ZABRISKIE POINT un film di Michelangelo Antonioni


L'opera probabilmente più marcusiana del cinema contemporaneo è il celebre Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni, dove la riflessione sociologica del filosofo tedesco fa da sfondo alla narrazione e ai moti giovanili degli anni '70 con la quale si annuncia immediatamente il film. Se il paesaggio e il clima industriale de Il deserto rosso, grava implacabile nell'equilibrio psichico di Giuliana che si dimostra instabile, fragile e impaurita di fronte all'attività frenetica degli stabilimenti, in Zabriskie Point troviamo quantomeno una risposta contestataria al capitalismo imperante, anche se i toni reazionari di partenza non tardano ad affievolirsi nella seconda parte del film; una scelta, quella del regista, del tutto giustificata dato che non era interessato ad offrirci uno spaccato storico dell'America del dissenso. Nel film ambientato a Ravenna troviamo la prevalenza dei colori caldi, il rosso, contro quelli freddi dominati da tonalità grigio-bluastre; una modalità, per Antonioni, di comporre l'immagine risaltando gli stridori e le dissonanze dell'ambiente con la quale si lega strettamente la vulnerabilità psichica di Giuliana. In questa pellicola troviamo inoltre l'utilizzo estensivo dello zoom e del teleobbiettivo che Antonioni utilizzerà, con maggior parsimonia, anche per il film ambientato in America. 



Una tecnica, spiega il regista, per “ottenere effetti bidimensionali, per diminuire la distanza tra le persone e oggetti, per farli sembrare schiacciati gli uni sugli altri”. Questa procedura di azzerare la profondità di campo, non denota soltanto la precisa volontà registica di uniformare e deprimere le distanze tra soggetto e ambiente ma anche un'attitudine estetizzante per la forma plastica del colore, fatto stilistico con la quale altri registi dell'epoca si stavano impegnando a plasmare (Bergman, Fellini, Resnais). Il colore agisce sui personaggi, ne accentua l'insicurezza, la fragilità, crea un tunnel di deformazioni prospettiche dove l'individuo si riconosce a stento nel proprio corpo, trascinato dalle correnti incerte dell'esistenza che rifiuta o maschera attraverso atteggiamenti nevrotici. Si respira, durante tutto il film, un senso doloroso di inadeguatezza, di estraniazione, un rigetto dei fatti narrati che cadono spesso e volentieri in una noia moraviana, nella scioltezza indotta artificialmente per sbloccare le rigidità del continuo senso di non-appartenenza (Giuliana che mangia un uovo di quaglia dai poteri afrodisiaci), nel peso greve del tempo incastrato nell'incomunicabilità delle figure coniugali dove la malattia dei sentimenti ha intaccato anche le forme d'amore più piccole ed esteriori. In questo film, come sembrerebbe suggerire il titolo stesso, non appare però nessun deserto: esso vive e si figura all'interno di una valenza simbolica, analisi fredda delle cose estraniate, dello sfasamento tra uomo e natura, dell'ambiente circostante alla raffineria, alle sue lingue di fuoco, alla nebbia che nasconde gli uomini e i loro sentimenti che anche qui, come ne L'Eclisse, sono stati sfregiati dall'inaccessibilità dei rapporti umani. La desolazione dello stabilimento industriale trova apparentemente più ossigeno in Zabriskie Point dove, in questo caso, il deserto esiste davvero e non è più circoscritto a livello piscologico e metaforico. Trovo appropriato questo parallelo tra i due film di Antonioni in quanto entrambi trattano, seppur con differenti intrecci narrativi e in parte anche stilistici, della difficoltà individuale nel rapportasi con le conseguenze industriali sulla società. Se nel film del '64 la storia è rinchiusa in un'atmosfera opprimente a dimensione quasi “casalinga” per le riprese che ricadono nei medesimi spazi e nelle medesime persone, nella pellicola del '70 notiamo un frequente stacco della cinepresa, l'inquadratura di spazi ariosi, aperti, soleggiati e una più vivace partecipazione ai dialoghi come se tutto l'annebbiamento e la sconcertante decadenza che animava Il Deserto rosso si fosse, tutta a un tratto, prosciugatasi come acqua davanti ad un sole cocente. Eppure i temi antononiani come la fuga, l'individualismo, l'amore, sono ancora tutti lì raccontati, però, secondo una prospettiva che insegue una sorta di “fantasticheria” come sarà il regista stesso ad affermare in un'intervista, ovvero l'utopica sconfitta del capitalismo americano. Entrambi i film, con uno stacco di sei anni dalla realizzazione, si possono definire, astrattamente, come i più politici di Antonioni. Se nel primo abbiamo il lento morire dei rapporti umani, l'amore vissuto anche superficialmente come unico ancoraggio per non perdersi definitivamente nell'atonia psichica, nel secondo assistiamo al momento della catarsi, del venire stesso della terra che si compiace davanti alla copulazione di donne e uomini, fantasia sbocciata da quello stesso coito onirico che non smetterà di fluire fino all'esplosione immaginaria della villa.




