Lo spirito negato


Herbert Read ci ha insegnato che nell’arte non esiste progresso come può esistere invece nella scienza, ma è inevitabile pensare che nel suo attuarsi si siano verificati momenti di decadenza e fortunatamente, anche di ripresa. Oggi assistiamo alla frammentazione del polo delle arti, alla caotica subordinazione tra capacità tecnica, inventiva, concettuale e alla stessa distruzione del concetto di ciò che è da ritenersi bello. Quando domandai ad un professore di discipline plastiche se poteva andare l’abbozzo di una scultura, egli mi rispose sinteticamente: “Deve funzionare”. Non è più corretto affidarci all’ormai vago e superfluo criterio del bello ma è giusto muoversi secondo ciò che è funzionale ed ergonomico, regolato da una sua armonia indipendente da fattori di natura estetica. L’universalità del gusto è venuta a scindersi dall’arte con l’avvento della globalizzazione, un fenomeno che “ci coinvolge tutti alla stessa misura e allo stesso modo” se vogliamo dirla con le parole di Bauman nell’ottimo libro “Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone”. Non è più possibile ascrivere il fenomeno artistico entro la categoria immutabile dello spirito perché essa si presenta sotto molteplici aspetti, in una realtà assai contrastante, mutevole e precaria. Oggi il gusto estetico non dipende più da un cerchio limitato di botteghe, scuole e movimenti, ma dalle singole individualità. Anche le collettività si stanno avviando a diventare La Collettività, un unico grande sistema dove tutti vestono alla stessa maniera, seguendo le stesse tendenze consumistiche, musicali e mediatiche. La realtà del piccolo paese emigra verso la “bella vita”, quella realtà fittizia che brilla di denari e potenze ultratecnologiche. Come si suol dire, l’arte è espressione del proprio tempo e oggi non esprime altro che la sua decadenza, almeno nella sua parte più conclamata. Provo rabbia e dolore quando critici incapaci elogiano l’espressione artistica di un Murakami intento a fondare la propria creazione artistica nel nodo commerciale di una cultura balbettante, sfracellata dal consumismo e drogata dal massiccio controllo del sistema capitalistico. Designare lo slancio creativo nel cuore livido e infetto del consumismo, significa dare l’avvio ad un impasto asettico che ripudi in primis tutto ciò che concerne lo spirito. Questa non è arte, è kitsch che tramuta in camp. Ma provo commiserazione per coloro che trovano addirittura “divertente” il dito medio di Cattelan in piazza Affari a Milano senza porsi ulteriori interrogativi sull’attuale scenario artistico. Perché oggi l’arte deve provocare, divertire, meravigliare con l’effetto-shock, in quanto deve concorrere alla mostruosa prepotenza della realtà mediatica. Se un tempo la produzione artistica doveva riunire la società entro un atto di fede (anche laico), promuovendo la riflessione e la considerazione di taluni temi, oggi deve stupire e meravigliare in un contesto ben lontano da quello che poteva essere in età barocca. L’arte odierna sta diventando sempre più concettuale, aneidetica, disarmonica, priva di un radioso centro come accadeva nell’euritmia rinascimentale. La realtà mediatica ipnotizza le masse eclissando il suo “bisogno d’arte” che, pur esistendo, viene spesso ignorato e oscurato da espressioni più accattivanti che recludano il discorso attorno alle arti. Il settore artistico pascola nell’idea che l’arte debba riflettere l’attuale disagio culturale; esso sguazza nella fiumana involutiva di un caos che si prefigge un ordine prima ancora di scovarlo. Ma spetta all’artista e alla cerchia intellettuale determinare il punto di rivolta e di rottura, sviare il pensiero dall’aberrante panno dell’oscurità, riportare l’espressione artistica al punto di riferimento che era, vissuta nel suo intento educativo e di confronto, come momento di raccoglimento e di ritrovo dove lo spirituale trovi nuovamente la sua più alta e brillante manifestazione. La crisi artistica trova il suo epicentro nell’estrema dilatazione del settore informativo e nell’abolizione di tutte quelle frontiere culturali che rendono caratteristico un paese. L’entità culturale di uno stato non si riconosce più dal suo presente ma dal suo passato. E’ delirante asserire ciò, ma l’arte odierna è stata rimpiazzata nel ruolo di comparsa nell’asfittico teatro mediatico. La realtà globale, nel giro di tempi dalla brevità assoluta, si è trasformato in un’unica piattaforma culturale dove le caratteristiche peculiari di un certo ambiente vengono soppresse da visioni parallele e indistinte. Se molti secoli fa ben si distingueva la scuola fiorentina da quella senese, oggi non solo si è incapaci di ascrivere una nazione in un proprio gusto caratteristico svincolante da altre realtà culturali, ma lo stesso panorama mondiale è un succedersi continuo di movimenti brevi e superflui che tendono a contraddire il momento antecedente. Significative in questo momento della nostra storia, sono le parole del grande Andrej Tarkovskij: “Il nostro io che diventa il centro della vita terrena, ha un valore e un significato oggettivo se attinge un determinato livello spirituale, se si sforza di raggiungere la perfezione spirituale esente, prima di tutto, da intenti egoistici. L’interesse verso se stessi, la lotta per la propria anima, richiedono da parte dell’uomo un enorme risolutezza e sforzi colossali. Per l’uomo è assai più facile abbassarsi in senso morale che innalzarsi anche soltanto di poco al di sopra dei propri interessi pragmatici, egocentrici. Occorrono enormi sforzi spirituali per conseguire un’autentica nascita spirituale e l’uomo viene preso facilmente all’amo dai “pescatori d’anime”, rinunciando alla propria via personale in norme di finalità che si pretendono più nobili e generali, senza confessare a se stesso che in realtà sta tradendo la vita che gli è stata data per un determinato scopo”. Trovo eccezionale l’espressione “pescatori d’anime”, un’immagine bellissima che esprime esattamente come funziona l’industria culturale del nostro tempo. L’artista deve spurgare la propria anima dalle nefandezze attuali perchè la cura dello spirito inizia da noi stessi e non dalla proiezione di sé in un contesto sociale che fonda lo slancio creativo su idee già confezionate e prefabbricate da un sistema sbagliato.

