ArtisticaMente: mostra di pittura a Sarzana


Venerdì 3 settembre ore 19.00 sarà inaugurata la mostra di pittura ArtisticaMente (locale Miller, Sarzana via N. Mascardi n.27) dove parteciperò fino al giorno 19 dello stesso mese con le seguenti opere :

Cavallo
Mare dentro
Soggetto pensante
Abbraccio notturno
Emozioni in superficie
Naufragio dell'anima
Il solitario
Figure nello spazio
Un malato di cuore
L'uomo che chiedeva l'Africa
Il collezionista di parole
La rete dei pensieri
Ti salverò
Il campo che verrà
Un bambino sensibile
Sulle corde della leggerezza
Parodia del matematico
L'ebreo
Di là

Le opere saranno in vendita. Per maggiori informazioni, contattatemi.


Nel locale si svolgeranno anche salotti letterari sull'arte aperti al pubblico:

05/09 ore 21.30 "Omaggio a Tarkovskij"
08/09 ore 21.30 "Lo spirituale nell'arte" di W.Kandinskij
18/09 ore 21.30 "Scienza aleatoria" raccolta di poesie di Roberto Maggiani

Ingresso libero

ESSERE POETA di Ralph Waldo Emerson

“Sono nato poeta, di basso rango, senza dubbio, ma poeta. E’ questa la mia natura e vocazione.”


“Essere poeta” è forse tra i saggi meno conosciuti di Emerson ma, assieme ad altri testi quali Ispirazione, risultano fondamentali per capire non tanto l’essenza poetica che risiede nell’individuo, ma quanto l’autore avverta in sé la poesia, profondamente e soprattutto coscienziosamente. E’ forse proprio in queste pagine che il padre della letteratura americana parla della poesia con il suo vero nome, chiamandola, invocandola, scovandola dappertutto e partendo da un ideale di letteratura-antiletteraria. Emerson ci offre una scrittura freschissima, leggera, guizzante, che procede addirittura per paradossi, servendosi dell’immaginazione per stregare il lettore con scenari dettati dall’uso di tropi. Sembra quasi di toccarla, di essere vicini a lei, verso quella creatura così fragile che il suo nome è già tutta una canzone che si ripercuote dentro le corde dell’animo. Per Emerson, essa non è una stringata attività di eruditi, manieristiche bizzarrie verbali o una passione di nicchia, ma è quotidianità, elemento fondante dell’esistenza, sostanza rigenerante e costitutiva che annulla ogni eccesso di flemma proprio di una mente annoiata, priva di stimoli interiori.

Essere poeta: già l’essere è poeta. Eppure Emerson avverte una chiara decadenza, in quanto nasciamo uomini dotati dalla convinzione del tutto inconsapevole, che la poesia sia cosa estranea dall’essere, che sia altro da noi o un suo lontanissimo prolungamento. “Troppo flebili cadono su di noi le impressioni della natura per fare di noi degli artisti. Ogni tocco dovrebbe dare i brividi. Ogni uomo dovrebbe essere così artista da riferire nella conversazione quel che gli è accaduto” scrive Emerson nel saggio. Ma oggi non abbiamo tempo per coltivare la spiritualità perché siamo accecati dalla materia, dal fare e dal disfare, dal produrre e dal consumare. Questo è il nostro male, la nostra condanna, l’accumulare continuamente ricchezze per procurarci una fittizia felicità, dimenticando invece ciò che in realtà è prima parte costituiva dell’essere come lo spirito, l’ingegno, l’espressione creativa dell’uomo, in altre parole: Poesia.

