Se i crateri fioriscono



A Danilo,
perché la mancanza di ieri
sia l'amore di domani.


Giunse da una terra lontana dove neanche Carlo Levi era riuscito a narrare le sue storie di uomini antichi e vulnerabili. Sua madre al momento della partenza gli riempì le tasche di biscotti burrosi, colmò la valigia di sughi già preparati, torte tradizionali e una foto di lei, che la ritraeva davanti al portone di casa con un grembiule fasciato sul ventre. Partì per il suo viaggio quando l'estate si stava già asciugando nei colori abbattuti dell'autunno. Dalle sue parti la nuova stagione arrivava con colori spenti, stinti, esacerbati dalla durezza di vecchi mattoni lasciati macerare dal tempo sui cigli della strada. Danilo piangeva per quei vicoli incolti dove anche l'erba più stolta si rifiutava di crescerci ed era consapevole di essere l'unica forma di vita a far cadere un po' di calore su quei massi che mai si azzardavano a rispondere. Il suo viso si pietrificava in piccoli singulti e la durezza dello sguardo lo aiutava a non sciogliere lacrime polverose nei penetrali della coscienza. Gli uomini non dovevano piangere e neanche di nascosto potevano farlo perché le donne incolte, ma dall'animo sensibile, li avrebbero sentiti anche se erano grossi muri a separare la vulnerabilità dei loro corpi che fingevano un perpetuo stato di soddisfacimento. Da piccolo correva nella virtù della sua solitudine e, con animo giocondo, si avventurava nei giochi della sorella costituiti perlopiù da bambole, troppo finte però da risultargli quantomeno simpatiche. Eppure erano molto belle e si era convinto che, un giorno, avrebbe sposato una bimba bionda, unica ed eccezionale, dato che nella terra dov'era cresciuto tutti sembravano essere tinti con il colore nero della pece. Un giorno suo padre lo trovò a giocarci in un angolo della stanza proibita e, spinto da una forza oscura che prendeva radici da un male collettivamente pensato, prese a malmenarlo come se al posto del suo piccolo corpicino ci fosse un tappeto da battere per rimuovere polveri e vite di salotto che si erano sedimentate lungo gli anni. I suoi occhi, di un azzurro intenso come sanno esserlo solo le grotte segrete narrate dalle fiabe marine, balenarono in un silenzio orchestrato dall'offesa e, l'altro Danilo, quello sdoppiato che si guardava in uno stato di completa indifferenza, corse via dai rumori secchi e insopportabili di quella stanza per rifugiarsi nei campi non ancora arati dal nonno. Raccolse e accumulò con una palettina il suo corpo tremante sotto la chioma di un albero e dalla taschina tirò fuori la bambola nuda, la stessa che aveva sottratto poc'anzi alla sorella. Con i ditini le accarezzava i seni e disse con un filo di voce: “Volevo vedere se anche le vostre poppe sono belle come quelle della mia mamma.” Dopo aver verificato ciò, rivestì la bambola con la magliettina aderente, mentre le gambe dovette lasciarle scoperte perché nella fuga aveva tralasciato la sottana. Fece una piccola buca con le mani e sotterrò il giocattolo per non rivelare a nessuno la sua ricerca. Tutto ciò che osserva, per Danilo, si afferma dal di dentro e anche da piccolo le cose prendevano la forma che lui le attribuiva in un atto mitigato da quello sfarzoso immaginare che mai lo abbandonò, neanche quando il suo corpo si fece pelosissimo e i suoi muscoli aumentarono di massa. Penetrava al centro delle cose, le corteggiava per poterle spogliare e le sfrondava dagli occhi malevoli che le avevano brutalmente guastate. Si offriva un silenzioso asilo per poterlo fare e ogni volta si restituiva a sé con il cuore rivestito da un leggero conforto. Venne il giorno della partenza e sua madre lo subissò di baci mentre il padre lo attendeva nella sua camera da letto. Stava evaporando nel profluvio di molti e beati sorrisi come se il lungo morire fosse stato un modo ultimo per soffondere il proprio corpo da gesti benevoli e affettuosi, con le mani che gli si erano lisciate a forza di baci adoranti, ricevuti nella lunga distensione della sua agonia. La montagna del suo corpo si sgretolò in piccoli massi e la donna, che lo aveva amato per una vita intera, si rinchiudeva ogni tanto nella stanza per raccoglierne i resti, riverberati dal suo amore ancora tiepido come la brace ultima di un tronco arso vivo dal fuoco. Accumulò in stato di adorazione tutta la terra ricevuta che cadeva ai piedi del letto e la raccolse nel bacino di un vaso che, con fare solenne, consegnava sul balcone della finestra nell'attesa che acqua e luce avrebbero donato nuova vita a quella materia che un giorno era stata vapore, poi corpo, padre, uomo, bimbo, cellula, silenzio