7 commenti:

  1. Ogni opera d'arte è figlia del suo tempo, e spesso è madre dei nostri sentimenti.

    Analogamente, ogni periodo culturale esprime una sua arte, che non si ripeterà mai più. Lo sforzo di ridar vita a principi estetici del passato può creare al massimo delle opere d'arte che sembrano bambini nati morti. Noi non possiamo, ad esempio, avere la sensibilità e la vita interiore degli antichi Greci. E se in scultura tentassimo di adottare i loro principi non faremmo che produrre forme simili alle loro, ma prive di anima. Come le imitazioni delle scimmie. Esteriormente i movimenti delle scimmie sono perfettamente uguali a quelli dell'uomo. Una scimmia sta seduta, tiene in mano un libro, lo sfoglia, assume un atteggiamento pensieroso, ma ai suoi movimenti manca un senso interiore.

    C'è però, necessariamente, un'altra somiglianza tra le forme artistiche. La somiglianza delle aspirazioni interiori e degli ideali (che un tempo erano stati raggiunti e poi vennero dimenticati), la somiglianza cioè fra i climi culturali di due epoche può portare alla ripresa di forme che erano già state utilizzate in passato per esprimere le stesse tensioni. E nata così, per certi aspetti, la nostra simpatia e la nostra capacità di comprensione per i primitivi, che sentiamo così vicini. Come noi, questi artisti puri miravano all'essenziale e rinunciavano ai particolari esteriori.

    Ma, per quanto importante, questo è solo un punto di contatto. La nostra anima si sta risvegliando da un lungo periodo di materialismo, e racchiude in sé i germi di quella disperazione che nasce dalla mancanza di una fede, di uno scopo, di una meta. Non è ancora svanito l'incubo delle concezioni materialiste, che consideravano la vita dell'universo come un gioco perverso e senza peso. L'anima si sta svegliando, ma si sente ancora in preda all'incubo. Intravede solo una debole luce, come un punto in un immenso cerchio nero.

    Tratto da "Wassily Kandinsky, Lo spirituale nell'arte"

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  2. Il saggio teorico di Kandinsky è ancora, straordinariamente attuale.

    Sofia

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  3. Frammenti di un dialogo spirituale
    WK: E' chiaro che l'armonia dei colori è fondata solo su un principio: l'efficace contatto con l'anima.
    Questo fondamento si può definire principio della necessità interiore.
    AT: Infatti, ciò che chiamiamo passione in realtà non è energia spirituale, ma solo attrito tra l'animo e il mondo esterno.

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  4. Simpatico questo dialogo, ma l'ultima frase è di Hermann Hesse : )

    Sofia

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  5. «Oh, poter diventare sapienti!» esclamò Knecht.
    «Trovare una dottrina, una cosa nella quale si possa
    credere! Tutto si contraddice, tutte le cose si sfiorano
    senza incontrarsi, non vi è nessuna certezza....»

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  6. "Odio le citazioni.Dimmi solo quello che sai tu". Ralph Waldo Emerson

    Marco

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  7. Gli stati di ec-citazione di solito sono passeggeri e, dopotutto, tra le perle di vetro si possono trovare perle di saggezza.

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