardo il cinema e non solo, permettono di chiarificare il suo pensiero circa la concezione dell’individuo nella cultura europea. Arriverà ad intuire lo “sbaglio dell’occidente” che comincia nel momento in cui viene meno la centralità di Dio nell’universo, sostituito dalla figura dell’uomo “con il suo orgoglio, la sua arroganza, la sua imperfezione”. Questo “sbaglio”, secondo Tarkovskij, comincia nell’occidente con l’avvento del Rinascimento. Con ciò, Andrej non ci parla di un’esistenza interamente dedicata a Dio, ma una maggiore dimenticanza di noi stessi, del nostro ego, di quella viziata maiuscola che ci rende più importanti di fronte al Tutto. Tarkovskij diceva di non possedere quel qualcosa, “quell’organo per sentire Dio”. Vive il divino in modo quasi estraneo, distaccato, pur cercando l’armonia tra gli elementi e la poesia nel vivere quotidiano.

“Mi è difficile parlare di Dio perché con me tace. […] Penso che solo l’arte possa conoscere e definire l’assoluto.. Il senso dell’attività umana non consiste forse nella creazione dell’opera d’arte, nell’atto creativo, insensato e disinteressato? Non è forse anche questa una prova che siamo stati creati a immagine e somiglianza di Dio, ossia atti alla creazione?”

Siamo esseri umani, dunque animali creativi, animali che pensano, che lavorano nell’accezione più diversificata del termine. L’arte è concepita da Tarkovskij come l’unica forma superiore ed eccezionale di intuizione, capace di cogliere lo straordinario nell’ordinario, di porre attenzione nell’essenzialità degli eventi, l’ordine nel caos apparente. Sarebbe alquanto riduttivo ritenere Andrej solo un regista. Dotato di un intelletto vivace e brillante, ogni suo film è specchio indiscusso del suo pensiero, del suo modo di concepire e di vedere la poesia nell’essenza umana. Anche la puntualizzazione che egli fa riguardo il cinema, chiarisce una volta per tutte che cosa realmente sia il cinema:

“Si dice che il cinema sia un’arte composita, che esso sia il frutto della collaborazione di molte arti affini: il teatro, la prosa, la recitazione, la pittura, la musica, eccetera. In realtà, invece, si scopre che queste arti con la loro “collaborazione” possono infliggere un tale colpo al cinema da trasformarlo in un guazzabuglio eclettico, oppure (nel migliore dei casi) in un’apparente armonia nella quale è impossibile rintracciare la vera anima del cinema, perché essa, proprio in quel momento, perisce. Val la pena di chiarire una volta per tutte che il cinema non deve essere una semplice combinazione di principi delle diverse arti affini e solo dopo di ciò si può stabilire in che senso il cinema sia un’arte composita. L’immagine cinematografica non si ottiene sommando al movimento del pensiero letterario la plasticità pittorica: per questa via si ottiene un eclettismo inespressivo o enfatico.”

La grandiosità di Tarkovskij sta nel ricondursi dentro l’anima di ogni espressione artistica, nel scarnificare le arti da ogni probabile pellicola superflua e, durante una lunga e consequenziale rielaborazione spesso assistita da un letterato come Tonino Guerra, sviluppare una nuova arte, quella cinematografica. Il cinema non è un “guazzabuglio eclettico”, non è una commistione di più arti, ma è la felice unione di queste essenze che, armonicamente accordate, danno inizio ad una grande espressione artistica: il cinema.

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