e di nuovo terra. Le uniche cose che non diventavano vapore e neanche terriccio erano quelle laddove il male si era addensato fino a indurirne le parti più interne, come oggetti senza tempo che avrebbero vagato su nello spazio con ancora le impronte di grasso su di esse. Ogni giorno la donna, con diligente pazienza, andava a controllare se era caduto qualcosa dalle sponde del letto e la fiammella del dolore sopito riprendeva di nuovo ad accendersi dentro di lei, adombrata dal peso di mesti ricordi. Fu la volta del soldo, poi della cinghia, la scheda del lotto, il bicchiere di vino e la strofa degli insulti. Tutto venne restituito in tempi molto lenti come se la mano che le teneva in pugno non avesse mai voluto cederli, neanche quando sarebbe stata la morte a presentarsi davanti al suo costato già prossimo alla frammentazione. Quando sul letto non rimase nient'altro che polvere e soltanto altra poca polvere, l'ultima cosa che non si era deteriorata assieme alle altre fu l'etichetta di una bottiglia di vino. Il di dietro era rivolto verso il soffitto, giaceva immobile in un bagno di solitudine e su quel misurato spazio bianco fu Danilo, il più piccolo dei figlio suoi, a scriverci: “Ti voglio bene, padre mio”. La donna, madre e poi divenuta vedova, finì per colmare il vaso della terra raccolta che, a sua volta, incarnava un tempo le fattezze di un marito difficile. Così ogni giorno attendeva l'avvento della purificazione che sarebbe fiorita nello sbocciare di una pianta molto speciale. Ma, affinché ciò accadesse, doveva aspettare che la terra si esaurisse di ogni parvenza di male presente. Solo quando ogni residuo di malevolenza si fosse disciolto nella muta contemplazione del tempo che agiva da tacito lavatoio, nuovi germogli avrebbero cominciato a popolare ciò che rimaneva di un uomo, in una spontanea e amorevole azione di recupero. Danilo sperava molto nella rinascita del padre e si, sarebbe tornato a baciare le sue foglie, quelle che una volta erano mani brute e grottesche per un senso di dovere, forse, o soltanto perché attendeva il momento sacro di attraversare quella infinita e cheta bontà che mai aveva colto o veduto nei suoi gesti. Le piante sono creature innocue nel senso più nobile del termine: restano piccole se hanno poca terra e diventano grandi  viene offerta loro una quantità più generosa, soddisfano i bisogni in modo equo e non conoscono avarizia quando elargiscono frutti. Esse si rassegnano senza lagno ai processi proteiformi che assume la natura e non si ribellano se tagli loro un ramo, se gratti via la corteccia o ne strappi le radici. Non oppongono resistenza come le altre creature sensibili che abbracciano, senza mai ripudiarli, sentimenti quali il dolore e la gioia, la violenza e forme di bene, i moti inquieti degli spiriti vicini e le correnti d'amore in eccesso che sfuggono dai baci infuocati degli amanti. E anche lui, il piccolo Danilo che era stato e che mai cessò di essere, funzionava esattamente come loro e non ignorava i gesti del padre e neppure li tollerava con spirito di sacrificio; semplicemente li accettava e li faceva suoi perché era suo padre a volerlo e a stabilire leggi che andavano subite nel rigore di un rispettoso silenzio. Danilo inciampava con lo sguardo sulle mani gonfie, enormi del babbo nelle quali si era depositato il desiderio segretissimo di essere carezzato almeno in un giorno dell'anno e tanto ci sperava che ciò accedesse proprio a Natale, in quanto quello era l'unico regalo che agognava come per tutti gli anni successivi alla sua timida infanzia. Le grosse mani divennero così un ripostiglio nel quale albergava la gioia di essere amato e nella ripetizione gravosa dei suoi gesti il piccolo li ovattava (come quando si ricopre di cotone un bastone tanto da non riuscire più a distinguerlo) per abbandonarsi in uno spirito d'accettazione che lo portava al lento disfarsi in un mondo privo di suoni. Danilo era tanto bravo a confezionare le cose che non gli piacevano. Prendeva carta e spago per impacchettare, nascondere e poi disperdere nello spazio gli eventi tristi che lo colpivano. Poi si liberava, durante la preghiera, di tutto ciò che scalfiva la fragilità cristallina del suo animo per mantenere quel soffio leggero che gli assicurava la distanza dal dolore. Quando il compagno di banco gli diceva per esempio che era “grasso” rincorreva la parola calda, appena sfornata da quelle volgari fauci, l'afferrava e di nascosto la rivestiva con carta marrone per poi legarla e sotterrarla quando ancora scalpitava umida, come se non fosse mai realmente uscita dall'oscenità di quella bocca larga.