La poesia come natura, ovvero come semplicità intesa nel suo più autentico e genuino valore, è prerogativa di una sana esistenza volta a sviluppare la spiritualità interiore. Per Emerson l’atto poetico non è evoluzione di un artificio intellettuale pre-tecnico o erudizione per pochi eletti, ma è concepito come un atto di (seconda) natura e dunque intrinseca dell’essere. La poesia è parte integrante dell’uomo, è una proprietà sostanziale e fondante dello spirito che, dal dato oggettivo, tramuta il reale sublimandosi nel sentimento particolarissimo. Nel poema emersoniano, il poeta è concepito come una figura seminale, che getta semi nel campo fertile del proprio essere, che dal dato oggettivo del reale si riconduce alla propria spiritualità, in un processo alogico che porta il nome di conoscenza. Poesia non è estraneità, altra parte dall’essere, ma andare incontro alla realtà stessa, giungere al suo nodo più profondo e liberarne la sostanza per farla nuovamente propria, con spassionato ardore e crescente entusiasmo. Poesia per Emerson è gaia scienza, perché cerca e si riconduce alla verità, una verità certamente diversa da quella scientifica ma che contestualizzi meglio il reale. Durante la lettura del saggio, è inevitabile e fin troppo naturale fare un riscontro con la poetica di Bruno Schulz. E’ straordinario pensare come due culture dalle tradizioni e dagli sviluppi diversissimi, possano accomunarsi nel fulcro originario della poesia e della parola. La nostalgia di Schulz per l’antepatria verbale (che denomina appunto Poesia) è la stessa che riconosce Emerson: “Il linguaggio è poesia fossile. Come le rocce calcaree del continente sono composte da masse infinite di conchiglie d’animaletti, così il linguaggio è fatto d’immagini o tropi che, nel loro uso secondario, da tempo hanno cessato di ricordarci la loro origine poetica. Ma il poeta nomina la cosa perché la vede, o le si avvicina di un passo in più rispetto a chiunque altro. Quest’espressione, o nominazione, non è arte o tecnica, ma una seconda natura, cresciuta dalla prima, come una foglia spunta da un albero.” Emerson nel suo saggio non inventa nulla di nuovo, anzi, scopre ed esplora il valore etimologico di Poesia. Interiorizza il suo significato originario (poeta come colui che fa, che crea, che inventa e compone), ma ancor prima percepisce il suo straordinario meccanismo come proprio e già esistente. Il poeta è colui che “nomina la cosa perché la vede”, perché riesce a vederla con gli occhi dell'anima, perché è in grado di vederla. Non si parla di un’arte o di una scienza acquisita, ma di una facoltà spirituale e naturale, propria dello spirito, ma Emerson mette bene in chiaro che bisogna riuscire a consapevolizzarci per poter cominciare ad usufruirne in modo disinteressato. Tutto il saggio è un fremito, un mare di metafore e metonimie in ebollizione, tipico della scrittura emersoniana. “Gli uomini hanno realmente acquisito un nuovo senso, e nel loro mondo hanno trovato un altro mondo, o un nido di mondi; perché la metamorfosi, una volta vista, indoviniamo che non s’arresterà”. Ecco dove risiede la potenza creativa del poeta, la facoltà di riuscire ad inoltrarci in un nido di mondi. Nel momento in cui si apprende ciò, l’attività intellettuale non trova momento di pausa perché diventa avida di conoscenza, di sintesi e di interpretazione. “Il poeta è la persona in cui questi poteri sono in equilibrio, è l’uomo senza impedimenti, che vede e tocca con mano ciò che gli altri sognano, che percorre l’intera scala dell’esperienza, ed è rappresentativo dell’uomo, in virtù del suo essere la più ampia potenza ricettiva e distributiva”. Emerson ci parla dell’equilibrio del poeta: quando avviene la scoperta di “un nido di mondi”, la prima reazione è confusione, caos, estraneità ma con uno sforzo di maggiore valutazione, possiamo comprendere che questi mondi infiniti siano in realtà tutti collegati tra di loro, che dipendano l’uno dall’altro, che siano vicendevolmente necessari alla propria presenza. Da ciò deriva organicità, armonia conoscitiva e dunque equilibrio per il poeta stesso, che sa e ha imparato a muoversi tra questi mondi. Quest’ultimi, per Emerson, corrispondono all’Universo, ovvero all’esternarsi dell’anima. Ed è in questo esatto momento, nella consapevolezza di questa armonia dominante che siamo in grado di fare uno sforzo ulteriore: l’immaginazione. Essa “rispetta la causa, è la visione di un’anima ispirata che in tutta la natura legge argomentazioni e affermazioni delle stesse cose che essa è spinta a dire, è una percezione di una reale relazione fra un pensiero e qualche fatto materiale. […] La fantasia aggrega; l’immaginazione anima. La fantasia è legata al colore; l’immaginazione alla forma. La fantasia dipinge; l’immaginazione scolpisce.”