La compunzione del dolore di Daria per la morte di Mark non è poi tanto distante da quello di Giuliana, portato ad uno stato di continua ambiguità e smarrimento. In alcuni momenti di particolare significazione visiva, entrambe le donne indossano un cappotto (Giuliana) ed un abito (Daria), tinto di un bel verde vescica. Pura casualità per una giustapposizione cromatica all'interno dell'inquadratura o un modo per collegare, anche coloristicamente, l'incertezza delle due donne in un breve lasso di tempo? Mi sono permessa di fare questa correlazione in quanto sorta dalla lettura di uno scritto del maestro: “Nell’arte cinematografica moderna la coincidenza tra certi metodi nuovi per l’utilizzo del colore non è pura casualità”. E' lecito dunque pensare che sussista una relazione tra le due figure femminili segnalato non solo dalla comune atarassia spirituale indotta da quel particolare clima, ma anche dalla fruizione visivo-cromatica che veicola Antonioni attraverso gli indumenti stessi. E' assai riduttivo e scriteriato definire Il deserto rosso come un film contro l'avanzamento industriale e l'appiattimento dell'individuo (a ribadirlo sarà lo stesso regista ferrarese in una famosa intervista con Godard), com'è ugualmente inopportuno affermare che Zabriskie Point sia un film sull'America contestataria. C'è comunque un fondo di verità, un nesso ad una critica iniziale che Antonioni realmente costituisce a priori come spunto narrativo da cui svincolarsi e prenderne poi le distanze. Nel passo immediatamente successivo alla ripresa, quasi documentaristica, della riunione tra i giovani contestatari (attori-dilettanti) e delle rivolte studentesche di scarsa recitazione, notiamo il graduale allontanamento da quel mondo, da quella società consumistica che abbiamo vagamente assaggiato nei primi momenti del film. Un distaccamento che ricorre prima alle sequenze veloci e caotiche lungo le strade trafficate di Los Angeles, poi alle zoomate, tipicamente sue, dei grandi cartelloni pubblicitari che coprono intere porzioni di cielo, l'accelerazione degli stacchi della m. d. p. e infine il momento della fuga, la distensione dello sguardo finalmente libero di vagare nelle magnifica Death Valley. Emerge nella seconda parte del film il vero Antonioni, quello della decantazione poetica, dell'estraniamento, dell'abbandono alla terra che si dimostra quasi gioviale e accogliente rispetto all'abbrutimento delle industrie nel paesaggio ravennate.
Contrasto che avvertiamo ancora più forte nella scena-favola della pellicola del '64 con le tinte turchesi del mare, la sabbia rosa e il cielo azzurro. Nel monologo di Giuliana che racconta la favola al figlio, troviamo gli stessi colori sabbiosi che dominano la scena della Valle della Morte in Zabriskie Point e, in entrambi i film, questi due luoghi (rispettivamente il mare e il deserto) simboleggiano un chiaro ritorno alla natura incontaminata e alla ricongiunzione spirituale tra Eros e Thanatos. Se ne Il deserto rosso il momento della fuga nella fantasticheria raccontata al bambino resta soltanto un'illusione, in Zabriskie Point l'allontanamento si trasforma in una realtà competitiva a quella disumanizzante dell'industria, una volontà forte e incerta allo stesso tempo (Mark tornerà indietro con l'aereo rubato consegnandosi volontariamente alla propria morte). C'è anche da dire che la favola utopica e idilliaca raccontata da Giuliana si colora, ad una seconda lettura, di tinte più fosche come se il grigiore degli stati d'animi avesse già intaccato, come un male irreversibile, anche i luoghi più lontani e vivibili soltanto nell'immaginario personale. E' lo stesso sconcerto di disadattamento che appare in Claudia ne L'Avventura, in Lidia ne La Notte, o in Vittoria ne L'Eclisse. L'acqua, azzurra, edenica ed incontaminata che vediamo nel film del '64 ricordano, nella memoria cinematografica antononiana, alcune scene in cui il mare o il fiume ricoprono un valore ambivalente, così come la Valle della Morte che viene esorcizzata, inversamente, attraverso un corale inno amoroso. Sarà gettandosi nel fiume che morirà Rosetta (Le amiche, 1955) a causa di una delusione sentimentale con il pittore Lorenzo e sarà nel mare che Anna (L'avventura, 1960) scomparirà fisicamente durante una crociera nelle isole Lipari. Desiderio di fuga, di morte, la dissolvenza e il vuoto: la visione di Giuliana nel raccontare l'isola misteriosa rafforza la volontà di estraniarsi da quel mondo alla ricerca di una felicità perduta come il love-in nella Death Valley, dove la riconciliazione carnale a ritmo quasi di danza, avvia un processo di ostracizzazione e di rigetto dell'etichetta borghese. Splendida la scena della grande deflagrazione dove Antonioni ritorna alla criticità di partenza in una commistione esplosiva fatta d'immagini con il superbo accompagnamento dei Pink Floyd: i simboli per eccellenza del consumismo americano (i prodotti in scatola e il frigorifero), del dominio mediatico (la televisione e le riviste), delle mode (gli abiti), dell'ozio e dello svago (la piscina, la sdraio, le bibite fresche...) si frantumano in mille pezzi dipingendo nell'aria fantastici quadri che non hanno nulla da invidiare alle opere più rappresentative dell'arte informale. Uno scenario unico che ha segnato in modo indelebile la memoria universale del cinema moderno. Tra il caotico susseguirsi degli oggetti possiamo ritrovare tutta la poesia dei detriti che ritroviamo in uno Schwitters, oppure i Due chesseburgers con tutto (1962) di Oldenburg o gli strumenti di plastica di Tony Cragg in New stones Newton's tones (1979) disposti secondo lo spettro cromatico della luce che, nella deflagrazione antonioniana, ne distrugge e ne scompone l'equilibrio visivo. Ecco perché trovo semplicemente geniale la scena finale di Zabriskie Point: intenzionalmente o no, Michelangelo Antonioni ha raggiunto non solo un risultato scenografico di grande spettacolarità ma ha, contemporaneamente, omaggiato in una manciata di minuti tanta arte a lui contemporanea come dimostrano le ho opere che ho voluto accostare con gli ultimi fotogrammi del film. E' come se a esplodere fosse stato il funzionamento stesso della cinepresa che si è irrimediabilmente bloccata, inceppata, frantumata e infine dissolta nei moti della deflagrazione, scomparendo nella rarefazione degli oggetti come a nullificarsi è l'ultimo bagliore del sole, ripreso all'ora del tramonto.



