Sull'atto di creare

Non condivido coloro che affrontano l’esperienza pittorica uscendo fuori da sé. I primi tentativi dell’impresa espressiva richiedono concentrazione, uno studio indefesso e costante circa la verità che vogliamo esprimere attraverso il concetto di arte. Diffido di coloro che dicono di essere a servizio della propria esperienza artistica quando nel momento in cui dipingono trattengono conversazioni, pensano ad altro e trattano un matita come se fosse uno strumento qualsiasi. Tarkovskij dichiarava che “l’artista ha diritto alla creazione soltanto quando essa costituisce una sua esigenza vitale, quando essa per lui non è un’attività secondaria o casuale, ma l’unica forma esistente del suo io riproducente”. Si comprende dunque, quanto la mancata conoscenza delle proprie esigenze interiori porti ad usufruire dell’esperienza pittorica come un palliativo per assecondare in modo ristretto e confuso il proprio io creativo. Credo che il compito principale della pittura, o anche dell’arte in generale, sia quello di coadiuvare noi stessi ad esprimere quel mondo spirituale di cui siamo consapevoli portatori. E’ nel momento esatto della creazione che possiamo ritenerci compiuti, nel prolungamento dell’imperfezione del nostro sentire verso la certezza, solida e feconda, della nostra verità. Lo spirito mercuriale dell’artista, talvolta caotico e confuso, deve necessariamente trovare uno sbocco su cui posarsi e, dilatandosi, trovare la sua armonia come in uno specchio d’acqua mosso appena da una brezza leggera per impedire che le acque si imputridiscano. L’afflato lirico dello spirito è l’inizio di un percorso che non termina con il compimento dell’opera d’arte in quanto esso continuerà a librarsi, attraverso i secoli, nelle anime dotate di una sensibile capacità di ascolto. Lo iato tra pittura e anima sono la testimonianza più diretta di una totale adesione a ciò che è esterno, fuori da noi stessi. Non mi piace parlare dell’arte come qualcosa che tendi verso l’assoluto, intesa come una realtà che non dipendi da nessuna legge al di fuori di sé stessa. L’arte è profondamente umana. E’ oggettivazione della nostra conoscenza e contatto aurorale con l’esperienza creativa che trabocca da noi stessi come fiumi sempre abbondanti. Ogni momento di creatività è relativamente autonomo: esso infatti perpetuamente ritorna, nonostante sia esposto ad innumerevoli incarnazioni metaforiche che ci danno l’illusione di una probabile irripetibilità del momento. Il tenue flusso dell’ispirazione, come in molti credono ancora, non giunge dal cielo per mezzo di funzioni taumaturgiche, ma parte dall’interno, dallo spirito, per diramarsi al di là dell’essere come un ramo che tende e urge in una realtà che ha ormai ben poco di terreno. Questa è l’esplorazione e la via della conoscenza più giusta in quanto disinteressata, non mossa da motivi di natura pragmatica. La tensione creativa si trasforma così in un'ansia febbricitante, proclive al forzare i nostri limiti per irrobustirli e spingerli verso una realtà che è già presente, seppur in miniatura, nel nostro pensiero. Essa è destinata a nascere al di là dello spirito e quest’ultimo ha il dovere di redimere questo piccolo seme nel caos del reale, custodendone però l’armonia racchiusa originariamente. La dote straordinaria della facoltà spirituale è che supera i confini materici del corpo; è forza oscura e indivisa di espansione che si muove per ragioni del tutto irrazionali. Durante l’atto creativo, cessa di lavorare su se stesso per spingersi, come un’onda marina, su terre sconosciute, aride di spiritualità, per posare la propria impronta su ciò che prima era asperso di anonimità. Lo spirito è continua tensione verso ciò che è privo di anima.“Insistete su voi stessi e non imitate mai” diceva Emerson in una sua affollatissima conferenza. Soltanto momenti di solitudine o di quieto contatto con il mondo esterno, possono restituirci a noi stessi, allo studio fecondo della nostra rappresentazione. Perché l’uomo non è ricco nella materia che possiede o produce, ma nell’espressione che trova stimolo o addirittura voce dallo spirito. Attraverso l’esperienza artistica il reale s’infrange in mille pezzi. Abbiamo due possibilità di costituire una nuova rappresentazione autonoma e indipendente da fattori che discendono dallo spirito: si ricompone l’immagine casualmente, andando per intuizione, scartando la continuità spaziale e temporale della realtà, deturpando convenzioni e sostegni verbali, oppure ci serviamo di pochi elementi traendo da essi tutto il nutrimento necessario per il momento creativo. Ogni sforzo che cercherà di trovare una corrispondenza superiore attraverso ciò che non è già più reale, sarà letteralmente vano. L’esperienza pittorica mantiene nelle sue fondamenta la conoscenza, approssimativa o completa, del mondo reale depauperata dall’interpretazione unica e irripetibile dell’artista. Egli non è inventore, non è mago e taumaturgo, ma espressione del tempo in cui vive. Le immagini non coincidono più con il loro oggetto e le nostre azioni con i sentimenti che le hanno generate; eppure ancora si mantiene una sottile corrispondenza tra la creazione dell’opera e il motivo ispiratore, come un filo nutritivo che alimenta spiritualmente entrambe le parti. In arte non abbiamo frammentarietà, ma evoluzione, continuità, rivalutazione di antichi canoni o principi come se tutto fosse destinato ad un eterno ritorno.

Nessun commento:

Posta un commento