ESSERE POETA di Ralph Waldo Emerson

“Sono nato poeta, di basso rango, senza dubbio, ma poeta. E’ questa la mia natura e vocazione.”


“Essere poeta” è forse tra i saggi meno conosciuti di Emerson ma, assieme ad altri testi quali Ispirazione, risultano fondamentali per capire non tanto l’essenza poetica che risiede nell’individuo, ma quanto l’autore avverta in sé la poesia, profondamente e soprattutto coscienziosamente. E’ forse proprio in queste pagine che il padre della letteratura americana parla della poesia con il suo vero nome, chiamandola, invocandola, scovandola dappertutto e partendo da un ideale di letteratura-antiletteraria. Emerson ci offre una scrittura freschissima, leggera, guizzante, che procede addirittura per paradossi, servendosi dell’immaginazione per stregare il lettore con scenari dettati dall’uso di tropi. Sembra quasi di toccarla, di essere vicini a lei, verso quella creatura così fragile che il suo nome è già tutta una canzone che si ripercuote dentro le corde dell’animo. Per Emerson, essa non è una stringata attività di eruditi, manieristiche bizzarrie verbali o una passione di nicchia, ma è quotidianità, elemento fondante dell’esistenza, sostanza rigenerante e costitutiva che annulla ogni eccesso di flemma proprio di una mente annoiata, priva di stimoli interiori.

Essere poeta: già l’essere è poeta. Eppure Emerson avverte una chiara decadenza, in quanto nasciamo uomini dotati dalla convinzione del tutto inconsapevole, che la poesia sia cosa estranea dall’essere, che sia altro da noi o un suo lontanissimo prolungamento. “Troppo flebili cadono su di noi le impressioni della natura per fare di noi degli artisti. Ogni tocco dovrebbe dare i brividi. Ogni uomo dovrebbe essere così artista da riferire nella conversazione quel che gli è accaduto” scrive Emerson nel saggio. Ma oggi non abbiamo tempo per coltivare la spiritualità perché siamo accecati dalla materia, dal fare e dal disfare, dal produrre e dal consumare. Questo è il nostro male, la nostra condanna, l’accumulare continuamente ricchezze per procurarci una fittizia felicità, dimenticando invece ciò che in realtà è prima parte costituiva dell’essere come lo spirito, l’ingegno, l’espressione creativa dell’uomo, in altre parole: Poesia.

