La "Nostalghia" nel cinema di Simone Massi


Intervista di Sofia Rondelli a Simone Massi


Simone Massi nasce a Pergola (Pesaro-Urbino) nel maggio 1970. Ex-operaio, di origine contadina, ha studiato Cinema di Animazione alla Scuola d’Arte di Urbino. Animatore indipendente, da 15 anni sta cercando -in maniera pulita- di fare diventare la sua passione per il disegno un mestiere. Nonostante le difficoltà ha ideato e realizzato (da solo e interamente a mano) una decina di piccoli film di animazione che sono stati mostrati in 55 Paesi dei 5 Continenti ed hanno raccolto oltre 200 premi. 

L'utilizzo straordinario della tua tecnica nel cinema d'animazione, fanno si che il fattore Tempo venga a misurarsi sapientemente con una lunga gestazione artistica che rifiuta ogni facilitazione tecnologica, alla pari dei grandi animatori russi come Yuri Norstein o Aleksander Petrov. Qual'è il tuo rapporto con il Tempo in un'epoca dove tutto, anche i rapporti umani, subiscono un'incredibile forza accelerativa?

Il tempo credo dipenda anche dalla città in cui si vive. In quella grande mi accorgo di correre senza motivo e di spezzettare tutto: il tempo, i posti e le emozioni. In città proprio non mi ritrovo ed anche per questo ho scelto di rimanere nel paesino dove sono nato e cresciuto. Qui il tempo scivola via lento, mi pare che sia ancora mio per intero. Le persone e il tempo: si passa insieme, dolcemente e senza grande clamore.

“Il poeta e l'artista nelle sue autentiche manifestazioni è sempre popolare. Qualunque cosa egli faccia […] esprime certi elementi primari del carattere popolare e lo fa in modo più profondo e più chiaro che la stessa storia del popolo...” 
(Alexander Herzen, Passato e Pensieri)

Quanto è importante, nella tua animazione, la realtà storica e rurale della terra marchigiana?

Io sono un animatore per sbaglio. Nella mia famiglia ci sono stati contadini, minatori, emigranti, operai: non si è mai visto un soldo o un libro e tutti sapevano -lo sapevamo io e i miei fratelli, fin da bambini- che la strada dei figli era segnata e portava irrimediabilmente in fabbrica. A tirarmi fuori è stato il disegno, e più ancora la capacità di trasformare i sogni in disegni. Nel momento in cui ho lasciato la fabbrica mi è stata data e mi sono presa la possibilità di raccontare. A quel punto, da animatore per sbaglio, ho guardato a quello che avevo e che potevo dare ed erano bestie, campi e colline a perdita d’occhio e poi lo sguardo dignitoso di persone piegate dalla fatica e presi a calci dalla Storia.


Osservando alcuni dei disegni che compongono il tuo cinema, si avverte un richiamo alla pittura e alla grafica del primo Novecento: le stampe di Viviani, la forzatura della linea nelle xilografie di Kirchner o l'accento, fortemente espressivo, di un pittore sottovalutato come Lorenzo Viani. Quanto trovi giusta questa osservazione e soprattutto, quali artisti hanno determinato stilisticamente il tuo linguaggio?

Nei pochi anni di studio a Urbino ho dato e preso tutto quello che potevo e oggi, che lo voglia o meno, so che ogni segno tiene conto di quel che ho visto sui libri e nei quattro musei che ho visitato. Non saprei dire se la tua affermazione sia giusta o meno, può essere. Piero Della Francesca, Cesare Pavese, Andrej Tarkovskij e Steven Patrick Morrissey sono gli artisti che più mi hanno segnato. Segnato in senso letterale: mi hanno attraversato come un campo e ognuno a suo modo mi ha tracciato dentro un solco profondo.

Quale valenza simbolico-descrittiva assume la predilezione del nero nel tuo lavoro cinematografico?

Ad esseri sinceri prediligo il bianco. E insieme al bianco il silenzio e la solitudine. Poi naturalmente questi “vuoti” vanno riempiti con una macchia, un ramo spezzato oppure un cane. Mi pare che -ad eccezione di “Nuvole, mani” e un paio d’altri lavori- le mie animazioni siano sempre costruiti sul bianco e che il nero sia un'apparizione momentanea, un panno scuro in attesa di un colpo di vento.


Il tuo cortometraggio premiato col David di Donatello 2012 come miglior film d'animazione, Dell'ammazzare il maiale è stato considerato dalla critica come l'opera poetica più significativa della tua animazione. Puoi descriverci com'è nata l'idea di questo corto?

