I luoghi infetti dell’arte

Si percepisce una certa freddezza, un’incurabile stato d’animo che prende ad insediarsi nei rami passivi di un sonno ingiustificato. Il torpore della nebbia attutisce la grinta mercuriale del colore e ghermisce il primissimo, fragile palpito dell’emozione. In un cortile giacciono meravigliose copie della statuaria classica: sono colte nel loro gesto di umane prestazioni, pavesate da lenzuoli di polvere, gli occhi grigi e tirati all’insù. Affreschi fatiscenti ricoprono corridoi inanimati, mentre volti effigiati dal tempo guardano il vuoto con leggera compunzione. Le pareti scorrono lisce e nude, frammentate da un rumore sordido, mentre la calma e il silenzio prendono di nuovo a folleggiare sopra ciò che rimane. Il colore è emigrato, i lirici dormienti giungono nel canto di una magrissima consolazione. E’ il canto della nostalgia, la morte annunciata di un credo perduto, lo sguardo costernato per tutto ciò che un tempo era espressione di spirito e adesso è espressione di anguste mode di mercato. Mi spaventa la normalità delle persone, la loro incuranza di fronte all’inesplicabile forza della bellezza che urge per dichiararsi di fronte agli uomini. La normalità accompagna lo spirito ad uno stato di letargo, mitiga il vivace presentimento dello stupore, foggia anime incapaci di credere nella loro sensibilità e di sentire il battito delle cose. “Noi crediamo che esista ciò che sembra esistere” mentre l’invisibile si manifesta con maggiore prepotenza rispetto a tutto ciò che i nostri sensi riescono a registrare in modo meccanico e asettico. E’ troppo immensa la bellezza per poterla guardare senza esserne squarciati come carne viva, senza provare il disagio della solitudine verso ciò che lotta per mantenere la propria espressione sul mondo. Fa male guardarla perché abbiamo dimenticato come discendere dalla normalità. La bellezza è profonda, smisurata, diafana in superficie e oscura nei penetrali più depressi. Accorgersi di essa, significherebbe abbattere per sempre il muro coriaceo della paura.

3 commenti:

  1. La paura non è il muro, paura è ciò che potremmo trovare al di là del muro, così come l'impotenza che fa restare al di qua del muro.
    La paura è la paralisi, la sclerosi di un nervo ottico perfettamente sano che tutto vede, undici decimi di banalità, niente bellezza; è l'apoteosi della tecnologia che, zooommm, tutto ingrandisce, cui sfugge la bellezza.
    Perché la bellezza ha un grande limite: è illimitata. Non si quantifica, non si quantizza, non si contesta, non s'intesta.
    La bellezza è sfondo e figura, foresta ed alberi, punto e linea.
    Ricavare la bellezza in base al testo e ai disegni, questo è il tuo b(el)log.

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  2. Grazie per aver condiviso il tuo pensiero!

    Sofia

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  3. Un vecchio fisarmonicista di strada un giorno mi disse che la paura è ciò che fa chiudere gli occhi ma,sopratutto,ciò che ci impedisce di ascoltare..e non si parla di udire,ma ascoltare.Ascoltare il più insignificante fruscio di foglie,le parole altrui e se vogliamo anche la nostra meraviglia.
    Da meraviglia che nasce Volontà.(il mio intento non è essere uno strenuo difensore aristotelico..!)Tecnologia,Macchine,Mani d'acciaio distruggono la nostra meraviglia,fanno sì che ognuno di noi chiuda gli occhi ad una ragione che non ci appartiene e che mai potrà.
    Ciò che può sembrare banale come "sentire","osservare","meravigliarsi",talvolta potrebbe rivelarsi la più difficile attività che si possa.."compiere".Paura nasce dal sentirsi responsabili di dover "compiere" qualcosa oltre tutto ciò.Basterebbe fermarsi..innanzi a tutto questo progredire che inevitabilmente ci porterebbe a perdere il senso di amore verso noi stessi e verso la bellezza,che sembra divenire sempre più ignota,invisibile.

    G.

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