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di Zabriskie Point


2 commenti:

  1. Zabriskie Point è il film che inizialmente mi aveva fatto odiare Antonioni, è stato il mio primo approccio con il suo cinema ed erroneamente, l'ho giudicato troppo in fretta. Successivamente però, ho voluto cercare di capire il perchè di tanta considerazione nei suoi confronti, da parte di critica (soprattutto) e pubblico. Allora ho cominciato ad approfondire. Ho visto L'Eclisse (il finale, straordinario, penso sia uno dei migliori esempi d'avanguardia per quegli anni), Blow Up e recentemente Deserto Rosso. E quest'ultimo rimette decisamente in discussione la mia valutazione iniziale, ed è proprio questa accuratissima ricerca su colore, la cosa che mi ha maggiormente colpito del film e che considero al momento (per quel poco che ho visto dell'autore ferrarese, s'intende), sicuramente il più apprezzato. Forse ora potrò rivalutare anche Zabriskie Point, magari...
    Grazie per questo tuo ottimo confronto tra le due opere!

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  2. Intanto ti ringrazio per aver lasciato un tuo commento. Personalmente, Zabriskie Point non è tra i miei preferiti di Antonioni: la recitazione è debole, i dialoghi superficiali, si avverte la pretesa da parte del regista di arrufianarsi un pubblico dai gusti più semplici e meno pretenziosi. Eppure la scena finale della deflagrazione vale tutto il film. Minuti indimenticabili che si scolpiscono nella memoria di coloro che sanno riconoscere la validità estetica e artistica di Antonioni, raffinato giocoliere di colori, non meno di un Parajanov, anche se quest'ultimo vibra di una liricità più intensa rispetto al regista ferrarese.

    Continuo a seguire il tuo blog che trovo molto interessante ;)

    Saluti, Sofia

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