Quando ogni uomo riconoscerà in sé questa seconda natura, “la vita non sarà più un rumore molesto; ora vedrà uomini e donne, riconoscerà i segni con cui si possa discernerli da sciocchi e satanassi. Questo giorno sarà migliore del giorno natale.Allora divenne un animale: ora è invitato nella scienza del reale."

ANTONIA POZZI e il pudore della parola


“Proprio a te doveva accadere di concentrare tutta la vita su un punto, 
e poi scoprire che tutto puoi fare tranne vivere quel punto.”

Cesare Pavese nel diario "Il mestiere di vivere"



Se per Emerson pensare significa fare analogie, riscoprire le effusioni liriche della poesia italiana del Novecento urge a dover ricostruire un’unica rete dove le voci poetiche non appaiono distinte e separate ma figlie di un’unica sofferenza che attinge dalla semplicità del quotidiano, celebrando il distacco della condizione solipsistica propria del poeta. Se l’ombra del suicidio in Pavese era presente fin dalla scomparsa dell’amico Baraldi e dunque la morte sembrava essere l’unica soluzione, in Antonia Pozzi il suicidio non è una scelta o un’idea bramata fin dalla giovinezza, ma l’unico modo per scampare da un pungolo sentimentale frutto di amarezze e delusioni, da un mondo fin troppo borghese nel suo oleografico moralismo che rifiutava il suo amore, espresso chiaramente nelle ultime pagine del diario e nelle poesie raccolte in “Parole”. La vita della Pozzi era incentrata proprio su un unico “punto” e proprio nel momento in cui ha scoperto di non poterlo vivere ha smesso di scrivere poesie e lettere, di pensare a Remo e di sperare ancora di far fruttare quel punto zero, quel punto nero che non si decideva a germogliare, quel punto invivibile ormai solcato da amorosi idilli sentimentali mai interamente vissuti perché inesistenti. Se la solitudine di Pavese trova la propria forza nel rifugio del mito infantile, la solitudine della Pozzi pronuncia afone parole di carta nella struggente constatazione di una permanente dolorosità nei confronti della vita.

Sola. In questa mia bella casa, coi mobili ricchi e dalla radio la voce del paese che amo e ho davanti la piccola lampada della fedeltà che non basta a calmare l’irrequietudine, a riempire la vita. E questo terrore: mi perdo, non mi ritroverò, non mi riguadagnerò più. Piccole cose mi scalpellano, miserie mi corrodono. Quanto bene vorrei volere e non c’è nessuno e se qualcuno venisse, ormai è forse troppo tardi e il sangue è ancora malato di te, di voi. […] Penso anche a te, lontanissimo e dolce, che non avevi corpo e mi baciavi così puro: ala bianca dell’adolescenza.

Una volta assaporato l’icore lirico che sorveglia ogni tumulto prepoetico, il fiume interiore e tonificante costituito da pudiche parole che attraversano la sua opera, è tanto forte da incanalare il lettore dentro un particolare occhio apologetico che trae dalla natura la sua fonte d’ispirazione.

Io non so che cosa pagherei per potermi costruire qui, in vista del Ticino, due stanze rustiche e venirci a stare; le mie radici aristocratiche non le sento molto, nemmeno qui, ma le mie radici terriere si, in modo acuto e profondo, e gli uomini dietro l’aratro mi incantano, non solo per un senso di armonia estetica.

