La poetica delle cose

Intervista di Sofia Rondelli a Selena Maestrini


Selena Maestrini nasce nel 1982 nel comune di Bagno a Ripoli.

Nel 2001 si diploma in scultura allIstituto Statale dArte di Firenze. Nellanno 2006/2007 consegue il diploma di pittura nella scuola di A. Bimbi allAccademia di Belle Arti di Firenze. Conclusa l’esperienza accademica prosegue una collaborazione costante con allievi ed ex allievi del Prof. Bimbi grazie a progetti ideati e curati dallo stesso. Espone il proprio lavoro in varie personali e collettive a cura di Susanna Ragionieri, Giuseppe Cordoni,Adriano Bimbi. Nel 2010 collabora con unidea di Alessandro Fornari, realizzando la personale Canti di unesposizione, una mostra-concerto volta a mantenere viva la conoscenza della tradizione canora popolare. Sempre dal 2010 realizza progetti artistici con un gruppo di giovani pittori, con i quali ha fondato l’associazione ARTEFICE. Vive e lavora tra Firenze e San Casciano Val di Pesa, nel Chianti.

Il suo percorso si realizza in lavori di piccole dimensioni, con una tecnica che mischia matita, penna, olio e grafite sulla carta. Le opere, a volte, sono il risultato di semplice ed effimera attrazione, più spesso parte di un promemoria necessario e personale. Cerca oggetti, persone, paesaggi e luoghi con cui creare un dialogo esclusivo.

Esplorare la tua pittura significa misurarsi entro una dimensione quotidiana dove gli oggetti assumono piena cittadinanza artistica. La tavolozza appare terrosa, materica, velata da un cromatismo armonico che permetta ad ogni colore di accordarsi l’uno con l’altro all’interno di un dialogo intimissimo. La presenza umana è pressoché assente: sono i paesaggi, luoghi e ambienti a farsi largo, raccontando brani di umanità per mezzo di una lettura fortemente intrisa di lirismo, mai ostentato. Da dove nasce il tuo bisogno di fermare, servendoti della pittura, momenti e scene rubate dall’attimo quotidiano?

La necessità del ricordo è il punto di partenza. Costruisco un promemoria di oggetti per fermare il ricordo di chi mi ha dato e preso. L’impressione si realizza nella forma delle cose. Ogni volta spero di far vedere effettivamente agli altri ciò che ha colpito me.

Ad una primissima lettura, il tuo scenario pittorico si potrebbe dire essere animato dalla grande impronta del Silenzio. Quanto ritieni vera questa espressione?

Forse è solo l’attimo dopo in qui gli altri si sono chiusi la porta e lo spazio alle spalle. L‘istante che pare è forse silenzio ma io ne conosco il rumoroso prologo, che fa parte del risultato. E’ vero anche che il silenzio è condizione fondamentale per me e allontano il rumore con decisione.

“Il conoscere filosofico esige che ci si abbandoni alla vita dell’oggetto o, che è lo stesso, che se ne abbia presente e se ne esprima l’interiore necessità”. Nella tua pittura emerge la volontà di far affiorare sulla superficie pittorica proprio l’intima essenza della “cosa” animata da una meticolosa attenzione, mai didascalica, volta a effigiare scampoli di quotidianità. Qual è il tuo rapporto con il mondo delle cose?

Il mondo delle cose è ciò che mi circonda, è il luogo con cui dialogo a dispetto del fatto di essere persona.

Quali personalità, artistiche o letterarie, hanno notevolmente influenzato il tuo modo di rapportarti e di vivere la pittura?

Sicuramente l’esperienza che ha influito di più sul mio percorso e sulla crescita, è stata quella in Mugello.Il Professor Adriano Bimbi, cattedra di pittura all’accademia di Belle Arti di Firenze, ha creato e curato un cantiere estivo durato 10 anni, a cui ho partecipato per tre stagioni. Ogni anno, un gruppo di allievi ed ex allievi, ha avuto la possibilità di vivere insieme un’esperienza unica di pittura, condivisione e vita nella Tabaccaia di Cavallina, a Barberino di Mugello. Sotto la guida del Prof.Bimbi abbiamo potuto percepire la concretezza di un lavoro personale. Un’ esperienza decisiva per cominciare a realizzare un percorso pittorico concreto e definito, o comunque averne la percezione. Il vivere quotidiano, 24 ore su 24, assieme ad altri pittori, con un confronto continuo e con l’inevitabile influenza reciproca; ci è servito per comprendere come la comunicazione si collochi tra gli strumenti vitali all’evoluzione del proprio lavoro. So con certezza che se non avessi sfruttato quest’opportunità sarei, certo, molti passi più indietro. Pensando a personalità letterarie o artistiche che possano avermi influenzato, certamente la scrittura, la narrazione delicata di Cesare Pavese, è affine alle mie intenzioni. I suoi racconti brevi, ‘il Carcere’ prima di tutto, sono diventati un punto di riferimento e anche un possibile, plausibile, desiderato progetto pittorico che prima o poi porterò a termine. L’intenzione è di ricreare in pittura il suo immaginario. La luce del sole estivo che brucia col sale, la polvere delle strade sterrate e il punto di vista del protagonista, costretto al confino su un’isola. Trovare la via per descrivere la pace dell’ambiente e il consumarsi dell’animo, nel muoversi in circolo in uno spazio limitato che comprime la speranza di rintracciare la propria identità. In fondo la direzione è quella già intrapresa da tempo.

