NOSTALGHIA: un film di Andrej Tarkovskij


Il genio di Tarkovskij è tutto lì: nel suo comunicare per immagini mediante una limpida e trasparente espressione lirica. Non a caso, è stato definito dalla critica come un poeta del cinema, capace di dare definizione e concretezza all’astrattezza pura del sentimento elegiaco - poetico. Nei suoi film Tarkovskij sembra volerci far respirare il silenzio della Russia e il profumo della steppa di Egoruska narrata da Čechov. In un paese dominato da “profeti”, Tarkovskij non fu mai un profeta, un enunciatore di verità assolute. Per la Russia, retta da ideologie sicure, il nostro poeta non aveva certezze da dare o sacre verità da trasmettere: pensò invece di riassumere attraverso il cinema d’arte, una visione poetica dell’esistenza umana. Andrej è stato “solo” un grande artista e “l’artista non è mai libero, non vi è un'altra categoria di persone che sia meno libera degli artisti. Essi sono incatenati al proprio dono, alla propria predestinazione, che è quella di servire il proprio dono, e con ciò stesso, gli uomini..”. Si pone nelle umili condizioni di servitore umano, di colui che percuote le coscienze come docili lenzuoli bianchi sperando che nessuno abbia mai osato rovinarne la purezza. Egli non vuole incidere il proprio nome, il proprio pensiero, le proprie idee sui nostri lenzuoli, ma desidera farsi vento per farci assaporare l’ebbrezza del movimento, il soave abbandono nel suo canto lirico. Tutto è canto in Tarkovskij, celebrazione dell’anima, rappresentazione spirituale delle cose.


In Nostalghia, del 1983, abbiamo l’abbraccio unico e sublime tra la cultura fortemente europeista e quella russa, dalle chiare incidenze orientali. Durante tutto il film questo abbraccio si percuote, si slancia negli abissi delle coscienze per poi riaffiorare in superficie galleggiando nella propria leggerezza spirituale e nella trasposizione allegorica della vita. Tarkovskij s’immerge, annega dolcemente, annaspa con un ultimo sorriso nel miele dolcissimo e vischioso della poesia. Nulla sfugge al suo occhio critico: anche l’oggetto meno importante, l’immagine più insignificante diventa protagonista. Frantuma le regole del cinema americano, trucida la trama rallentandola, evidenzia ogni espressione e celebra con noi il germogliare sibillino della parola. Nessuna tensione metafisica e nessuna rivelazione divina anche quando i dialoghi sembrano assumere la veste di una verità suprema. Andrej ci porta la sua concezione dell’Arte, la fa trasparire da ogni personaggio, è presente nella natura che contempla con amore quasi cristiano, la cita ovunque, anche nelle cose recuperandone l’esatta armonia. Detronizza il materialismo per dar luogo a meravigliose fraseggi poetici, sublimando il sentimento umano e le sue più minute manifestazioni. In Nostalghia, l’eroe può essere lo scrittore Gorcakov (che porta il nome del medesimo regista) alla ricerca di notizie riguardo il musicista esule del ‘700 Sosnovskij, oppure la straordinaria figura illuminista di Domenico, che al megafono grida la propria arringa dalla statua di Marc’Aurelio in Piazza del Campidoglio: denuncia l’idiozia umana, la perdita di spiritualità, l’indifferenza e l’inclinazione alla rovina, il ripudio dei veri maestri e la perdita di valori interiori.