La poesia come natura, ovvero come semplicità intesa nel suo più autentico e genuino valore, è prerogativa di una sana esistenza volta a sviluppare la spiritualità interiore. Per Emerson l’atto poetico non è evoluzione di un artificio intellettuale pre-tecnico o erudizione per pochi eletti, ma è concepito come un atto di (seconda) natura e dunque intrinseca dell’essere. La poesia è parte integrante dell’uomo, è una proprietà sostanziale e fondante dello spirito che, dal dato oggettivo, tramuta il reale sublimandosi nel sentimento particolarissimo. Nel poema emersoniano, il poeta è concepito come una figura seminale, che getta semi nel campo fertile del proprio essere, che dal dato oggettivo del reale si riconduce alla propria spiritualità, in un processo alogico che porta il nome di conoscenza. Poesia non è estraneità, altra parte dall’essere, ma andare incontro alla realtà stessa, giungere al suo nodo più profondo e liberarne la sostanza per farla nuovamente propria, con spassionato ardore e crescente entusiasmo. Poesia per Emerson è gaia scienza, perché cerca e si riconduce alla verità, una verità certamente diversa da quella scientifica ma che contestualizzi meglio il reale. Durante la lettura del saggio, è inevitabile e fin troppo naturale fare un riscontro con la poetica di Bruno Schulz. E’ straordinario pensare come due culture dalle tradizioni e dagli sviluppi diversissimi, possano accomunarsi nel fulcro originario della poesia e della parola. La nostalgia di Schulz per l’antepatria verbale (che denomina appunto Poesia) è la stessa che riconosce Emerson: “Il linguaggio è poesia fossile. Come le rocce calcaree del continente sono composte da masse infinite di conchiglie d’animaletti, così il linguaggio è fatto d’immagini o tropi che, nel loro uso secondario, da tempo hanno cessato di ricordarci la loro origine poetica. Ma il poeta nomina la cosa perché la vede, o le si avvicina di un passo in più rispetto a chiunque altro. Quest’espressione, o nominazione, non è arte o tecnica, ma una seconda natura, cresciuta dalla prima, come una foglia spunta da un albero.” Emerson nel suo saggio non inventa nulla di nuovo, anzi, scopre ed esplora il valore etimologico di Poesia. Interiorizza il suo significato originario (poeta come colui che fa, che crea, che inventa e compone), ma ancor prima percepisce il suo straordinario meccanismo come proprio e già esistente. Il poeta è colui che “nomina la cosa perché la vede”, perché riesce a vederla con gli occhi dell'anima, perché è in grado di vederla. Non si parla di un’arte o di una scienza acquisita, ma di una facoltà spirituale e naturale, propria dello spirito, ma Emerson mette bene in chiaro che bisogna riuscire a consapevolizzarci per poter cominciare ad usufruirne in modo disinteressato. Tutto il saggio è un fremito, un mare di metafore e metonimie in ebollizione, tipico della scrittura emersoniana. “Gli uomini hanno realmente acquisito un nuovo senso, e nel loro mondo hanno trovato un altro mondo, o un nido di mondi; perché la metamorfosi, una volta vista, indoviniamo che non s’arresterà”. Ecco dove risiede la potenza creativa del poeta, la facoltà di riuscire ad inoltrarci in un nido di mondi. Nel momento in cui si apprende ciò, l’attività intellettuale non trova momento di pausa perché diventa avida di conoscenza, di sintesi e di interpretazione. “Il poeta è la persona in cui questi poteri sono in equilibrio, è l’uomo senza impedimenti, che vede e tocca con mano ciò che gli altri sognano, che percorre l’intera scala dell’esperienza, ed è rappresentativo dell’uomo, in virtù del suo essere la più ampia potenza ricettiva e distributiva”. Emerson ci parla dell’equilibrio del poeta: quando avviene la scoperta di “un nido di mondi”, la prima reazione è confusione, caos, estraneità ma con uno sforzo di maggiore valutazione, possiamo comprendere che questi mondi infiniti siano in realtà tutti collegati tra di loro, che dipendano l’uno dall’altro, che siano vicendevolmente necessari alla propria presenza. Da ciò deriva organicità, armonia conoscitiva e dunque equilibrio per il poeta stesso, che sa e ha imparato a muoversi tra questi mondi. Quest’ultimi, per Emerson, corrispondono all’Universo, ovvero all’esternarsi dell’anima. Ed è in questo esatto momento, nella consapevolezza di questa armonia dominante che siamo in grado di fare uno sforzo ulteriore: l’immaginazione. Essa “rispetta la causa, è la visione di un’anima ispirata che in tutta la natura legge argomentazioni e affermazioni delle stesse cose che essa è spinta a dire, è una percezione di una reale relazione fra un pensiero e qualche fatto materiale. […] La fantasia aggrega; l’immaginazione anima. La fantasia è legata al colore; l’immaginazione alla forma. La fantasia dipinge; l’immaginazione scolpisce.”

Quando ogni uomo riconoscerà in sé questa seconda natura, “la vita non sarà più un rumore molesto; ora vedrà uomini e donne, riconoscerà i segni con cui si possa discernerli da sciocchi e satanassi. Questo giorno sarà migliore del giorno natale.Allora divenne un animale: ora è invitato nella scienza del reale."

1 commento:

  1. "I gatti che correvano qua e la` intorno alla veranda avevano un'aria mattutina. Sul poeta cadeva inarrestabile, il giorno"
    Bulgakov, Il Maestro e Margherita

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