Da bambino aiutavo mia madre ad ammazzare gli animali piccoli e assistevo all’uccisione di quelli più grandi come il maiale. Mi sembrava tutto sbagliato, non capivo, ero piccolo, per quanto mi sforzassi non riuscivo a capire. Facevo quello che mi dicevano di fare e mi colpiva il fatto che negli occhi dei miei familiari non ci fosse traccia di odio; si ammazzava da sempre e senza tanti pensieri, solo che prima era per far mangiare il padrone (per anni i miei nonni la carne non l’hanno mai toccata) e ora per mangiare loro. Facevo quello che mi dicevano ma mi atterriva ritrovare nell’occhio dell’animale morente uno stupore simile al mio. Ad ogni buon conto sono passati tanti anni e dato che continuo a non capire mi sono deciso di raccontarli: lo sguardo del bambino e quello del maiale.

Il cinema e gli scritti di Andrej Tarkovskij, affrontano più volte la frattura tra materialismo e spiritualismo all'interno del processo storico. In Scolpire il Tempo scrive: “Io sono convinto che si possa eliminare questo conflitto tra il particolare e il generale soltanto mettendosi sulla strada della ricerca di un equilibrio tra l'elemento spirituale e quello materiale”. Da artista, e ancor prima da uomo, quanto avverti questa frattura e questo disequilibrio?

Io non sono un intellettuale e non so rispondere a questa domanda. Posso tentare una mezza risposta e dire che ci ho messo un po’ a capire e ad accettarmi per quello che sono ma nel momento in cui è successo ho smesso di compiacere il prossimo e ho preso a fare quello che mi è sempre piaciuto. Da allora -e sono passati vent’anni- il mio tempo lo divido fra il disegnare e il vivere la vita. Ho perso delle cose concrete (soldi), ne ho guadagnate altre: in paese ancora mi chiamano “ragazzo”, cani e gatti mi si fanno incontro e io sono spesso di buon umore.

Secondo Clement Greenberg, negli ultimi trentanni (gli scritti più recenti risalgono agli anni '90), non è accaduto nulla di significativo nel mondo dell'arte e ha continuato a ritenere che solo l'espressionismo astratto fosse la vera forza trainante dello scenario artistico. Nell'estate del '92, in una lezione a New York, un gruppo di uditori gli chiese che cosa prevedeva per il futuro dell'arte. Lui, in tono seccato, rispose “Decadenza!”: tu, di fronte allo stesso quesito, che cosa risponderesti?

Per me le opere sono lo specchio dei loro autori: Pulp fiction dice con estrema sincerità chi è Quentin Tarantino, 8 ½ Fellini, Guernica Picasso e San Francesco che dona il manto Giotto. Alla stessa maniera posso immaginare che l’arte continuerà a dire forte e chiaro quello che siamo o che a breve diventeremo...

Io so chi sono / sono mio nonno e mio padre / ogni faccia che ho visto e incontrato, baciato / io so chi sono / sono la casa dove sono nato / i posti di cui ho letto, sognato / le strade, i tetti e la terra / chiusi dentro la valigia mia / dentro le nuvole della pipa mia / dentro il vino del bicchiere mio / io so chi sono. (Simone Massi, Io so chi sono, 2004)

La memoria, la nostalgia del ritorno, la casa natale, il canto elegiaco della speranza: sono temi molto presenti in Tarkovskij e anche nel tuo lavoro. Cosa apprezzi del regista russo e quanto è importante “ricordare”?

Tarkovskij è il più grande poeta e pittore che il cinema abbia mai avuto. La settima arte con lui è impazzita, è tutto anima, si sparge dappertutto. E a chi non sa tradurre in immagini i pensieri e i sentimenti Tarkovskij coi suoi film dice “Ecco, si può fare così”.

Ricordare: per me è costruire un mattone sull’altro, avendo cura di lasciare qualche vuoto per l’ingresso e le vie di fuga, per le feritoie e le finestre. Il ricordare ha un senso se si ha memoria del tutto, dei mattoni e dei vuoti, e se si riesce a salvar qualcosa fra le rovine di chi ci ha preceduto. Il ricordare è invisibile e necessario come il respirare: l’uomo senza memoria non riconosce la moglie e il figlio, non riesce nemmeno ad allacciarsi le scarpe.


Che consiglio senti di dare ai giovani artisti, ai neolaureati o disoccupati che non riescono a trovare una posizione lavorativa in Italia? Meglio restare e lottare, oppure fuggire all'estero nella speranza di trovare strade più gratificanti?

Mi verrebbe da dire “restare e lottare” ma non ne sono sicuro. Perché bisognerebbe tener conto del carattere, della storia e della situazione di ognuno. Io ho deciso di fare il possibile per restare, perché mi sono scoperto legato alla terra. Oppure perché non ne ho trovata una migliore dato che all’estero comunque ci sono stato (vista l’aria può essere che debba tornarci) ma la mia non l’ho mai sentita come una fuga anzi, ogni passo per lasciare l’Italia è stato incredibilmente lento e pesante. Credo di poter dire che non c’è una strada giusta e una sbagliata e proprio per questo mi piacerebbe veder bandita la paura che quotidianamente ci viene gettata addosso. Ci sarà chi rimane e chi deciderà di andarsene, chi per sempre e chi per un po’, come in fondo è sempre stato.



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