Gli eroi di Tarkovskij non sono i tipici eroi americani, così “cinematografici”, “come una specie di monumento sempre uguale a se stesso, senza un cedimento, un dubbio” come dichiarava lo stesso regista. Anche in Nostalghia l’eroe si ricompone attraverso un processo dialettico, di confronto e continua discussione con il mondo. L’eroe è tale nella sua fragilità, nelle sue contraddizioni, negli ostacoli della vita che incontra e poi riesce superare. L’eroe è pienamente umano nella virtù del termine. Come annotava lucidamente G. B. Angioletti nel saggio Abuso di una parola, il termine umano è diventata la moneta più corrente. “Eppure, questa parola ebbe un’origine nobile che avrebbe dovuto salvaguardarla da sì sconvenienti manomissioni. Umanità era comprensione, pietà cristiana, intelligenza dei propri simili. Umano era chi capiva, compativa, soccorreva; umane si chiamavano le lettere, umane erano la dignità, la cortesia, la chiaroveggenza. S’intendevano, insomma, come “umani” il pensiero e l’azione particolari all’uomo, gli atti e le parole che stabilivano una diversità tra il cittadino e il bruto. E ne conseguiva che il puro istinto, la passione insensata, l’atto gratuito, non avevano diritto alcuno a quell’eletto attributo.”
Ecco dove risiede l’umanità di Tarkovskij. Pietà cristiana, comprensione, intelligenza e dignità non sono solo virtù umane, ma qualità che predispongono l’uomo ad essere vigoroso nella sua feconda potenza interiore. Per il regista russo l’eroe è molto più vicino all’Idiota di Dostoevskij, così profondamente radicato nella tradizione del suo Paese. L’Idiota di Fedor è l’eroe Domenico di Andrej, colui che non è investito da una missione né dal desiderio di propugnare una Russia che si guardi all’indietro per restaurare alcuni dei suoi valori perduti. L’Idiota - eroe, è colui che si pone volontariamente al di fuori della storia e dal mito vivendo nell’istante, ovvero nel tempo della malattia. Tutto quanto, trova lo sviluppo e il suo percorso nella quiete mentale del regista, in un riposo assoluto del pensiero, nato dal rifiuto consapevole di tutto ciò che non è più spirituale. Egli osserva la metamorfosi dell’universo dietro le finestre della Russia, mitiga i suoi doni lirici, li contempla nella sua manifestazione per poi donarli all’umanità intera. E’ comprensibile se i suoi film lasciassero le sale piuttosto vuote. Il cinema quando diventa opera d’arte, non può essere più compresa da tutti in quanto occorre essere dotati di un determinato grado di sensibilità; occorre provare a velare i nostri occhi sovrapponendo l’anima lirica del regista. Solo in questo modo sarà possibile ammirare la stessa bellezza a cui guarda il poeta, unirci a lui nella sua stanza, guardando il suo stesso paesaggio, la steppa, la terra, l’acqua, confondendoci in esse. Allora la nostra anima si farà ricca, ogni elemento naturale e la spiritualità delle cose verranno ad abitarvi e riusciremo a sentire i giochi ondulatori del suo canto lirico.

Per Tarkovskij Nostalghia non è solo il titolo di una sua opera. Vi è adesione sentimentale al termine, acuta espressione di una malattia mortale: “Sono persuaso che nulla di serio possa nascere senza fondarsi sulla tradizione, e questo per due ragioni. La prima è che non si può uscire dalla propria pelle di Russo, dai legami con il proprio Paese, da quello che amate, da quello che è stato fatto nel passato del vostro cinema e della vostra arte”. Questa breve esplicazione del poeta, ci rimanda inevitabilmente all’ideologia terragna di Dostoevskij, al forte attaccamento della terra ancor prima della patria, perché Tarkovskij non vede il fango, vede la terra mescolata all’acqua, il limo da cui nascono le cose. Conoscere il cinema di questo grande poeta, equivale a respirare la parte più profonda della Russia che si esprime tramite essenze. E’ dunque fin troppo banale ridurre il cinema di Tarkovskij ad una mera spiegazione narrativa del film perché la poesia non ha bisogno di spiegazioni; essa va assimilata, interiorizzata in un lento processo di sovrapposizioni spirituali. Il tempo è simile ad un fiume ubiquo, dove tutte le apparenze e i fatti puramente esteriori mutano e si dissolvono nei meandri della poesia. Vi è un processo di lenta sublimazione, dove le articolazioni che si instaurano tra le cose si traspongono nel prolungamento dell’essere profondo dell’artista.

Nostalghia non è soltanto il canto elegiaco della Russia, ma è espressione personalistica dell’arte, caratteristica peculiare che ritroviamo anche in altri suoi film. E’ anche celebrazione lirica della Toscana vista con gli occhi della grande terra russa. E’ una Toscana malinconica, piena di sottili simbolismi, di un singolare intreccio allegorico tra arte e tradizione popolare che trova il suo connubio nell’ancora terrena. Possiamo dunque affermare che la Toscana per Tarkovskij, è il nodo che unisce il canto naufrago della Russia e la malinconia della terra toscana. Il dualismo occidentale si risolve così nell’unità, nel sensazionale recupero dell’armonia, nel ritrovamento di una piccola Russia nella piccola, ma ricchissima, tradizione storica della Nostra Toscana. Nel racconto preparatorio di Nostalghia, il regista scriveva:

“Il cielo è pieno di nuvole bianche, leggere, simili ai disegni di un fuoco d’artificio. Le loro ombre scivolano sulle colline fondendosi con le ombre degli alberi. Questa alternanza di luce e di ombra sulla superficie liscia delle colline, che come onde del mare che si spingono l’una dopo l’altra fino all’orizzonte, sembra il respiro della vita stessa, il ritmo solenne della natura, pieno del frinire delle cicale e della luce abbagliante del sole nei momenti in cui spunta dalle nuvole. Questa terra arata di Toscana percorsa dalle ombre delle nuvole è bella quasi come sono i miei boschi, le mie colline, i miei campi, lontani, russi, antichi, irraggiungibili ed eterni”.