Grasso” scompariva per sempre, silenziato dentro la fossa comune insieme a tutte quelle orribili parole che lo richiamassero al mondo delle cose reali.

L'impacchettare divenne un modo quasi scaramantico per tener lontano momenti spiacevoli e alleviare le sofferenze altrui. Danilo credeva molto in questo suo metodo, tanto che lo utilizzava anche per le persone cui nutriva un sincero e sentito affetto. Era Rocco Ricca che lo portava a scuola tutte le mattine con suo figlio, il piccolo Antonino. Attraversavano insieme le strade e Rocco Ricca consegnava loro la merenda per l'ora della ricreazione. Danilo non capiva perchè il padre di Antonino gli riservasse così tante amorevoli attenzioni e questo quesito lo martellava ogni giorno perché era così estraneo e disabituato al tepore di quell'affetto che non riusciva a capacitarsene. A volte li portava al ristorante e altre volte alla partita di calcetto, dove Rocco Ricca li incitava con fervore come se entrambi fossero stati figli suoi. “Se vuoi te la impacchetto così non ti darà più fastidio e il dolore smetterà di essere” disse un giorno a quel padre tanto amorevole. Quest'ultimo aveva dolore alle falangi della mano e anche i movimenti più piccoli li procuravano un'irritante sofferenza. Danilo l'afferrò dolcemente e la guardò con fare scientifico. Dalla scatolina tirò fuori della carta e cominciò a foderargli la mano; poi ci passò dello spago e infine l'avvolse con teli di cotone ovattati. Rocco Ricca osservava incredulo questo rito contro il dolore e Antonino affondava le labbra in quel silenzio operativo divenuto quasi sacro, prolungandolo in un'espressione di largo stupore. “Adesso la tua mano non esiste più; era una fantasia che credevi realtà. Hai una grande nuvola ora e non puoi utilizzarla se non per accarezzare tutte le cose che vorrai, come tutti i bambini che non oseranno mai chiedertelo se non con lo sguardo.” Un sentimento diffuso di meraviglia animò il volto glabro di Rocco Ricca che cominciò a ruotare verso di sé questo nuovo guantone che pareva davvero un tocco di nuvola. Danilo ignorava il calore esercitato da un abbraccio, la calma olimpica di un clima sereno, la gioia di ricevere un bacio al ritorno della scuola. Così mangiava un po' di tutto, anche le cose che impacchetava, si strozzava di cibo per perdere le fattezze che aveva e trasformarsi in una grande cosa in grado di riprodurre ciò di cui realmente necessitava. A volte accadeva che scorci di luce lo attraversassero fino a diffondersi nel tappeto dell'anima, frastagliata in piccoli e grossi buchi di cratere, laddove era mancato l'amore.

Ho crateri nel mio tappeto” raccontava al dottore quando sua madre lo portava ad una visita di controllo e questo suo parlar metapoetico lo rendeva strano agli occhi della gente, ma non a sua madre che cercava di colmare il suo disagio riempiendolo di cibo. A volte circumnavigava all'interno dei suoi crateri in attesa che vi crescesse qualcosa dai quei massi brulli e dalle cavità desertiche che odoravano di bruciato. Stava ore e ore in attesa di un cambiamento che potesse colmare le caverne fredde e riparare dai buchi la cortina della sua anima. Un velo che talvolta lasciava cadere per strada nella speranza che uno spirito tanto buono e gentile lo raccogliesse per farlo suo; ma in realtà finiva sempre per essere calpestato dai passi truculenti della gente che non vedevano le cose leggere, lasciate morire nel brulicante vociare della speranza. Così se ne tornava cheto a casa, con la giacchina rattrappita e le mani contorte nel mutilo spasmo della privazione. L'abitudine di contemplarsi era per Danilo un modo per sfuggire al susseguirsi di eventi terribili e dissacratori che avrebbero reso ancora più difficile il ristagno della sua esistenza. Ormai era cresciuto e aveva smesso già da tempo di impacchettare come una furia le imperfezioni pungenti che lo rendevano irrequieto e vulnerabile. Era partito e con lui anche il carico delle sue speranze, mentre alle spalle si lasciava il pianto della madre, ciò che restava del babbo e quello strano torpore dettato da un trillo lacrimoso che non si era ancora deciso a scendere lungo i declivi delle gote. Prese casa in una piccola provincia del nord assieme ad altri ragazzi che, come lui, avevano lasciato le famiglie per motivi di studio. Si erano trovati lì insieme, per volere del caso, ognuno aveva orari diversi e raramente si incontravano in quella casa anche solo per scambiare due chiacchiere. Ognuno percepiva la presenza dell'altro per piccoli segni, ombre dimenticate sulle maniglie, la moka aperta del caffè, il