Con grande entusiasmo osservo che negli ultimi anni la voce di Antonia Pozzi, morta suicida nel 1938, ha trovato la sua giusta e meritata diffusione. Con la pubblicazione di tutte le sue opere nella collana Garzanti Gli elefanti, adesso è più facile avvicinarsi al lato spirituale della poesia contemporanea che contraddistingue personalità femminili come Alda Merini e Cristina Campo, entrambe vittime di esperienze dolorose che hanno profondamente inciso la loro poetica. Falangi di critici hanno avviato una moltitudine di studi, tesi a ricreare un percorso logico e approfondito della letteratura contemporanea italiana con l’intento di riscoprire poetesse come Daria Menicanti, Lalla Romano e Amelia Rosselli. L’opera che raccoglie le sue liriche, Parole, apparve l’anno successivo alla morte con una prefazione assai acuta e lucida di Montale, che mette in guardia i lettori sull’assenza di sentimentalismo, tipica di quando la vita non risponde come si vorrebbe. Nell’opera di Antonia Pozzi sembra riecheggiare costantemente la poetica pascoliana degli oggetti che, attraversando le “buone cose di pessimo gusto” di Gozzano e la celebrazione del quotidiano di Saba, sfocia nella sintomatica sintesi del correlativo oggettivo di Montale. Nel canto lirico della Pozzi, non troviamo soltanto una forte adesione sentimentale e calda simpatia verso le “umili cose”, ma una totale partecipazione all’ascolto del proprio canto che vuole trovare un dialogo al di là dello stereotipato costume borghese.
Il 4 febbraio del 1935 con una pagina composta per lo più da brevi periodi, Antonia Pozzi non si limitava a descrivere un temporaneo stato d’animo, ma deificava qualcosa di molto più grande e importante: descriveva la condizione universale dell’uomo e dell’apertura verso il mondo, cercando di rompere quella gabbia di solitudine che imprigionava anche il grande Pavese:

Il mio disordine. E’ in questo: che ogni cosa per me è una ferita attraverso cui la mia personalità vorrebbe sgorgare per donarsi. Ma donarsi è un atto di vita che implica una realtà effettiva al di là di noi e invece ogni cosa che mi chiama ha realtà soltanto attraverso i miei occhi e, cercando di uscire da me, di risolvere in quella i miei limiti, me la trovo davanti diversa e ostile. […] Donarsi è abdicare alla propria personalità.

La vita di Antonia si ferma proprio in quel “punto” che è riuscita a vivere solo in modo frammentario. Donarsi non significa soltanto provare dedizione, amore e rispetto ma anche trascendere la particolarità egoica dell’essere, farsi Tutto e niente nello stesso momento, sprofondare nel disordine lirico della natura per ricavarne quell’armonia, tacita e nascosta, che legifera le sacre unioni. La sofferenza elegiaca che traspare da ogni canto, la forte permanenza nelle vicissitudini del reale e la completa dedizione alla presenza delle cose, emanano una fragilità e un sentire interiore ancora più forte del poeta in quanto femminile. Il dolore esperito dalla coscienza sgorga nella poesia, nell’epistolario, nell’abbozzo allo stato larvale di pensieri eunuchi, puri, che cristallizzano la percezione sensoriale di un’anima che fa aderenza, stretta adesione ai sentimenti umani. Antonia non crede alla società; essa è astrazione. Concreto è invece il mondo, la miseria, la Casa degli sfrattati di Milano dai “strani bambini, che quasi non urlano” e la solitudine di cui è consapevole vittima. E’ una concretezza che diventa pietra, muro invalicabile, vetri aguzzi che feriscono e che fanno sgorgare l’espressione più primitiva e arcaica della poesia. Tutto può forse risolversi in un unico canto, in un unico grido di forte speranza, in un “Desiderio di cose leggere”:

[…] Ma giungerà una sera
a queste rive
l’anima liberata:
senza piegare i giunchi
senza muovere l’acqua o l’aria
salperà – con le case
dell’isola lontana,
per un’alta scogliera
di stelle –