Durante l’inizio del film Eugenia, una giovane e bella interprete italiana, accompagna Gorcakov a Monterchi per visitare la cappella che custodiva la Madonna del parto di Piero della Francesca. Solo Eugenia, però, si decide ad entrare. All’interno di una scenografica cripta gotica, l’interprete assiste a un suggestivo rito propiziatorio: ad una Madonna da processione viene aperto il petto, che sprigiona un magnifico volo di passeri tra le volte. Arte e devozione non sono separate; la tradizione fideistica è intrinseca all’espressione artistica.
Un giorno, lo scrittore incontra Domenico, un anziano già internato in manicomio per essersi segregato in casa con la famiglia per sette anni, in attesa della fine del mondo. Tra i due si insatura un dialogo, una mistica alterità sensibile in grado di cogliere le sfumature del mondo naturale e del posto dell’uomo nell’ambiente. Emblematico l’1 + 1 = 1 che troviamo effigiato nelle pareti del rifugio di Domenico e che ritroviamo anche nel film Deserto rosso di Antonioni.

“Una goccia più una goccia, fanno una goccia più grande e non due”
annuncia Domenico servendosi di una bottiglia d’olio. E’ il tema centrale di tutto il film, la concezione di una conoscenza olistica della realtà che superi la frammentazione tra materia e spirito, di un dualismo tipicamente occidentale. Lo spirito per il regista è dentro le cose, è dentro la materia, è intrinseca ad essa. In una disarmante semplicità, Andrej esprime l’unità fino alla commozione umana, esplicitando i rapporti più genuini e sinceri fra gli uomini. Nel laboratorio fatiscente di Domenico, possiamo osservare come lo spazio umano sia profondamente penetrato dagli aspetti naturali: così come in Stalker, le mura grondano d’acqua, bottiglie di vetro raccolgono piccole lacrime dal cielo, la terra invade il pavimento, piante selvatiche percorrono gli spazi adibiti all’uomo. Ancora una volta troviamo il recupero dell’armonia tra uomo e natura, come creature indissolubilmente legate, in quanto bisognose della stessa acqua, della stessa terra e dello stesso cielo. Con una sensibilità quasi morandiana per l’acuta attenzione verso la natura morta (data da composizioni di piccoli oggetti di uso quotidiano e di bottiglie di varia misura e forma), Tarkovskij sembra commuoversi di fronte al gioco dinamico della natura: “Ho scelto l’acqua perché è una sostanza molto viva, che cambia forma continuamente, che si muove” andava dichiarando. Sul finire del film, Domenico pronuncia la propria arringa. La poesia ha il suo trionfo, per un attimo siamo tutti fratelli uniti dallo stesso dolore e da una nuova gioia per il recupero delle cose semplici, piccole, per le cose che durano.


“Il nostro cuore è coperto d'ombra, bisogna ascoltare le voci che sembrano inutili. [...]
Bisogna alimentare il desiderio, dobbiamo tirare l'anima da tutte le parti come se fosse un lenzuolo dilatabile all'infinito.
Se volete che il mondo vada avanti, dobbiamo tenerci per mano, ci dobbiamo mescolare, i cosiddetti sani e i cosiddetti ammalati.
Ehi, voi sani!
Cosa significa la vostra salute? [...]
Dove sono, quando non sono nella realtà e neanche nella mia immaginazione? Faccio un nuovo patto con il mondo, che ci sia il sole di notte e nevichi d'agosto.
Le cose grandi, finiscono!
Sono quelle piccole che durano!
La società deve tornare unita e non così frammentata; basterebbe osservare la natura per capire che la vita E' semplice e che bisogna tornare al punto di prima, in quel punto, dove voi avete imboccato la strada sbagliata.
Bisogna tornare alle basi iniziali della vita, senza sporcare l'acqua."



