ANTONIA POZZI e il pudore della parola


“Proprio a te doveva accadere di concentrare tutta la vita su un punto, 
e poi scoprire che tutto puoi fare tranne vivere quel punto.”

Cesare Pavese nel diario "Il mestiere di vivere"



Se per Emerson pensare significa fare analogie, riscoprire le effusioni liriche della poesia italiana del Novecento urge a dover ricostruire un’unica rete dove le voci poetiche non appaiono distinte e separate ma figlie di un’unica sofferenza che attinge dalla semplicità del quotidiano, celebrando il distacco della condizione solipsistica propria del poeta. Se l’ombra del suicidio in Pavese era presente fin dalla scomparsa dell’amico Baraldi e dunque la morte sembrava essere l’unica soluzione, in Antonia Pozzi il suicidio non è una scelta o un’idea bramata fin dalla giovinezza, ma l’unico modo per scampare da un pungolo sentimentale frutto di amarezze e delusioni, da un mondo fin troppo borghese nel suo oleografico moralismo che rifiutava il suo amore, espresso chiaramente nelle ultime pagine del diario e nelle poesie raccolte in “Parole”. La vita della Pozzi era incentrata proprio su un unico “punto” e proprio nel momento in cui ha scoperto di non poterlo vivere ha smesso di scrivere poesie e lettere, di pensare a Remo e di sperare ancora di far fruttare quel punto zero, quel punto nero che non si decideva a germogliare, quel punto invivibile ormai solcato da amorosi idilli sentimentali mai interamente vissuti perché inesistenti. Se la solitudine di Pavese trova la propria forza nel rifugio del mito infantile, la solitudine della Pozzi pronuncia afone parole di carta nella struggente constatazione di una permanente dolorosità nei confronti della vita.

Sola. In questa mia bella casa, coi mobili ricchi e dalla radio la voce del paese che amo e ho davanti la piccola lampada della fedeltà che non basta a calmare l’irrequietudine, a riempire la vita. E questo terrore: mi perdo, non mi ritroverò, non mi riguadagnerò più. Piccole cose mi scalpellano, miserie mi corrodono. Quanto bene vorrei volere e non c’è nessuno e se qualcuno venisse, ormai è forse troppo tardi e il sangue è ancora malato di te, di voi. […] Penso anche a te, lontanissimo e dolce, che non avevi corpo e mi baciavi così puro: ala bianca dell’adolescenza.

Una volta assaporato l’icore lirico che sorveglia ogni tumulto prepoetico, il fiume interiore e tonificante costituito da pudiche parole che attraversano la sua opera, è tanto forte da incanalare il lettore dentro un particolare occhio apologetico che trae dalla natura la sua fonte d’ispirazione.

Io non so che cosa pagherei per potermi costruire qui, in vista del Ticino, due stanze rustiche e venirci a stare; le mie radici aristocratiche non le sento molto, nemmeno qui, ma le mie radici terriere si, in modo acuto e profondo, e gli uomini dietro l’aratro mi incantano, non solo per un senso di armonia estetica.

Con grande entusiasmo osservo che negli ultimi anni la voce di Antonia Pozzi, morta suicida nel 1938, ha trovato la sua giusta e meritata diffusione. Con la pubblicazione di tutte le sue opere nella collana Garzanti Gli elefanti, adesso è più facile avvicinarsi al lato spirituale della poesia contemporanea che contraddistingue personalità femminili come Alda Merini e Cristina Campo, entrambe vittime di esperienze dolorose che hanno profondamente inciso la loro poetica. Falangi di critici hanno avviato una moltitudine di studi, tesi a ricreare un percorso logico e approfondito della letteratura contemporanea italiana con l’intento di riscoprire poetesse come Daria Menicanti, Lalla Romano e Amelia Rosselli. L’opera che raccoglie le sue liriche, Parole, apparve l’anno successivo alla morte con una prefazione assai acuta e lucida di Montale, che mette in guardia i lettori sull’assenza di sentimentalismo, tipica di quando la vita non risponde come si vorrebbe. Nell’opera di Antonia Pozzi sembra riecheggiare costantemente la poetica pascoliana degli oggetti che, attraversando le “buone cose di pessimo gusto” di Gozzano e la celebrazione del quotidiano di Saba, sfocia nella sintomatica sintesi del correlativo oggettivo di Montale. Nel canto lirico della Pozzi, non troviamo soltanto una forte adesione sentimentale e calda simpatia verso le “umili cose”, ma una totale partecipazione all’ascolto del proprio canto che vuole trovare un dialogo al di là dello stereotipato costume borghese.
Il 4 febbraio del 1935 con una pagina composta per lo più da brevi periodi, Antonia Pozzi non si limitava a descrivere un temporaneo stato d’animo, ma deificava qualcosa di molto più grande e importante: descriveva la condizione universale dell’uomo e dell’apertura verso il mondo, cercando di rompere quella gabbia di solitudine che imprigionava anche il grande Pavese:

Il mio disordine. E’ in questo: che ogni cosa per me è una ferita attraverso cui la mia personalità vorrebbe sgorgare per donarsi. Ma donarsi è un atto di vita che implica una realtà effettiva al di là di noi e invece ogni cosa che mi chiama ha realtà soltanto attraverso i miei occhi e, cercando di uscire da me, di risolvere in quella i miei limiti, me la trovo davanti diversa e ostile. […] Donarsi è abdicare alla propria personalità.

La vita di Antonia si ferma proprio in quel “punto” che è riuscita a vivere solo in modo frammentario. Donarsi non significa soltanto provare dedizione, amore e rispetto ma anche trascendere la particolarità egoica dell’essere, farsi Tutto e niente nello stesso momento, sprofondare nel disordine lirico della natura per ricavarne quell’armonia, tacita e nascosta, che legifera le sacre unioni. La sofferenza elegiaca che traspare da ogni canto, la forte permanenza nelle vicissitudini del reale e la completa dedizione alla presenza delle cose, emanano una fragilità e un sentire interiore ancora più forte del poeta in quanto femminile. Il dolore esperito dalla coscienza sgorga nella poesia, nell’epistolario, nell’abbozzo allo stato larvale di pensieri eunuchi, puri, che cristallizzano la percezione sensoriale di un’anima che fa aderenza, stretta adesione ai sentimenti umani. Antonia non crede alla società; essa è astrazione. Concreto è invece il mondo, la miseria, la Casa degli sfrattati di Milano dai “strani bambini, che quasi non urlano” e la solitudine di cui è consapevole vittima. E’ una concretezza che diventa pietra, muro invalicabile, vetri aguzzi che feriscono e che fanno sgorgare l’espressione più primitiva e arcaica della poesia. Tutto può forse risolversi in un unico canto, in un unico grido di forte speranza, in un “Desiderio di cose leggere”:

[…] Ma giungerà una sera
a queste rive
l’anima liberata:
senza piegare i giunchi
senza muovere l’acqua o l’aria
salperà – con le case
dell’isola lontana,
per un’alta scogliera
di stelle –

2 commenti:

  1. vorrei dirtelo,non solo scriverlo,a leggerti,a osservare le tue creazioni,son doni,che l'anima coglie,nei momenti di quiete,di silenzio, quando è più facilmente tesa verso le cose leggere,come fiori,soffici speranze che donano respiro all'anima,almeno per me.

    Alan

    RispondiElimina