Di grande interesse è il modo in cui tratti i supporti su cui vai a sprigionare la tua attività creativa, volta ad abolire la linea di contorno e preferendo anzi, un impasto che lasci al colore il suo ruolo da protagonista. Che cosa domina, più di tutto, nella tua pittura?

Credo nella materia. Che sia corpo o muro deve farsi avanti la consistenza vitale che mi ha conquistato.

“Quasi senza saperlo, stiamo perdendo il nostro senso delle cose. Smarriamo la sensazione di come è fatta una cosa; del suo peso, del suo volume, del suo spessore, dei suoi colori, delle sue ombre, dei piccoli segni che ne feriscono la superficie, del valore metafisico e simbolico che essa può avere nella nostra vita”. La tua pittura ci prende per mano e ci consegna davanti a ciò che è stato, nel momento esatto in cui l’azione si dissolve facendo posto all’azione del tempo che blocca l’istante, eternandolo. Condividi il pensiero citatiano?

Certo. Provo profondo amore per le cose che osservo e fermo su carta. Ho la necessità di dargli attenzione totale. Bisogno. Forse è la più semplice familiarità con oggetti che mi circondano, che mi dà la tranquillità di raccontarli senza incertezze.

E’ sorprendente notare come, in una continua “ibridazione” della cultura dominante dove “essere locali in un mondo globalizzato è un segno di inferiorità e di degradazione sociale”, possa sopravvivere ancora un tipo di pittura che celebri le radici della propria terra, riscoprendone la dominante poetica adottando un linguaggio estremamente moderno. Paesaggi toscani, riquadri murari, distese maremmane affiorano in tutto il suo pregio pittorico. Quando è sorto in te, il bisogno di trasfigurare la realtà quotidiana incarnando una visione che ripercorra il reale, senza mai frantumarlo del tutto?

L’attenzione al paesaggio toscano e comunque ad ambienti familiari è parte dell’esperienza cominciata in Mugello e non di meno della voglia di tracciare un percorso d’osservazione d’intorno ricomponendo informazioni e immagini dall’infanzia in poi. Una visione che ripercorre il reale arriva da sè, un albero parla più di altri e mi accompagna per giorni in una relazione esclusiva. Porta ad un risultato più immediato e comunque raggiungibile, anche se fondato soltanto sulla memoria e non in un’osservazione dal vero. Ciò non toglie la voglia di scrutare oltre ciò che mi è ampiamente familiare, con la voglia di riuscire a proseguire il racconto. Allargare il cerchio, l’insieme. La possibilità di poter illustrare agli altri ciò che c’è intorno è il tentativo personale del pittore, dell’artista visuale, di frenare l’ibridazione. Ostinarsi a mantenere un punto di vista.

Torniamo alla tavolozza cromatica dei tuoi dipinti. La purezza del colore risulta deflagrata dalla forza sublime del tempo che armonizza ogni singola superficie. Nessun contrasto violento, nessuna distorsione ottica; un fotogramma del reale viene filtrato da una sensibilità pittorica tutta particolare che riporta alla luce un universo dominato, essenzialmente, dall’ombra della quiete, in un Silenzio che ancora permane, ben lontano dall’abbrutimento caotico e confusionario delle grandi metropoli. Qual’è il tuo rapporto con il colore?

Mi capita spesso di inseguire ferocemente il colore: negli stucchi venuti male su di una parete ,in una porta fatta solo di ruggine potente, nella luce di un istante preciso, e solo dopo, costruirci intorno lo spazio in armonia con quello che è diventato il soggetto del ‘ritratto’.

“La nostra cultura banalizza l’oggetto e il ruolo da esso occupato nella società: ne dimentica il posto e la funzione, oppure non vuole vedervi altro se non l’espressione e il mezzo della nostra definitiva alienazione”. Cosa ne pensi al riguardo?

Consumare sempre più velocemente ogni cosa disperde la possibilità di profonda attenzione. Pare fuori sincrono lo scegliere di dipingere, di poter lasciare il tempo dell’attesa e dell’osservazione al centro del proprio lavoro. Va da se come il mestiere del pittore non si coniughi facilmente con il contemporaneo, o comunque resti ai margini. Condividere e mantenere il ritmo e non di meno la visione del reale attuale, si scontra col dare attenzione alla Cose come presenze del quotidiano. Il tempo di osservazione e la sua decantazione, sono processi lenti e non sempre possibili.