mozzicone di sigaretta lasciato sul davanzale e lo spazzolino cambiato di posto. Danilo si trovò ad occupare una stanza non sua e a vegliare su quel letto che sentiva odorare di sapore nullo, dove più passati s'intrecciavano nella stabilità della materia. Riempì il mobilio di poche cose e laggiù, sopra la vuota scrivania, se ne stava immobile la foto del padre ripreso a mezzo busto in tarda età. Aveva la grandezza di un santino e divenne per Danilo un coagulo di pensieri della sera, dove ogni strofa e ogni ingombro sospiro si riunivano tra le fessure di quelle pupille ritratte come come se tutto, ogni singolo momento, dovesse attraversare il tunnel di quello sguardo, di quella foto, di quel muro e di quel boato di silenzio esercitato da esso, momento preparativo per quel mucchietto di terra che aspettava di rigenerarsi in nuova vita. E così ogni sera era il padre a tingere la fronte di suo figlio, nella misura di sentimenti contrapposti. Fu una bimba dagli stivali rosa, la “sua Valentina” come era abituato a chiamarla, a filtrare la rete lastricata dei suoi pensieri, a dividerne le parti con una calma olimpica, a disfarne i nodi come se tra le mani lavorasse un vero tappeto che sboccava tra i meandri del suo timido cuore. Una luce misteriosa si posava nel suo sguardo, il corpo giaceva freddo, immobile e si modificava per adattarsi alle forme rocciose di quella nuova presenza. “L'ho trovata per terra: penso sia tua” disse mostrando quel velo impercettibile sul palmo della mano. Danilo si voltò distratto verso di lei, lo sollevò e lo ripose dentro la tasca del cuore. “L'hai trovata! E' la prima volta che qualcuno la vede e la raccoglie per me; alla fine della giostra la trovavo sempre intimorita, sgualcita e nascosta in un angolo perché nessuno bada alle anime che si dimenticano...”. Abbassò lo sguardo e proseguì: “Tu sei buona e l'abbondanza fiorita delle tue labbra mi raccontano del tuo amore”. Il volto le si intorbidì nella goccia di un desiderio e le mani trasparenti non bastarono a velare il rossore che saliva rampicante sulle sue gote. I capelli le scivolarono lungo il volto, come tende da sipario di un teatro che mettono a tacere gli spazi vuoti e nudi per non mettere in fuga i nuovi nati del pensiero. “Fai vedere”: Danilo scoprì il suo volto per raccogliere, sfiorare, udire quel leggero e timido mormorio che la stava colando ancor più profondamente nella sua interiorità. “Non andar via, lasciami ancora navigare in te”. Venne presto inghiottita da quel silenzio che non riusciva più a gestire, non era in grado di recepire con i sensi e già il suo corpo le divenne oggetto estraneo. Dov'era finita? Dove si nascondeva l'afflato lirico che le musicava il volto di echi nostalgici? Non abitava più in lei. L'anima era penetrata nell'altro e ne uscì riportando sulla veste le orme di quei crateri che aveva appena indossato. Il grumo della sofferenza venne conosciuto, udito, accolto e infine amato in quel contatto aurorale che la riempì di stupore. La bimba dagli stivali rosa continuò a scavarsi dentro come quando le nonne puliscono le zucche dalle loro interiora; lo fece per far posto a Danilo e donargli calore all'interno del suo grembo. E questa volta era stata lei a “impacchettare” lui per far tacere ogni suo sospiro gravato dal peso grumoso della solitudine. E quella sarebbe stata la sua casa, ogni qualvolta fuori avrebbe cominciato a piovere e a far freddo. Avrebbe rifilato il suo ventre con dello spago e l'avrebbe richiuso come quando si accudiscono le creature perdute. Fu l'abbraccio di lei a far tremare “i crateri del tappeto”, dell'unico tappeto che Danilo possedeva e che non poteva cambiare. Sbocciò un fiore dentro di essi e lo stelo attraversò entrambi i corpi come un nuovo organo che li teneva in vita all'unisono. “Ti è spuntato un fiore!” esclamò la bimba dagli stivali rosa. “Questo fiore ti appartiene” disse Danilo allungando la mano per stringerla in vita; la bimba scivolò lungo il ritmo scansionato del suo cuore e si trasformò in un pulviscolo poetico. Ritornò in cucina con il fiore pieno di luce che spuntava ancora dal suo petto e afferrò il bicchiere da cui la bimba aveva bevuto poco fa. “Questo mi lasci: la parvenza delle tue labbra che poggiano nude solo per me, affinché io possa continuare ad adorarle.” La parvenza leggera del suo timido cuore lo accompagnò per sempre; il corpo roccioso gli si modellò nelle forme di lei, si ammorbidirono, divennero calde e i suoi occhi smisero di lacrimare per sempre perché i suoi crateri erano finalmente fioriti.

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