Il film termina in una magnifica scena dove lo scrittore, seduto con il proprio cane, guarda verso di noi cercando un dialogo di sentimenti. La macchina da presa, arretrando, scopre la cattedrale scoperchiata di San Galgano sovrapponendosi nella casa e nella steppa russa, nella quale la neve cade dolcemente. Negli ultimi fotogrammi si legge “Dedicato alla memoria di mia madre”. Nostalghia non è soltanto un film dedicato alla memoria della madre del regista, ma è celebrazione di una madre intesa nella sua universalità, come amorevole accoglienza di tutte le cose che trova il suo culmine nella Madonna rinascimentale, fiorente e aulica effigiata da Piero della Francesca.


Bisogna far rivivere la poesia, bisogna portarla nelle strade, nelle città, spargere di versi le metropoli e i piccoli paesi, capire che la poesia parte dalle cose più semplici, nel germoglio della vita stessa...
Nostalghia ci educa, ci forma, ci porta a ritrovare la strada verso la Riconciliazione.

Grazie Andrej

13 commenti:

  1. Bel Blog, complimenti. A proposito di Tarkovskij ti segnalo questo evento organizzato da me e i miei colleghi http://www.facebook.com/pages/Andrej-Tarkovskij-Il-Potere-del-Cinema/196745267116015?ref=ts&fref=ts

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  2. Ti ringrazio per l'apprezzamento e la segnalazione!

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  3. sono alla ricerca del luogo dove è stata girata una parte del film Nostalghia di Tarkovskij
    e precisamente il paese dove abita Domenico
    potreste aiutarmi o indirizzarmi da qualche parte? (reale o virtuale che sia)
    grazie mille
    beatrice

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  4. Ciao Beatrice! Si trova sicuramente nella Val di Merse ma non so dirti di preciso il nome del paese. Contatterò in questi giorni alcune persone che potrebbero risolvere il quesito.

    Ripassa e pubblicherò un secondo commento!

    Un caro saluto

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  5. aspetto con ansia :-))))
    grazie dell'attenzione e della disponibilità
    beatrice

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  6. Cara Beatrice,

    ho contattato diverse persone/associazioni e, alla fine, ho ricevuto risposta da parte dell'Istituto Internazionale di Andrey Tarkovsky. Purtroppo non mi hanno saputo dare una risposta esatta circa i luoghi riguardanti l'esterno della casa (la scena della bicicletta) o la scalinata al momento della liberazione. Sono comunque due luoghi diversi.

    E' stata identificata invece la location della scena del villaggio arroccato che si intravede quando il taxi lascia la casa di Domenico.
    Si tratta di Calcata, nel Lazio.

    Ho inserito un'immagine che puoi visualizzare a questo link:
    http://img585.imageshack.us/img585/7144/86263310200251210555948.jpg

    Sofia

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  7. film noioso, pretenzioso, sempre al buio, dialoghi farneticanti

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  8. Marco Verdecchia18 marzo 2015 12:05

    Gentile Sofia, che belle cose che scrive! Continui così e non si lasci irretire da certi commenti sprezzanti.

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  9. La ringrazio Marco per il sostegno e il sincero apprezzamento!

    Un caro saluto,
    Sofia

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  10. In realtà la scena in cui il taxi lascia casa di Domenico è stata girata a Faleria ( VT ). Calcata invece è il paesino arroccato della scena precedente. Tra l'altro i due paesi sono vicinissimi e molto caratteristici.

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  11. È un film difficile, pur non avendolo apprezzato molto è quello che più ricordo per le immagini bellissime. C'era Bagno di Vignoni (?), luoghi della Tuscia che vorrei tanto visitare. la tua critica è molto bella sento di non avergli dedicato l'attenzione che merita. Grazie.

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  12. Interessantissimo e complimenti per la volontà stoica dimostrata nell'aver analizzato un film di questa portata,evitando di cadere in banalità e ambiguità. Un chiarimento solamente però: il riferimento all'opera di Antonioni era dovuto ad un semplice richiamo concettuale (Io frammentario,in questo caso) o perché in Deserto Rosso è presente un medesimo fotogramma che raffigura quell'operazione aritmetica (in questo secondo caso,credo mi sia sfuggito durante la mia visione di qualche anno fa)?
    Grazie

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  13. I luoghi del film fotografati nel 2015 http://people.ucalgary.ca/~tstronds/nostalghia.com/ThePhotos/Nostalghia_Locations.html

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